Zonderwater, Robben Island, Terezin: quando il calcio è sopravvivere

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‹‹Chi dice che il calcio sia solo calcio, non capisce nulla di calcio››. Con queste parole Josè Mourinho ha provato a sintetizzare una vera e propria filosofia di vita, ma che il calcio non sia solo uno sport appare chiaro ad un occhio poco superficiale. La storia ci racconta che spesso lo sport, questo in particolare, è servito a sopravvivere laddove le condizioni di vita erano tali da spegnere ogni volontà. 

Fin dalla Grande Guerra, gli atleti erano visti come adeguate potenziali forze da combattimento, in Europa vennero attuate vere e proprie campagne di sensibilizzazione per spingere gli atleti a difendere la propria patria. Perché predisposti, perché allenati e abituati al rigore fisico e psicologico. Ma era pur sempre un conflitto bellico andato avanti tra alterne vicende, con conseguenze mortali per molti e per molti altri la prigionia in campi dove la dignità umana veniva calpestata e le identità annullate. Uomini spezzati dai lavori forzati, dalle angherie degli aguzzini, sofferenti di angoscia e depressione la cui volontà di sopravvivere si spegneva troppo facilmente. Allo scopo di combattere quelle forme di depressione e anche di scongiurare il pericolo di fughe o di insubordinazione, ai prigionieri fu data la possibilità di organizzarsi momenti di gioco sportivo. Certo viene da chiedersi come potessero interessarsi alla pratica sportiva i prigionieri denutriti e avviliti. Eppure, proprio in queste realtà di morte lo sport ha rappresentato un barlume di vita e di speranza, una richiesta di umanità e di pace. 

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Esempi che si sono ripetuti nel successivo conflitto e di cui ci sono giunte testimonianze molto più documentate 

Nel dicembre del 1942, venne completato a Zonderwater un campo di prigionia che avrebbe potuto accogliere circa 120.000 uomini. A circa 43 Km da Pretoria, il campo accolse fino a 70.000 italiani catturati dagli inglesi nel Nordafrica e nell’allora Africa orientale italiana: quella colonizzata da Mussolini. Inizialmente le condizioni dei prigionieri non erano considerate ottimali: morale basso e innumerevoli tentativi di fuga attraverso dei tunnel. Ma all’arrivo del Colonnello Prinsloo le cose cambiarono: vennero completati gli edifici e l’ospedale, dei volontari si occuparono della scuola, ma soprattutto il Colonnello era convinto che la dignità di una vita valesse più di ogni forma di controllo e a tale scopo creò una cittadella dello sport: calcio, boxe, scherma, atletica leggera, basket, pallavolo, tennis, lotta libera e ciclismo. Ed un teatro che permise di dare spazio alle arti. In un luogo dove i lavori venivano pagati in sigarette, poter ottenere del pane o una ciotola di minestra in più spinse molti prigionieri a partecipare alle iniziative. Tra di essi anche tanti atleti professionisti che semplicemente continuarono a fare ciò che nella vita normale avevano sempre fatto. Fu così che vennero organizzati dei veri e propri campionati tra le squadre del campo, con tanto di calciomercato e ritocchi di contratto. Dopo l’8 settembre, molti si ritrovarono a scegliere e non furono pochi quelli che restarono in Sudafrica: una seconda patria dove avevano ritrovato la dignità di uomo. 

Merita di essere raccontata la storia di Terezin, una città fortezza 60 miglia a nord di Praga. Dopo aver espulso i cechi residenti con la scusa di farne un ghetto di transito, nel 1942 i nazisti vi internarono cinquantamila ebrei. Guidati da Fredy Hirsch, un comitato di ebrei austriaci, ungheresi, cechi, francesi e danesi crearono una Lega di calcio dove le squadre avevano i nomi delle categorie dei lavoratori del Campo. Cuochi, macellai, sarti, elettricisti si aggrapparono al gioco più bello del mondo per sfuggire anche solo pochi minuti dagli orrori del nazismo. Anche se settimanalmente le formazioni cambiavano per l’avvicendarsi dei prigionieri che venivano trasferiti o uccisi. Il Campo di Terezin venne utilizzato anche come luogo di propaganda, infatti nel 1944 il regista Kurt Gerron venne obbligato a dirigere un documentario su quanto avveniva al Campo. Una partita di calcio con migliaia di persone ad assistere festanti mentre a pochi metri i forni crematori incenerivano fino a 190 cadaveri al giorno. Terezin: Un documentario sul reinsediamento degli ebrei, noto anche come Il Führer regala una città agli ebrei. Alla fine, tutti coloro che avevano partecipato al film-documentario, regista, attore, comparse, vennero uccisi. 

Oggi il Ghetto di Terezin è diventato un museo per far comprendere gli orrori della vita quotidiana che gli ebrei dovettero sopportare e uno dei reperti esposti è una pagina scritta a mano con il dettaglio della classifica della Lega di Terezindel 1943. Una Lega che recentemente ha avuto riconosciuto ufficiale nella storia del calcio Ceco. 

‹‹Il calcio salvò molti di noi. Quando eravamo fuori, a giocare, ci sentivamo liberi, come se fossimo a casa››. Queste sono le parole di Lizo Sitoto, prigioniero a Robben Island dal 1963 al 1978.  

Robbeneiland, la città delle foche, è un’isoletta circolare a 12 km dalla costa nella baia di Città del Capo. Utilizzata fin dal 1600 dagli esploratori olandesi per confinarci i dissidenti politici, nel 1961 fu trasformata in un carcere di massima sicurezza per prigionieri politici ma soprattutto i leader dei movimenti di emancipazione dei neri: uno fra tutti, Nelson Mandela. La vita era durissima, i prigionieri lavoravano 8 ore al giorno nella cava dell’isola, eppure per quanto tornassero stanchi ceravano di combattere la noia tirando dei calci ad un pallone di stracci nei corridoi delle celle. Tra loro erano politicamente divisi, eppure si unirono nelle continue richieste di poter giocare a calcio anche se questo significava perdere il rancio per due giorni. Con l’aiuto di istituzioni umanitarie riuscirono a strappare l’autorizzazione e nel 1967 venne disputata la prima partita ufficiale. Non avevano molti libri nella biblioteca del carcere, ma per loro fortuna c’era il Regolamento ufficiale della FIFA! Grazie allo studio del testo, i detenuti fondarono una vera e propria Federazione: la Makana Football Association che in breve tempo organizzo un vero e proprio campionato con tanto di divisioni in leghe: dalla A per gli esperti alla C per chi non sapeva giocare.  

Quasi 300 detenuti scesero in campo ogni stagione, le squadre avevano i nomi che ricordavano le tribù o i partiti politici di appartenenza e consensi trasversali raccolse il Manong che raccoglieva le adesioni di chiunque. Dopo l’abolizione dell’Apartheid, il braccio politico della prigione venne chiuso e la MFA non ebbe più ragione di esistere. Nel 2007 la FIFA la nominò membro onorario, unica federazione non rappresentante uno stato ad essere ammessa. 

di Alessandra Criscuolo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°221 – SETTEMBRE 2021

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