
Negli anni Novanta, Tiziana Carnevale apre Spazio Donna Caserta con l’idea di creare un luogo di dibattito e di informazione femminista. Ma quello che trovò fu un’altra realtà: donne terrorizzate, lividi, urla, ricoveri, stupri. Oggi, trent’anni dopo, il quadro è lo stesso. Secondo l’Istat 2025, oltre sei milioni di donne italiane hanno subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale. «La violenza non è un incidente isolato, è il frutto di un sistema. È culturale, strutturale, quotidiana. Siamo cresciute ad accettare, a sopportare, a non fare rumore. E questo sistema lascia chi abusa senza alcuna punizione. Non siamo solo vittime di uomini: siamo vittime di un Paese che ci ignora» sottolinea Carnevale ai nostri microfoni.
Spazio Donna offre sostegno legale, psicologico, raccoglie testimonianze, denuncia la fatale inerzia delle istituzioni. Ma ogni nuovo caso racconta sempre la stessa storia: fondi mai arrivati, tutele fragili, una vulnerabilità che non conosce tregua. Trent’anni dopo, essere donna in Italia significa vivere costantemente a rischio. Nel marzo del 1990 nasce un’idea: non perdere l’eredità del femminismo casertano, delle sue lotte e delle sue radici culturali. Il primo passo è un Telefono Rosa, un’idea che diventa un faro per l’intero Paese. «Non c’era il 1522, né un sistema di supporto istituzionale. Solo volontarie formate da terapeuti, senza improvvisazioni» racconta Carnevale. Da quel momento, la missione si amplia: creare rifugi per le donne, luoghi sicuri dove potersi ricostruire. Casa Giove, Nido Rosa, e altre case rifugio ricavate da beni confiscati alla camorra e da edifici pubblici: «Abbiamo due case rifugio: in genere accogliamo 5-8 donne con bambini piccoli, anche neonati. I fondi ministeriali ci arrivano in ritardo, in quantità insufficienti: 15-30mila euro per un anno di spese. Ma le case devono essere belle, riscaldate, sicure, accoglienti».
I fondi pubblici, dunque, arrivano «a singhiozzo». Il reddito di libertà, stanziato dall’INPS, non copre nemmeno le spese reali di una donna in emergenza. «Fondi 2020 ancora in sospeso, procedure amministrative lente, resistenze dei servizi sociali. Quando una donna arriva con codice rosso, le forze dell’ordine ci chiamano, chiedono se abbiamo posto. Bene. Ma le rette sono passate ai comuni. Chi è residente a Caserta deve pagare il Comune di Caserta, chi è residente altrove deve pagare il Comune di appartenenza. Se il servizio sociale non attiva i pagamenti, noi non veniamo rimborsate. E spesso non ci sono soldi. Noi però le accogliamo comunque, perché non lasciamo nessuno per strada» continua Carnevale. Alla violenza si somma la povertà economica e sociale. Lavoro precario, lavoro di cura non pagato, analfabetismo funzionale: «Molte donne non lavorano, non hanno studi, sono ricattabili. Se hanno figli, ancora di più. Spesso il tribunale dei minorenni non le crede e non sospende la genitorialità al padre violento. Questi bambini piangono, e la madre resta intrappolata».
Nonostante tutto, Spazio Donna continua, con rete nazionale diassociazioni, progetti con Save the Children, ActionAid, Dire. Levolontarie rispondono h24, accompagnano donne e bambini, cercano soluzioni creative. «Se non rispondiamo noi, chi risponde? Servono ascolto, attenzione, empatia, risorse. La violenza non è solo fisica, è culturale, economica, strutturale. La fragilità è il primo ostacolo, il primo nemico da abbattere». La battaglia di Spazio Donna, e di migliaia di altre realtà, è l’unica luce in un tunnel che troppo spesso resta buio.
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