Voce alle Vittime, silenzio per gli assassini

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Il 17 febbraio 2021 è morto un uomo. Uno che aveva scelto di vivere da camorrista. Uno che ha insanguinato la nostra terra e che ha deciso di togliere la vita a tanti innocenti. Uomini che avevano rifiutato accordi con la criminalità, che non si sono piegati e che hanno pagato con la vita, per aver scelto di vivere con la schiena dritta.

Ma Cutolo non era solo, e tanti altri sono stati in connivenza con lui. Persone che, invece, avrebbero dovuto essere per il cittadino e per la loro terra. È vero che lui è morto, ma la mentalità mafiosa non è ancora stata sconfitta. Preferisco continuare a fare memoria di quegli uomini e donne che hanno pagato con la vita la loro rettitudine e innocenza.

Senza offesa e nel rispetto per la signora Morte, credo che ognuno, dalle amministrazioni alle Istituzioni, e i cittadini, dovrebbero imparare a fare la propria parte, in sinergia con la Stampa, e facendo un tipo di informazione che sia volto a celebrare le vittime e non i carnefici. Non solo ora, all’indomani della morte di Raffaele Cutolo, ma tenendo ogni giorno gli occhi sempre aperti, senza voltarsi o chiuderli.

Insegniamo ai nostri giovani la memoria declinando i nomi delle vittime innocenti. La loro esistenza recisa, che resta profumo di Vita, lontano dal puzzo e dal compromesso con le mafie.

Noi andiamo avanti, sempre con la schiena dritta e raccontando, nell’onestà intellettuale di chi legge, di quegli uomini, donne e bambini che non sono stati tutelati. Dando voce ai Familiari delle Vittime. Sono quelli i nomi che vogliamo ricordare, non solo il 21 marzo, ma ogni giorno che serva ad alimentare quella giustizia sociale, senza la quale non si potrà mai avere la meglio sull’effimero del potere criminale. Legalità, Impegno e Memoria, con le maiuscole. Dobbiamo impegnarci ogni giorno, sempre e comunque.
Iniziamo il nostro viaggio tra le testimonianze con Claudio Salvia.informareonline-claudio-salvia

All’indomani della notizia della morte del pluriergastolano Raffaele Cutolo, mandante dell’omicidio di suo padre, Giuseppe Salvia, all’epoca vicedirettore del carcere di Poggioreale, assassinato il 14 aprile del 1981, quali sono le emozioni che sta provando?

«È stata sicuramente una notizia che ha generato un certo impatto emotivo. Di fronte alla morte di un essere umano non si può certo provare gioia. Mi ritengo una persona profondamente equilibrata nonostante questo mio trascorso di vita».

All’epoca lei e suo fratello Antonino eravate solo dei bambini, quali sono i ricordi di suo padre e dei suoi insegnamenti?

«Purtroppo i miei ricordi sono sbiaditi in quanto avevo solo 3 anni, ma attraverso i racconti di mia madre sono riuscito a mettere a fuoco quelle immagini sfocate. Mio padre era un uomo di amore, di giustizia e di grande senso dello Stato, un uomo con la schiena diritta ed il suo estremo sacrificio, per me, rappresenta un enorme testamento morale che sento la responsabilità ed il dovere di trasmettere a tutte le nuove generazioni. Ogni giorno cerco di mettere a frutto i sui insegnamenti insieme a quelli che mi ha trasmesso mia madre».

Suo padre è esempio di sacrificio, consapevole dei rischi a cui andava incontro, scelse di voler affermare davanti a quell’uomo il potere dello Stato. Con quel gesto, suo padre firmò la sua condanna a morte, ma più forte fu il suo credere nello Stato. Lei crede che quest’ultimo abbia reso giustizia a suo padre?

«Mio padre ha rappresentato per Cutolo una forte resistenza contro la camorra, contrastando fattivamente l’emersione della N.C.O. all’interno del carcere di Poggioreale. Le continue minacce ed i tentativi di corruzione non lo hanno fermato. L’episodio che ha decretato la condanna a morte è stato quello della perquisizione, dove Cutolo aggredì fisicamente mio padre in segno di sfida. Lo Stato ha reso giustizia a mio padre con gli ergastoli comminati al mandante ed agli esecutori, mantenendo costante un regime carcerario adeguato. Ricordiamoci che Cutolo rappresentava ancora una minaccia per la società a causa del suo spessore criminale».

Oggi, più di sempre, devono essere ricordate le tantissime vittime innocenti di camorra, nomi come quello di suo padre, di Simonetta Lamberti, Marcello Torre, Pasquale Cappuccio, Domenico Beneventano, Mena Morlando e tante altri, assumono un valore maggiore. Sono persone strappate alla vita che non hanno avuto verità e giustizia, cosa sente di dire verso chi non ha saputo tutelare i familiari nella ricerca della verità?

«Tutte le vittime devono essere costantemente ricordate al fine di poter trasmettere ai giovani un messaggio di legalità e speranza, offrendo nuovi modelli nei quali identificarsi. Lo Stato deve tutelare tutte le vittime cercando di dare risposte concrete ai familiari».

Cutolo non si è mai pentito, anche se detenuto in regime di 41 bis e dopo condanne in via definitiva per 14 ergastoli. A suo padre negli anni ’80 è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valore Civile, e nel 2013 il carcere di Poggioreale è stato a lui intitolato. Cosa sente di dire ai giovani che leggeranno di suo padre?

«Oggi più di ieri le nuove generazioni sembrano essere completamente mancanti di punti di riferimento e validi modelli con i quali identificarsi. Direi loro di vivere secondo i valori che i nostri Eroi ci hanno insegnato e di non perdersi nella strada dell’ingiustizia e della camorra, la quale porta solo sofferenza e distruzione.
Consiglierei ai tanti giovani che oggi sono smarriti di studiare la storia dei boss e di comprendere che quella via porta solo alla morte o alla reclusione. Raffaele Cutolo ha trascorso più di 50 anni in carcere e questo esempio dovrebbe far riflettere molti giovani e dissuaderli da certe scelte. Bisognerebbe intervenire nelle scuole ed educare quelle famiglie “difficili” con progetti mirati».

Cosa racconterà ai suoi figli del nonno? Come vive la memoria ogni giorno?

«A mia figlia racconterò che il nonno ha fatto una scelta, quella della giustizia, quella di non piegarsi davanti alle difficoltà, quella di non lasciarsi tentare dal dio denaro e, soprattutto, quella di non scendere mai a compromessi con la camorra. Una scelta che ha pagato a caro prezzo ma che diversamente sarebbe morto ugualmente nello stesso momento in cui avrebbe chinato la testa ai voleri del boss.

Le insegnerò, come già sto facendo, gli stessi valori che mi ha trasmesso mio padre e le darò tutti gli strumenti per essere una persona onesta e giusta. Ogni giorno cerco di mettere a frutto tutti gli insegnamenti ricevuti, al servizio delle Istituzioni e cerco di diffondere, tra i giovani e nelle scuole, una testimonianza di legalità».

Il nostro viaggio di memoria e riscatto continua con l’avvocato Emma Lorena Cappuccio, figlia dell’avvocato Pasquale Cappuccio. Raffaele Cutolo è stato il mandante dell’omicidio dell’avv. Cappuccio, ucciso in un agguato mentre era in auto con la moglie Maria Grazia, che rimase ferita, ma riuscì a sopravvivere: «La notizia della sua morte ha provocato in me contrastanti emozioni, non ancora messe a fuoco – spiega Emma – invece ho ben chiaro, alla lettura di alcune esternazioni che esaltano e celebrano la “figura” e le “gesta” di tale individuo, quanto sia tutt’ora radicata la mentalità malavitosa nella nostra società, quanta ancora sia lunga la strada verso l’affermazione della legalità a dispetto di tutti coloro che strenuamente e costantemente lavorano per il riscatto sociale di interi territori. Discettare su quello che “non ti tocca da vicino”, senza conoscere il dolore e le sue conseguenze che hanno vissuto e vivranno per sempre i familiari delle vittime, è davvero facile. L’unica condotta possibile in questo momento, in segno di rispetto, deve essere quella del silenzio, pertanto spero che si spengano presto i riflettori su questo accadimento e, viceversa, si continui a raccontare come memoria condivisa la storia delle vittime, a testimonianza che il loro sacrificio non è stato vano. Il mio pensiero va a tutte le vittime e ai loro superstiti, a tutti noi che resistiamo!».

Anche Angela Procaccini, mamma di Simonetta Lamberti, la prima bambina uccisa dalla camorra cutoliana, ci ha rilasciato una sua testimonianza alla notizia della morte: «Il 29 maggio 1982 e il 17 febbraio 2021. Le date di due morti: la prima della vittima, la seconda del carnefice. Mi è stato chiesto da più parti di esprimere un mio parere sulla morte di Raffaele Cutolo, ritenuto il mandante dell’attentato del 29 maggio 1982, che distrusse la vita innocente di Simonetta e sconvolse e frantumò per sempre la nostra famiglia. Ho aspettato qualche giorno perché scrivere sotto la spinta dell’emozione può essere fuorviante. Ho aspettato qualche giorno per rielaborare questa notizia e per interrogare ancora una volta il mio cuore e il mio pensiero sul nodo spinoso della mia vita. Poi si è ripetuto quello che, da sempre, ha caratterizzato la mia anima. Stranamente, nessun moto di rabbia, nessuna forma di odio o di rancore, nessun desiderio di vendetta. Solo una strana pace e la consapevolezza che sì, la vita di Simonetta è finita tragicamente, recisa come un fiore, ma l’essenza di questa bambina bionda e dolce sopravvive nel ricordo di chi l’ha amata, come nel pensiero di chi non l’ha mai conosciuta, ma ha imparato ad amarla. Invece la figura di Raffaele, uomo devastato dal desiderio del male, chiuso nel bozzolo della sua dannata solitudine, ha consumato la sua esistenza nell’assenza di affetti, nel desiderio di abbracci familiari, nell’esilio dal mondo. Vorrei sperare che nel grigiore del carcere qualche barlume si sia acceso nel buio del suo cuore, che nelle dolorose giornate della malattia il rimorso abbia sfiorato la sua anima… Di Raffaele Cutolo penso alla chiusura di un cuore ed alla speranza di un barlume. Questo penso… ma subito mi prende un senso di malinconia. Allora torno col pensiero alla mia creatura di luce ed il cuore si apre di nuovo. Perché Simonetta, da bambina vittima di una cronaca spietata è diventata una di quelle piccole divinità che, nei secoli, hanno incarnato la disumana antinomia fra le due grandi fatalità, il generare e il morire». Come abbiamo imparato a conoscerla, ancora una volta Angela Procaccini parla di perdono e amore.

Tra altri familiari che hanno vissuto la violenza efferata della camorra cutoliana c’è Annamaria Torre, figlia dell’avvocato Marcello, che fu sindaco di Pagani, ucciso l’11 dicembre 1980 su mandato di Rosetta e Raffaele Cutolo. La figlia di Torre, tre anni fa, ha chiesto la riapertura delle indagini sulla morte del padre.
L’agguato al sindaco Torre, per il quale Cutolo era stato condannato, ancora oggi non ha esattezze, né una verità, seppure solo giudiziaria, che possa essere resa ai suoi familiari.
La dichiarazione di Annamaria è stata: «Non mi piace entrare in un tritacarne mediatico e magari in un conflitto a distanza con chi comunque ha un parente morto, ma tanto per usare una citazione, ci sono morti che odorano di vita, e quella di mio padre lo è per l’esempio e gli insegnamenti che ha lasciato, il sacrificio dei nostri cari non è stato vano» – ed aggiunge «Non ho mai augurato a lui la morte.
Avrei però voluto la verità, per me e per tanti altri familiari di vittime innocenti della camorra. Invece Cutolo l’ha portata con sé nella tomba. Di una cosa però sono certa, dei nostri cari continueremo e si continuerà a parlare.
Di lui, spero non si debba più dire nulla» – conclude Annamaria. Ed è quello che ci auguriamo anche noi.

di Anna Copertino

TRATTO DAL MAGAZINE INFORMARE N° 215
MARZO 2021

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