40 Anni dal Maxiprocesso a Cosa Nostra: un monito ancora vivo

Maurizio Giordano 08/03/2026
Updated 2026/03/07 at 6:32 PM
6 Minuti per la lettura

Nel febbraio del 1986 ebbe inizio il primo maxiprocesso a Cosa Nostra, una delle pagine giudiziarie di maggiore significato storico per la nostra Repubblica. Quel processo sancì, infatti, per la prima volta, l’affermazione della esistenza di una associazione mafiosa, radicata essenzialmente in Sicilia ma diffusa anche in altri contesti territoriali nazionali ed esteri, che operava avvalendosi della forza di intimidazione e che produceva forme di assoggettamento diffuso. La sentenza divenne definitiva nel 1992, a seguito del rigetto dei ricorsi in Cassazione proposti da quasi tutti gli imputati di quel processo, molti dei quali con-dannati all’ergastolo. L’irrevocabilità della sentenza, com’è noto, aprì le porte alla stagione delle stragi, di cui furono vittima Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i loro uomini di scorta e tante altre vittime innocenti.

40 ANNI DOPO

A distanza di quarant’anni dalla pronuncia, è importante soffermarsi sui contenuti della decisione e sulle conseguenze che essa ha rappresentato per la storia giudiziaria italiana nella lotta alle mafie. Il processo è stato, infatti, pionieristico sotto almeno tre punti di vista: per la prima volta, infatti, si adottò un criterio istruttorio, introdotto proprio da Giovanni Falcone e da Paolo Borsellino, secondo il quale la lotta alle mafie passa per il contrasto alle accumulazioni dei patrimoni illeciti, destinati alla confisca attraverso la meticolosa ricostruzione dei passaggi e delle tracce che il denaro lascia nelle transazioni commerciali con cui si ricicla il denaro proveniente dalle estorsioni e dal traffico di droga; in secondo luogo, il processo conobbe l’escussione dei collaboratori di giustizia come principale strumento conoscitivo delle questioni interne di Cosa Nostra, di cui fino ad allora non si aveva contezza a causa del terrore che la cosca incuteva fra i suoi affiliati, condannati a morte in caso di violazione del patto di fedeltà suggellato con il rituale della pungitura. In terzo luogo, il processo segnò il riconoscimento del legame fra Cosa Nostra con ambienti politici ed economici, avviando la stagione delle inchieste sulle collusioni e sul riciclaggio del denaro in attività imprenditoriali soprattutto legate al settore edilizio.

ACCUMULAZIONE DI PATRIMONI ILLECITI

La straordinarietà di questi contenuti colpisce ancora oggi non solo per ciò che rappresentò in termini di contrasto giudiziario a Cosa Nostra, ma soprattutto per la sua modernità, costantemente rievocata in molte altre sentenze pronunciate sulle organizzazioni mafiose. Oggi, infatti, il tema che accomuna le principali inchieste giudiziarie, aventi ad oggetto le organizzazioni mafiose, riguarda l’accumulazione di patrimoni dalla genesi illecita, dalla quale è scaturito non solo il rafforzamento degli strumenti di contrasto a tali fenomeni (ad esempio, attraverso gli istituti della confisca “allargata” oppure del sequestro per equivalente), ma anche l’introduzione di un complesso di norme (quelle in materia di misure di prevenzione patrimoniale) che inizialmente sono state osservate con malcelata diffidenza dagli operatori del diritto – a causa di una supposta loro contrarietà ai principi costituzionali della inviolabilità della proprietà privata – ma che poi hanno gettato le basi per un loro generale riconoscimento ordinamentale, avvenuto anche in ambito internazionale. In questa ottica, allora, la celebrazione del quarantennale della sentenza assume un forte significato simbolico, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, a cui occorrerà trasmettere i contenuti del processo.

UNA SENTENZA ANCORA VIVA

Ricordo, infatti, che quella vicenda giudiziaria segnò fortemente la mia generazione – che si affacciava alla preparazione universitaria da porre a base delle scelte professionali future – in quanto per la prima volta cominciò a maturare nei giovani un forte convincimento sulla importanza della lotta alla mafia e sulla inflessibilità dello Stato, attraverso le sue istituzioni, nel combattere la cultura mafiosa della sopraffazione e dell’assoggettamento. Cominciò, infatti, a soffiare, impetuoso, fra i giovani il vento della protesta e della ribellione alle regole mafiose della violenza, del malaffare e della collusione; quella stessa ribellione che portò poi migliaia di persone, in occasione dei funerali di Giovanni Falcone, a garantire che le sue idee, ma anche quelle di Paolo Borsellino e di tanti altri che si erano sacrificati per contrastare la mafia, sarebbero sopravvissute alla barbarie mafiosa ed avrebbero continuato a camminare sulle loro gambe. Oggi, dunque, quella sentenza può fungere ancora, potente, da monito sulla presenza dello Stato e sulla efficacia delle iniziative giudiziarie di contrasto alla mafia, pur nella consapevolezza che l’apparente inerzia delle cosche non è certo dettata dalla loro definitiva sconfitta, bensì dalla loro capacità, per certi versi ancora più insidiosa, di restare silenti e di sapersi infiltrare in contesti amministrativi e finanziari.

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