
Mark Zuckerberg, CEO di Meta, per la prima volta ha testimoniato a una causa civile; il processo contro l’azienda statunitense è iniziato per via dell’accusa di causare dipendenza tramite gli algoritmi dei suoi social, Instagram in particolare. Coinvolta anche Google con la piattaforma Youtube; sono riuscite a patteggiare invece Snapchat e ByteDance, ossia la società che detiene TikTok.
La causa è stata intentata negli USA da Kaley G.M., ragazza 19enne che accusa le aziende di essere il motivo dei suoi disturbi quali ansia, depressione e istinti suicida. La ragazza sostiene di aver iniziato a usare Youtube all’età di 6 anni e Instagram all’età di 11 anni. Gli obiettivi sono quelli di avere i risarcimenti per coprire le spese dovute ai suoi disturbi e far sì che sui social siano ben segnalati i rischi legati al loro smoderato utilizzo.
Questo è solo il primo processo di oltre 1000 simili e potrebbe rappresentare uno spartiacque per il mondo dei social. Già nell’ultimo periodo alcuni stati stanno studiando come limitare l’uso dei social per determinate fasce d’età. Inoltre, la giudice ha ritenuto valide le condizioni presenti per iniziare il processo perché, contrariamente da quanto sostenuto dalle aziende come difesa, l’accusa non vuole colpire un inadeguato controllo sui contenuti (di cui le società non sono responsabili secondo la Sezione 230 del Communication Act), bensì il funzionamento degli algoritmi. Per la causa, i social cercherebbero di aumentare il profitto a discapito della salute di adolescenti e più giovani.
Se dovessero vincere il processo, dunque, probabilmente cambierebbe il funzionamento dei social e significherebbe risarcimenti da decine di miliardi di dollari per Meta e Google.
Zuckerberg ha testimoniato mercoledì 18 febbraio a Los Angeles. I punti dell’accusa sono stati molteplici e hanno sfruttato diverse mail interne all’azienda.
In particolare, è emerso un interesse verso la fascia dei Tweens, ossia dai 9 ai 12 anni. Infatti, in alcune mail del 2018 si parla di attirarli per poter “vincere alla grande” con gli adolescenti. Su instagram era sufficiente un click per dichiarare di avere 13 anni, mentre l’obbligo di inserire l’età era arrivato nel 2019. La difesa parla di decontestualizzazione dello scambio di lettere, facendo riferimento a un progetto chiamato Instagram Kids, uno spazio, a detta loro, sicuro e totalmente sotto il controllo dei genitori.
Inoltre, in alcune mail emerge l’obiettivo di aumentare lo “screen time“, il tempo di utilizzo. Qui il team di legali di Meta afferma che nel 2018 un cambio di algoritmo aveva invece tutelato la sicurezza degli utenti, riducendo la componente della viralità e privilegiando profili di amici e parenti (diminuendo dunque l’attrattività dell’app, con oltre 50 mln di ore al giorno totali spese in meno sull’app). Infine, tra le principali accuse, c’è quella di aver deliberatamente ignorato gli avvisi da ben 18 esperti sui rischi legati all’uso dei filtri estetici che cambiano il volto degli adolescenti. Il CEO di Meta si è difeso parlando di “libertà di espressione”.
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Spesso e volentieri, nella difesa di Zuckerberg in questi ed altri punti, si afferma di aver fatto e di star facendo il massimo per eliminare determinati contenuti e affrontareil problema dei minorenni. Ci si appella inoltre al ruolo di educatori dei genitori. Per la accusa, secondo esperti, sarà determinante andare oltre le emozioni dell’opinione pubblica e dimostrare che la correlazione social media-depressione (non ancora scientificamente e legalmente appurata) sia la sola o la predominante causa dei malesseri di K.G.M. In attesa ci sono tanti genitori, presenti talvolta in associazioni, speranzosi in un cambiamento epocale del mondo digitale così come lo conosciamo.
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