Zack Snyder’s Justice League, e pensavate che avrebbe fallito

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Quando Justice League è stato un colossale flop e si è sviluppato il movimento #ReleaseTheSnyderCut, tutti pensavamo che avrebbe fallito. Del resto, la versione girata da Joss Whedon era, per usare un termine fantozziano, “una cagata pazzesca”. E se non c’era riuscito Joss Whedon, che ha lanciato il MCU, questo titano popculturale, la versione di Snyder doveva essere ancora peggio.

Del resto, i suoi Man of Steel Batman V. Superman: Dawn of Justice sono stati largamente reputate pagliacciate da edgy boy che nulla c’entrano coi loro protagonisti, Batman e Superman, caricature grimdark come si prevedeva che Justice League fosse. Per di più, lo sceneggiatore di entrambe le versioni, Chris Terrio, era responsabile tanto di capolavori premiati con l’Oscar come Argo di Ben Affleck quanto vere offese al medium cinematografico e all’intelligenza degli spettatori come Star Wars IX: L’Ascesa degli Skywalker (per maggiori informazioni consultate pure il mio articolo in merito a quest’altra, di ‘cagata pazzesca’, sempre per appoggiarci a Villaggio). 

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Eppure, quando la Snyder Cut è arrivata sugli schermi ha sbalordito tutti, tra cui chi vi scrive. Perché ciò la visione perfezionata e inadulterata di Zack Snyder è stato, a sorpresa, un film coerente, toccante, a tratti anche divertente, con caratterizzazioni molto azzeccate, e che incarna il vero spirito della DC Comics. 

È anche un po’ lungo, non lo nego. È un film di quattro ore, e ci sono circa venti minuti di scene che qualche volta vanno un po’ alla lunga, come Wonder Woman e Alfred Pennyworth che discutono su come fare il thé, o una scena estesa di una linea temporale alternativa apocalittica in cui il Joker propone lavoretti di mano a Batman. Tuttavia, nonostante la straordinaria lunghezza, il pacing (lo scorrimento) fila che è una meraviglia. La CGI ha qualche barcollo qua e là, ma è gli effetti visivi sono fenomenali, stavolta, e spesso in diverse scene è impossibile capire cosa sia reale e cosa no. 

Ma soprattutto…i personaggi, stavolta, sono ben delineati.  

Pensiamo agli eroi del film. Se prima Superman, che era sempre stato in dubbio su come potesse essere davvero un eroe con tutto il suo potere, oscillando tra samaritano abnegante, brutale risolutore e messia sacrificale in MoS BVS raggiunge un picco nel suo arco narrativo, comprendendo che sono i suoi legami terreni che lo rendono umano e lo devono spingere a essere il difensore della terra, diventando il paragone di umiltà e resistenza che è la sua controparte nei fumetti. Wonder Woman elevata da supereroina generica a mamma del team e fonte di esperienza insieme a questo Batman pentito dei suoi eccessi quasi fascisti di BVS; entrambi superano la loro misantropia dei film precedenti per diventare gli idealisti che sono nei fumetti. 

Acquaman, da semplice frat bro, è il mezzosangue che cerca di bilanciare due culture diverse e a sua volta si trascina del pregiudizio tanto verso una delle proprie (gli Atlantidei) quanto quella di Wonder Woman (le Amazzoni, nemiche di entrambe le culture di Acquaman, Uomini e Atlantidei), ma che la supera e si assume le responsabilità delle proprie genti.

Prima Flash era un’inutile macchietta comica, ora è il vero eroe del film, un ragazzo timido che cerca di affermare la propria identità con un padre in prigione e riesce a salvare tutti trascendendo le sue paure andando così veloce da far tornare indietro il tempo.

Cyborg, grande assente della precedente versione, con l’attore Ray Fisher bistrattato da Whedon al pari di John Boyega bistrattato da J.J. Abrams e la Disney su Star Wars, è l’altro vero punto focale del film insieme a Flash, un ragazzo anche lui alle prese con un complicato rapporto col padre e che riesce ad affermare la propria identità. 

Ed è molto azzeccato, secondo me, che gli attori di questi tre ultimi personaggi, siano un hawaiiano, una persona nonbinary e un afroamericano. Tutti e tre si portano dietro il tema identitario del film e sono ‘i più giovani’, sostenuti dalla ‘vecchia guardia’ (i precedenti tre, gente bianca etero-cisgender) che li aiuta ad affermarsi senza intralciarli, memore dei propri passati errori.

È sottile, spinto dal casting più che dalla narrazione esplicita, ma il messaggio che questo film lancia è proprio di integrazione, di affermazione di chiunque, non importa a quale minoranza appartieni, e dell’importanza che il contributo dei privilegiati può avere in questa affermazione (vedasi come Batman, il multimiliardario anticapitalista—paradosso, eh?—per eccellenza, sia proprio quello che crede di più in quest’idea). 

E c’è ampio spazio per i comprimari. Lois Lane, paralizzata dal dolore per la morte di Clark-Superman, suo marito, che Whedon aveva ridotto a un pezzo di legno senza traumi o emozioni di sorta che faceva battute, con una Amy Adams che tira giù tutto l’impianto supereroistico e ci ricorda che questa è una storia, alla base, di persone con i loro affetti e le loro paure. Jesse Eisenberg che dopo l’orrenda parentesi stile Joker di BVS ci regala un Lex Luthor che ruba quei pochissimi minuti che è in scena con la sua magnificamente bastarda intelligenza. Harry lennix come Martian Manhunter, ultimo della sua specie come Superman, e che anziché combattere invasori alieni come gli altri si dedica a guarire le ferite emotive delle persone comuni. 

Non posso non spendere una parola sul cattivo del film. Per una volta, abbiamo un cattivo nei film di supereroi che possiamo comprendere e compatire, vivaddio. Steppenwolf, precedentemente ridotto a macchietta cattivona da Joss Whedon nella versione precedente del film, è qui un semplice generale che distrugge mondi solo perché costretto a farlo per poter tornare a casa dopo un alto tradimento, e addirittura ammira i suoi avversari. E la sua morte proprio a un passo da casa non fa che renderlo quasi tragico. E c’è poi il suo capo, il nipote Darkseid, villain shakespeariano di punta dei fumetti DC, che qui si mostra per pochissimo nel suo nichilismo spietato di voler pacificare l’universo sotto il proprio controllo mentale. 

In definitiva, Zack Snyder ha una marea di problemi come regista. Però Zack Snyder’s Justice League mostra la sua maturazione, ci mostra un regista che è cresciuto oltre questi problemi e li sta superando. Ci mostra un amore per il medium e i fumetti che adatta, ci mostra, chiudendo questa sua trilogia, una maturazione che è andata di pari passo tra le sue abilità e i suoi personaggi, che sono cresciuti con lui. E con noi, aggiungerei. Joss Whedon, invece, ci mostra che è andato involvendosi. Lui, chiamato nel 2017 per dare gli ultimi ritocchi a un film che Snyder non era riuscito a concludere per il suicidio della figlia, cosa fa?

Lo rigira completamente, bastardizzandolodistruggendo pacing e personaggi, trasformandolo in una parodia di sé stesso, aggiungendo i suoi tocchi sarcastici che cozzano con la sincerità di Snyder e lo stesso MCU ha superato, trattando con supponenza cast e fan e causando un polverone che ha scoperchiato un mare di storie sull’ambiente tossico che è solito generare. Oltre alla tragedia, Snyder si era dovuto beccare anche la beffa, se vogliamo metterla così. 

La vicenda della Snyder Cut ci mostra che anche gli zimbelli possono crescere e diventare veri autori, mentre quelli che credevamo miti spesso diventano zimbelli facendo tutto da soli. Vi spaventano quattro ore di film?

Credetemi, vedetevi Zack Snyder’s Justice League anche a puntate (il film, per comodità, è diviso in sei capitoli), ma vedetevelo, e recuperate anche Man of Steel e Batman V. Superman per farlo. Il viaggio, checché lo abbiamo criticato in passato, è valso il punto di arrivo. 

di Lorenzo La Bella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°217 MAGGIO 2021

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