Qualche anno fa, mentre ero in Brasile con mia moglie per il consueto viaggio di incontro con la sua famiglia, trascorremmo qualche giorno a casa di un’amica a Praia do Forte, una località turistica “alla moda” famosa per essere la sede di un progetto di salvaguardia ambientale, il “Projeto Tamar”, il cui obiettivo è quello di preservare l’habitat naturale delle tartarughe.

Nel corso di quei pochi giorni ebbi l’occasione di conoscere un artista di strada, precisamente un pittore, che esprimeva la sua arte dipigendo su mattonelle di piccola dimensione.

Affascinato dai suoi disegni, cominciai a parlare con lui del suo lavoro e, man mano che il discorso diventava più scorrevole, anche della sua filosofia di vita, una sua frase mi colpì molto «Não gosto de propaganda amigo. Tenho medo da fama» (Non amo la pubblicità amico. Ho paura della fama). E a rafforzare il suo assunto dopo avergli risposto che non doveva temere la fama se la si sapeva gestire, lui rispose «Ma io ne ho. Ogni essere umano ha un prezzo. Ho visto molti essere corrotti da questo. Non voglio perdere la mia essenza. Vedo molti che corrono dietro il riconoscimento e dimenticano di fare arte con l’anima. Preferisco l’anonimato ed essere libero di produrre ciò che la mia ispirazione mi consente». Nel mentre chiacchieravamo lui dipingeva, e al momento dei saluti mi volle per forza regalare la mattonella che aveva praticamente dipinto per me, una sua rappresentazione del Vesuvio. Ovviamente gli avevo detto che ero napoletano.

Da allora non l’ho più rivisto perché non è facile incontrarlo nel suo peregrinare in giro per il Brasile ma ci siamo sentiti molto spesso grazie ovviamente alle tecnologie attuali di comunicazione.

 

 

In questi giorni mi ha scritto di essere in una piccola città dello Stato do Espírito Santo, Cachoeiro de Itapemirim – la città dove è nato il famoso cantante Roberto Carlos – dove sta collaborando ad un progetto sociale che prevede la realizzazione di murales aventi lo scopo di portare allegria nelle strade della città.

Nel corso delle chiacchierate di questi ultimi giorni, Ishtar, questo è il suo nome, mi ha ribadito il suo concetto di vita inviandomi un suo scritto, poi riproposto su Facebook, che è una sorta di manifesto che dovremmo tutti provare a seguire se veramente avessimo a cuore le sorti del nostro pianeta.

Ishtar si chiede, e ci chiede, se vogliamo davvero parlare di uguaglianza. E allora se vogliamo farlo dobbiamo pensare al nostro attuale stile di vita e quindi a tutto ciò che consumiamo e di cui godiamo: le dimensioni delle case, la quantità di vestiti e accessori, strumenti, attrezzature, i viaggi.

Moltiplichiamo allora tutto questo per otto miliardi (il numero approssimativo della popolazione mondiale) e verifichiamo se è possibile estrarre dal nostro pianeta tutte le risorse necessarie per sostenere gli otto miliardi di abitanti in una realtà come la nostra.

Se il risultato è positivo, cioè, il pianeta riesce a sostenere questo modello di vita e consumo, possiamo sinceramente congratularci con noi stessi. Siamo una società evoluta.

Ma se invece non dovesse essere possibile moltiplicare lo stile di vita di uno solo per otto miliardi e avere un pianeta sostenibile e questo stile di vita comportasse l’esaurimento delle risorse del pianeta, causando danni irreversibili, allora dovremmo innanzitutto ripensare al concetto di uguaglianza.

Infatti, se noi usufruiamo di più diritti di altri e accettiamo che per essi ci siano meno diritti come effetto collaterale, vuol dire che non abbiamo ben presente il significato del “siamo tutti uguali” e dunque facciamo parte della disuguaglianza che il mondo presenta.

Se vogliamo un mondo giusto per tutti, dovremmo anche volere l’uguaglianza perché la disuguaglianza è ingiusta.

Oppure possiamo continuare nella nostra personale ipocrisia e continuare con la solita vita. Aspettando l’evoluzione della specie e facendo affidamento sulle leggi di natura.

E la scelta è solo e sempre la nostra.

di Bruno Marfè

Tratto da Informare n° 185 Settembre 2018

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