Zerocalcare Napoli

Zerocalcare a Napoli: al Politeama l’anteprima del Campania Libri Festival

Tonia Scarano 20/09/2022
Updated 2022/09/21 at 11:25 AM
8 Minuti per la lettura

Napoli, Campania Libri Festival

Ieri sera ha avuto luogo l’inaugurazione del Campania Libri Festival della Lettura e dell’Ascolto alla sua prima edizione, con un incontro di anteprima insieme al fumettista Zerocalcare al Teatro Politeama di Napoli. La rassegna culturale aprirà le porte al pubblico dal 29 settembre al 2 ottobre tra il Palazzo Reale e la Biblioteca Nazionale di Napoli.

Michele Rech, la penna, l’anima, la voce

Michele Rech, noto come Zerocalcare è l’autore delle serie di fumetti italiani contemporanei che rientrano tra le più vendute degli ultimi anni. Dal 2020 in TV con la serie animata Rebibbia quarantine e dal 2021 su Netflix con Strappare lungo i bordi. Tra qualche titolo citiamo La profezia dell’Armadillo, Kobane Calling, Scavare fossati, nutrire coccodrilli. In ogni sua opera ricorrono tematiche che rappresentano le stratificazioni spesso problematiche di contesti sociali in progressiva implosione, la quotidianità, la complessità dell’esistenza umana, tutti elementi che si fondono naturalmente rendendoci i soggetti difficili con cui cerchiamo di convivere e attraverso i quali proviamo a vivere.

«Credo che la mia fortuna sia stata proprio poter raccontare le diverse sfaccettature che abbiamo tutti, la complessità che ci portiamo tutti appresso» afferma l’autore durante il dibattito di ieri sera moderato da Massimo Adinolfi e Giancarlo Piacci.

«Il fumetto è linguaggio e come tale può affrontare generi diversi: interviste, saggi, romanzi storici, è un linguaggio come il cinema, il teatro. Non so se è letteratura, perché mischia la scrittura all’immagine, sicuramente però è “libro”, nel senso che ha perfettamente il suo posto. Fumettista è la dicitura in cui mi riconosco di più e il fatto, per i fumetti, di essere considerati “una cosa di serie b” ci dà delle libertà che altri non hanno. Kobane Calling parla di un’organizzazione che sta sulle liste di mezzo mondo e se quelle cose fossero state scritte nell’editoriale di un giornale, sarebbero state problematiche, ci sarebbero state le rimostranze delle ambasciate e un dibattito molto acceso. All interno di un fumetto, invece, persone che hanno ruoli pubblici e che quelle robe non potrebbero dirle ad alta voce per non suscitare polemiche, possono consigliare queste letture», spiega l’autore.

La comunicazione è politica

Sotto le luci soffuse del palco è stato chiesto a Zerocalcare di parlare dei suoi lavori di denuncia sociale. Nel 2015, Michele giunge al confine tra Turchia e Siria, dove padroneggiano gli assedi da parte degli stati islamici sulle minoranze curde, col fine di polarizzare popoli liberi e abolire le libertà di professare e praticare il proprio credo religioso, assetto culturale e sistema politico. Qualcosa nella sua anima si scuote, non solo per visioni dirette di contesti sociali squilibrati e volti alla repressione dei diritti umani, ma per la risposta umana alla voglia di cambiamento, di rivincita e di vita.

La sua voce è di base pacata, con tonalità continue e ritmi comici della spontaneità amichevole che ascoltiamo nei doppiaggi delle sue serie TV, ma nel racconto che segue il suo sguardo è misto di memoria e cauta speranza:

«Ho dato un aiuto, con la scusa del libro, a costruire delle iniziative per cui si discutesse collettivamente di quelle tematiche e si facesse cassa per delle cause specifiche. Lì ho incontrato una dimensione politica completamente slegata da come la immaginavamo. Non ho mai avuto veramente il pensiero che delle cose potessero cambiare radicalmente, dopo l’esperienza di lì ho visto posti in cui c’era un mondo che opprimeva il genere femminile, chi parlava un’altra lingua, dove non esisteva un modo di convivere tra varie religioni che non fosse la guerra e barbarie, trasformarsi in una società cambiata radicalmente. Questa cosa mi ha cambiato tanto. Qualcuno sicuramente è rimasto attento alla causa e oggi sa di cosa si parla, ma credo sia una percentuale irrisoria, penso sia difficile che tutto questo si sedimenti.

E continua: «Ho sempre cercato di non alimentare con linguaggi e rappresentazioni un immaginario sessista, omofobo razzista, a quella roba sto molto attento. Mi sono formato in ambienti politici, è vero e non penso che esista un valore artistico superiore che fa sì che in nome dell’arte possa raccontare tutto, questa roba ha una responsabilità verso la persona che legge».

La serialità con Netflix

Dopo la riuscita di Rebibbia quarantine su La7, prodotta autonomamente dall’autore, nel 2021 esce su Netflix la serie animata Strappare lungo i bordi.

«Mi ero rotto il cazzo di fa i fumetti, solo i fumetti ,tutti i giorni i fumetti. E mi ero reso conto che per fare una cosa di respiro più ampio mi serviva una squadra, i soldi per pagare le persone, quindi un produttore. Però andare a bussare soggetti più grossi dicendo di voler fare una storia in cui uno, da solo, parlava super veloce in romano…sembrava impossibile. Rebibbia quarantine mi ha dato la spinta per dire che avrebbe funzionato. È stato un successo dal punto di vista personale, perché ho dimostrato si potesse fare secondo i termini che avevo proposto.

zerocalcarecringe

La socialità social è anche sinonimo di ricerca. Zerocalcare è palesemente in continua ricerca, dentro sé stesso e verso chi e ciò che lo circonda.

«Io faccio un mestiere in cui racconto storie, ma ho bisogno di avere un rapporto con il pubblico. Sono riuscito a fare questo lavoro perché c’era il blog dove la gente lasciava i commenti, non riesco ad alienarmi per scrivere un libro e poi pubblicarlo. Il fatto di avere dei feedback sui social è stato un incentivo a lavorare. Su Facebook oggi rispondono soltanto gli ultra cinquantenni; Instagram è un social con cui ho avuto problemi, anche per il formato delle immagini; TikTok, per il mio modo di comunicare con immagini e voce, funziona meglio. In quanto a dignità, vi dico che il mio profilo si chiama “zerocalcarecringe”, perché… me ne rendo conto.
In realtà è uno strumento che mette tanti giovani a fare cose di regia. Quando si fanno dei video in cui narrano, si parlano e si rispondono, diventano antropologicamente dotati di skills registiche. Credo sia un grande stimolo».

«Io non ho la pretesa di migliorare nessuno, né di insegnare niente a nessuno. Ma vorrei che le persone non uscissero da un mio libro peggio di come vi sono entrate».

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