
Scegliere di fare impresa a Castel Volturno è una decisione coraggiosa, soprattutto quando si possiede un mestiere “internazionale” che permetterebbe di avere successo in qualsiasi metropoli. Antonio Zagarella, anima della pizzeria “Da Attilio“, ha trasformato la sua passione in un atto di amore per le proprie radici: restare per dimostrare che anche qui si può garantire qualità. Ereditando il mestiere dal padre, Antonio ha saputo evolvere il concetto di pizzeria tradizionale, portando innovazione e qualità in un territorio che ha bisogno di nuovi pionieri.
«Volevo farcela qui. Il mio sogno era riuscire ad emergere nel mio paese, anche per portare avanti e valorizzare il nostro territorio. Oggi molti si lamentano di questo posto, ma in pochi hanno pensato di fare davvero qualcosa di più per questa terra».
«Sì, la passione me l’ha tramandata mio padre. Lui lavorava in un contesto che spesso non gratificava il nostro operato. Un tempo la pizzeria “della domenica” era vista solo come un’abitudine per le famiglie, ma oggi non è più così. La pizza si è presa una grossa fetta del mercato della ristorazione; pensa che oggi le pizzerie riescono a vendere vino quanto, se non più, dei ristoranti».
«Il cambiamento è avvenuto per due motivi: la crisi della ristorazione, che ha spinto verso prodotti dal costo inferiore, e l’intuizione di alcuni pionieri come Franco Pepe o Francesco Martucci, che hanno trasformato le pizzerie in luoghi di lusso. Per quanto riguarda i social, oggi tutti dicono le stesse cose. A me non piace TikTok; lo trovo un modo brutto di farsi pubblicità che non rispetta la professionalità di un operatore».
«Napoli si è affidata troppo alle pizzerie storiche, continuando a proporre lo stesso prodotto di 50 anni fa convinta che sia ancora il migliore, ma per me non è così. Il casertano, invece, ha cercato un’evoluzione vera, partendo proprio da Franco Pepe. Se oggi Caserta è ai primi posti delle classifiche è perché c’è stata una ricerca maggiore. Ho girato molte pizzerie storiche a Napoli e ho avuto spesso delusioni: prodotti di basso livello venduti come eccellenze. La differenza oggi la fanno gli ingredienti e le farine performanti che rendono le pizze quasi tutte buone, ma l’eccellenza resta un’altra cosa».
«Siamo nel centro madre della mozzarella di bufala e a due passi dal pomodoro di Villa Literno. Cerco l’eccellenza in tutta la Campania perché voglio prodotti con una qualità diversa, come quelli Slow Food. Mi dispiace che alcune risorse locali, come il tartufo bianco castellano, non siano state valorizzate dalle istituzioni. Io ci credo: siamo gli unici a Castel Volturno presenti su guide nazionali tra ristorazione e pizzerie. Non è per presunzione, ma perché puntiamo tutto su qualità e innovazione».
«Consiglio sempre la “Pacchetella”: uso il pomodoro San Marzano di un’azienda di Sarno, che per me resta la migliore. La base è bufala castellana e all’uscita aggiungiamo pecorino romano. Poi c’è la “Vesevus”, con il pomodoro arancione di Diana 2.0: è una produzione che fanno apposta per me, perché l’arancione è più dolce del giallo. Sono pizze identitarie che non tolgo mai dal menu. Se invece devo mangiarla io, preferisco la “Ruota di Carro” con bufala, tanto basilico e pepe».
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