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Il vincitore di quest’anno del David al Miglior Film è stato “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti, già vincitore nel 2010 con il dramma partigiano “L’uomo che verrà”. Il film tratta di quello che può essere considerato il Vincent van Gogh italiano, Antonio Ligabue.

I due artisti presentano molte somiglianze. Una psiche travagliata, la difficoltà a trovare riconoscimenti e guadagno con i propri lavori, periodi trascorsi in ospedali psichiatrici, e l’utilizzo della pittura come mezzo di sfogo e di espressione. Le differenze principali stanno nel fatto che Ligabue oltre che di problemi psichici soffriva anche di ipertiroidismo e rachitismo, e a differenza di Van Gogh visse abbastanza da ottenere finalmente il riconoscimento e il successo che desiderava. Sarebbe un altro perfetto esempio di “genio tormentato”, se non fosse che il film, per tutte le due ore di durata, non fa che prendere a picconate questo stereotipo, distruggendolo e riducendolo in briciole.

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Il film, raccontato in ordine anacronico, in ogni scena mostra le continue difficoltà che Ligabue deve affrontare a causa della sua condizione. Fatica a parlare, a esprimersi, a muoversi, ogni scena è per lui una battaglia. Entra ed esce da ospedali psichiatrici che non sanno che fare con lui, o non hanno proprio interesse ad aiutarlo. Da ragazzo il padre lo odia, la madre è iperprotettiva su di lui fin quasi al punto di molestarlo. A fatica riesce a gestire il proprio corpo, e ancor più a fatica riesce a gestire la propria sofferenza. I paesani provinciali tra cui si muove lo scherniscono, lo considerano un matto o addirittura lo maltrattano. È in quei momenti che la frustrazione di Antonio esplode, portandolo ad attaccare i suoi aguzzini o tentare sfoghi disperati che lo ricacciano in ospedale.

Soprattutto durante il Ventennio Fascista Antonio è perseguitato dalle persone comuni e dalle piccole autorità, dottori, podestà, cittadini. È un diverso, non per scelta ma per nascita, una macchia da nascondere e rinchiudere per non deturpare la falsa perfezione fascista. E peggio ancora è un artista che dipinge per sentirsi libero, e quindi non crea nulla di funzionale alla falsa perfezione fascista. Nella Repubblica libera del dopoguerra Antonio si fa avanti tra persone confuse dalla sua stranezza, ma pian piano viene notato, riuscendo a vivere della propria arte. Riesce persino a comprarsi una motocicletta, veicolo che gli permette di correre libero come il suo corpo non può fare. Dipinge animali in movimento e autoritratti schivi, con colori vibranti e carichi di quella energia che può manifestare solo sulla tela a causa del suo rachitismo.

L’interpretazione di Germano è mimetica, la regia di Diritti distaccata: non si entra mai veramente dentro la psiche e il pensiero di Ligabue, purtroppo. Tuttavia percepiamo la sua fatica, la sua lotta continua, ed è forse questo il messaggio che dobbiamo trarre dal film. Perché una persona affetta da disabilità e problemi psichici dovrebbe essere costretta a fare tutta questa fatica? Perché dovremmo trattare male una persona solo perché non corrisponde all’aspetto che pensiamo dovremmo tutti avere? C’è così tanta bellezza anche in quelli che infamiamo come mostri solo perché diversi. Se Antonio Ligabue fosse nato in un mondo giusto (più giusto anche del nostro, perché i progressi sono ancora troppo lenti) non avrebbe mai dovuto faticare così tanto. Avrebbe potuto essere accettato prima, soffrire di meno.

È proprio questa, l’evidenza del film. Essere un artista tormentato fa schifo. Nessuno vuole soffrire, e nessuno dovrebbe.

di Lorenzo La Bella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N° 219 – LUGLIO 2021

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