
Pensare che il figlio di uno dei pazzi più iconici di tutta la storia del cinema sia un maestro dell’horror è talmente banale da sembrare stupido. Eppure, Osgood Perkins, detto Oz, figlio di Anthony Perkins, interprete di Norman Bates in Psyco di Alfred Hitchcock, dimostra che il gene di famiglia è quello di chi sa come creare l’orrore, la tensione e l’angoscia nello spettatore anche con semplici sguardi. Difatti, la particolarità che contraddistingue il regista e che me ne fa innamorare, sta nella sua capacità di costruire un comparto orrorifico di ambiente, narrazione e direzione attoriale minimale ma di grande effetto.
Un talento che ricorda quello di Romero, Hooper, Demme e gli altri registi che, agli albori della Nuova Hollywood, dimostrarono di poter raccontare molto meglio la nostra società estromettendosi dalle logiche dello star system e della spettacolarizzazione, utilizzando la paura per fare politica e la politica per fare paura. Keeper è un film che parla della mascolinità tossica nella maniera giusta, più profonda di quanto si possa pensare a primo impatto. Film che è stato annientato da buona parte della critica, come lo era stato Men di Alex Garland, o prima ancora Last night in Soho di Wright; oh, ogni volta che in un film ci sono maschi cattivi che sfruttano, maltrattano e uccidono donne buone e queste si ribellano, quel film non piace a nessuno, guarda un po’.
In realtà Keeper e in egual modo gli altri film citati sono l’esempio perfetto di come un film fatto da un maschio che vuole parlare del rapporto uomo-donna dovrebbe essere fatto, ovvero affrontare le colpe dell’uomo e il modo in cui queste si riflettono nella donna, senza pretendere di spiegare a quest’ultima come vivere la vita, come fa quella ciofeca di Barbie illustrandoci come la realizzazione della donna (Margot Robbie) sta nel diventare mamma alla fine del film. Quindi viva Oz Perkins e la Nuova Hollywood dell’orrore che sta nascendo con lui, Ti West, Ari Aster ecc. e abbasso la Mattel. Perché sì.
Un horror bello e un horror brutto, per par condicio. Ci sarebbero vari motivi per stroncare questo film senza aver bisogno nemmeno di parlarne. In primis il fatto che appropriarsi artisticamente di un’opera che, insieme a Nightmare, è probabilmente il lascito principale che Wes Craven ha donato al grande pubblico con la sua morte, trasformandolo in una serie di B-movie senza capo né coda, è da denuncia penale.
Oppure, per aver stravolto l’ultimo capitolo di questa nuova trilogia solo per cacciare Melissa Barbera dalle protagoniste, rea di aver fatto dichiarazioni pro-Palestina, e lasciar andare Jenna Ortega che ha abbandonato il progetto per lo stesso motivo. Detto questo, il contentino di Kevin Williamson alla regia, sceneggiatore dei primi Scream, ed il ritorno dei protagonisti originari, lascia il tempo che trova. Williamson nella sua vita ha sceneggiato anche roba come So cosa hai fatto; dunque, è evidente che ciò che faceva funzionare gli Scream non fosse lui ma Craven, e lo dimostra benissimo in questo film, e rivedere gli attori del primo capitolo non fa che aumentare la rabbia per l’appropriazione indebita succitata.
La narrazione metacinematografica aveva rotto le scatole già al quinto capitolo, vi lascio immaginare l’effetto che fa arrivati al settimo. Scream era una parodia dell’horror che si ergeva e trascendeva lo slasher puro. Questo qui è la parodia di sé stesso. Se volete vedere Sidney Prescott sfuggire a Ghostface guardatevi i primi quattro Scream del maestro Wes Craven, diffidate dalle imitazioni.
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