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Voto utile e assenza di ideali. La campagna elettorale di un Paese bloccato

Updated 2022/09/12 at 7:31 PM
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La campagna elettorale si incentra tutta sulla consapevolezza della virata a destra di buona parte degli italiani. Con toni espliciti da parte del centro-destra e appelli disperati, quasi sfrontati, da parte del centro-sinistra, che pur di non “consegnare l’Italia alle destre” lancia appelli a salire sul suo carro – indipendentemente dalla linea politica – e appelli per i cittadini al “voto utile”. La storia si ripete da anni e al rischio che l’Italia torni indietro, l’alternativa messa sul tavolo è rimanere fermi ancora un po’, non importa se in una condizione che genera malcontento.

Alle spalle ci lasciamo un agosto turbolento, tra le ondate di caldo asfissiante e le piogge improvvise, non molto diverso da quello del 2019. A richiamare quell’estate la crisi di governo, le promesse politiche “sotto l’ombrellone”, i sondaggi sorridenti al centro-destra e lo scalpitio silenzioso del centro-sinistra, timoroso di perdere poltrone. A essere cambiato con una velocità inusuale è lo scenario socioeconomico, già prima traballante e precario, adesso disperato dopo la pandemia, la guerra in Ucraina e la crisi energetica in atto.

Ancora una volta le scelte (o non-scelte) del centro-sinistra nel nome di una “moderazione” che è pur sempre sinonimo di “freno”, hanno aumentato la sfiducia dei cittadini, preparando con cura il terreno all’astensionismo esasperato e alla vittoria della destra, ogni volta un po’ più a destra di quella precedente.

In questo periodo storico, gli ideali della sinistra sono fuori moda per gli stessi Dem.  Puntano a catturare gli elettori della destra moderata e del centro, avvicinandosi agli ex-berlusconiani e reclamando l’attenzione di Calenda e Renzi, anziché cercare di riprendersi gli astensionisti di sinistra. Per poi confidare nella mai-troppo-vecchia strategia dei “buoni” (Pd) contro i “cattivi” (Fdl), polarizzando la battaglia politica e sollecitando i cittadini al voto utile: una maniera figa per dire “votate noi per non far vincere loro, anche se non ce lo meritiamo”. Così albeggiano frasi come “solo il Pd può battere la Meloni”, “i voti dati al terzo polo e ai grillini sono voti sprecati” o che si vota i piccoli partiti per “leggerezza e superficialità”.

Una politica intrappolata nella dittatura del presente, senza spazio per l’immaginazione politica e morale, per gli ideali e le reali prese di posizione. La profezia pasoliniana, secondo cui il capitalismo avrebbe creato un nuovo paradigma, dissolvendo le vecchie forme di destra e sinistra. Per questo il “governo dei migliori” è un governo eterogeneo di larga, larghissima maggioranza in cui destra e sinistra sono obsoleti, si perdona il trasformismo esilarante dei politici e il programma migliore è la cd. Agenda Draghi, di un economista competente, indipendente, non un politico.

Ma in una democrazia la classe politica è la voce del popolo, e sfido a pensare che sotto questo punto di vista la democrazia italiana sia non funzionante.

È lo specchio di una di classe media incerta, sfiduciosa, ma che sta pur sempre comoda così. Che sa dire “no” e mai “sì”, “ma” senza “se”, fa critiche senza proposte, dà risposte senza domande, fugge senza lottare. Ci si lamenta tanto che al potere “ci sono sempre gli stessi”, ma al momento opportuno li si vota, ancora e ancora, dimenticando (o meglio, ignorando del tutto) che alternative sì esistono, anche se con meno consensi e meno competitive in un sistema elettorale che tende a favorire le forze politiche maggiori. Il consenso però si costruisce, è fatto del voto di ogni singolo cittadino, non si acquista già confezionato. Almeno dal punto di vista legale e democratico. Perché i partiti, allora, dovrebbero sforzarsi a convincere gli elettori?

I giovani (moltissimi) non voteranno: ci si attende, infatti, che solo il 21% degli under 35 andrà a votare, un dato peggiore di quello di quattro anni fa, contro un’età media dell’elettorato di 54 anni. E non di certo perché non interessati alla politica, ma perché poco rappresentati dalle proposte dei partiti (soprattutto quelli maggiori), il cui più grande atto rivoluzionario è stato iscriversi su Tik Tok.

Tra gli elettori, invece, c’è chi si dice “pronto al cambiamento” con il voto al centro-destra, ignorando il fatto che il programma non entra mai nel dettaglio e nasconde molti degli storici capisaldi della politica berlusconiana. E c’è chi, comodamente, continuerà a votare il centro-sinistra, “il meno peggio”, pur lamentandosene. Perché così ha sempre fatto, oppure perché crede nel voto utile e teme di buttare via il proprio voto.

Ma votare non è mica come scommettere sui cavalli. È l’occasione per esprimere la propria opinione. Una voce in mezzo a tante altre voci, certo, che a volte fa coro e altre volte sussurra soltanto, ma è pur sempre la massima forma di partecipazione nella nostra società e il principale strumento per il cambiamento. Il vero voto utile è solo quello che rispecchia la nostra idea di futuro, vincente o perdente che sia. L’altro, il voto comodo, uccide la democrazia, rende burattini delle forze maggioritarie, ed è sì un voto buttato, soprattutto se serve a restare bloccati nel presente.

Ogni tempo storico deve fare il suo corso. E se questi sono gli anni del populismo e del sovranismo, tentare di combatterli “ad ogni costo” senza uscire dalla comfort zone è pura illusione. Forse a costruire una vera alternativa si fa assai meglio all’opposizione, guardando al futuro e non solo al presente, puntando a vincere e non a non-perdere.

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