
All’interno di una democrazia sana, i giornalisti non dovrebbero rappresentare unicamente dei “passacarte” del potere, ma piuttosto i suoi “cani da guardia”. E una delle forme più alte di impegno civile è rappresentata dal giornalismo d’inchiesta, ossia dall’ostinata ricerca della verità, anche nelle situazioni più “scomode”. Contrastare attivamente le mafie attraverso la scrittura vuol dire smontare l’aura di impunità dei boss, e restituire finalmente una dignità a tutti i volti dei cittadini oppressi. Anche noi di Informare vogliamo distinguerci dai “giornalisti-impiegati”, ed essere “giornalisti-giornalisti”. Senza informazione libera, la legalità resta un guscio vuoto. E la figura di Giancarlo Siani rappresenta un baluardo imprescindibile di questo orizzonte valoriale.
Giancarlo Siani nasce nel 1959 a Napoli, da una famiglia della media borghesia del Vomero. Sin da subito, la sua formazione fu animata da un profondo senso di giustizia sociale. Un ideale che fece di lui un bersaglio della camorra, soprattutto dal momento in cui smise di farsi portavoce della semplice cronaca nera, iniziando a indagare per primo sulla cosiddetta “cronaca grigia“: i rapporti tra camorra, politica e affari. Una narrazione che si avvaleva di una scrittura radicalmente asciutta, analitica, a tratti “fredda” nella sua precisione. Una penna che collegava il cadavere in strada alla delibera comunale, il proiettile all’appalto truccato, ricostruendo così le fitte trame di alleanze e di parentela dei clan organizzati.
Eppure, questa scelta gli costò caro: era la sera del 23 settembre del 1985, quando Giancarlo Siani stava tornando a casa con la sua Citroen Mehari verde. Era quasi arrivato quando lo raggiunsero ben dieci colpi di pistola da due sicari, che nel frattempo lo stavano aspettando. Un omicidio che, in realtà, ha voluto far tremare le penne di un’intera generazione di cronisti.
Se prima per far tremare una penna bastava la violenza, ad oggi le cose sono profondamente cambiate. L’Italia è uno dei Paesi europei più colpiti dalle querele intimidatorie. Secondo i dati del consorzio “Media Freedom Rapid Response”, sono state registrate 112 allerte legali in Italia, di cui il 33% per diffamazione, il 28,6% sotto forma di minacce di azione legale e il 13,4% in sede civile. Nel 44,6% dei casi le iniziative sono state promosse da attori politici. In particolare, secondo i dati della “Coalition Against SLAPPs in Europe” – in acronimo CASE – nel nostro Paese si sono verificati svariati casi di “querele-bavaglio“: 26 nel 2023 e 21 nel 2024.
Ma non è tutto: nel 2024 l’Unione Europea emanò la Direttiva n. 1069, che imponeva a tutti gli Stati membri di produrre una legge anti-SLAPP – “Strategic Lawsuits Against Public Partecipation”. Nel marzo 2026 il Governo italiano adotta una formulazione che prevede tutele per l’attività dei giornalisti nell’ambito dell’esclusiva dimensione transfrontaliera – ossia, di procedimenti internazionali, senza prevederem alcun tipo di tutele per quelli nazionali. Oltre il 90% dei bersagli italiani di SLAPP non sarebbe tutelato da questa misura.
Ma lo scandalo più grande riguarda il coinvolgimento dell’Italia nel cosiddetto “caso Paragon”. Un’indagine del giugno 2025 condotta dal Copasir – il comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti – ha accertato che l’intelligence italiana impiegò lo spyware Graphite per spiare i giornalisti Franceso Cancellato, direttore di Fanpage, e Ciro Pellegrino – caporedattore della stessa testata. Un caso che si è aggravato ancora di più con il rifiuto da parte di Paragon – società israeliana che ha sviluppato lo spyware – di fornire informazioni sulla giustizia italiana, a oltre un anno dalle richieste formali.
Insomma, ad oggi Siani simboleggia un esempio di giornalismo che non china la testa davanti a niente e nessuno. La sua Mehari verde è esposta come monumento alla memoria, e i suoi scritti e le sue indagini ci rivelano come, se la ricerca della verità ha un prezzo, rimanere in silenzio costa ancora di più: la perdita della nostra libertà. Valori che risultano essere profondamente attuali, e ancora gravemente minacciati, seppur in forme differenti.
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a cura di Alessandro Giuseppe Terracciano e Alessandro Scotti
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