Paolo Chiariello - Photo credit Gabriele Arenare
Paolo Chiariello – Photo credit Gabriele Arenare

Viviamo in un Paese profondamente malato. Un Paese dove la furbizia ha preso il posto dell’intelligenza; il merito ha fatto il suo ingresso nell’ascensore sociale sbagliato e invece di salire è sceso sotto terra lasciando ai piani alti gli amici e gli amici degli amici che gestiscono alcune stanze del potere come se fossero le dependance delle loro magioni padronali. Quanto alle regole, quelle valgono quando decidiamo che valgono e quando stabiliamo per chi valgono. Poi c’è il mecenatismo pubblico che finanzia il “tengo famiglia”, per cui noi paghiamo e gli altri si raccomandano a vicenda per comandare nelle stanze dei bottoni. Per converso abbiamo il meccanismo inverso della gogna trasversale, per cui se non posso arrivare a te sputtano la tua famiglia. Come si fanno certi lavoretti sporchi, chi li commissiona, chi sono i mandanti e soprattutto chi paga per l’esecuzione dei lavoretti sporchi nessuno può dirlo senza avere tra le mani la smoking gun, la pistola fumante. O meglio nessuno vuole dirlo. O meglio ancora c’è chi viene “retribuito” con munifici stipendi pubblici per non farlo sapere agli italiani. Avete presente la storia dei giornali, delle Tv? Quello! Perchè per poter dire certe cose in Italia occorrono due requisiti: libertà e indipendenza. E fin qui, se non siete anime candide o peggio ancora se non siete dei fessi, credo che non abbiate appresso nulla di quanto non fosse già a vostra conoscenza. Vi voglio parlare di Iene. Quelle che da qualche settimana hanno preso di mira il ministro del Lavoro e vicepremier Luigi Di Maio. Le Iene fanno un lavoro sporco, vanno prese per come sono, anche quando non piacciono. Ci hanno regalato momenti di buon giornalismo, hanno tenuto alta l’attenzione su molti fenomeni criminali che nel nostro Paese sembrano endemici o duri a morire, ripuliscono anche il nostro mestiere da certe incrostazioni. A me non piacciono solo quando non riescono a resistere alla tentazione di una deriva populista molto a buon mercato, all’autocompiacimento per aver messo in un angolo e massacrato per via traverse un ministro (ad esempio il caso Luigi Di Maio) che ha come sua unica colpa quella di essere figlio di Antonio Di Maio, un imprenditore edile che 8 anni fa avrebbe tenuto in nero uno, due, forse tre operai. Una cosa grave, sia chiaro. Ma Luigi Di Maio che c’entra con il lavoro nero nell’azienda del padre? Posto che questo signore che denuncia di aver lavorato in nero, intendo il signor Pizzo, non è mai andato in una caserma a denunciare, anzi ha firmato un accordo transattivo alla presenza della Cgil che chiuse la questione con soldi e assunzione in cambio di pace giudiziaria. Ma se per le Iene quello su Di Maio è uno dei tanti servizi, non si riesce a capire come possa una questione del genere diventare argomento di prima pagina di tanti giornali per tanti giorni. La verità è che la vita pubblica in questo Paese è raccontata così, con qualche reticenza di troppo su questioni serie e con eccessivi eccessi su cose meno gravi o poco serie. A me interessa l’effetto che l’inchiesta delle Iene sul papà di Di Maio o quella di Repubblica sulla casa abusiva del nonno di Di Maio può avere sugli affetti di Luigi Di Maio. Messo nel mirino, pedinato giorno e notte, costretto sempre a rispondere e a difendersi, l’ho visto anche quasi sentirsi obbligato a prendere le distanze dal padre: “Non ho avuto buoni rapporti”. Non c’è figlio che non abbia avuto screzi col padre. Luigi Di Maio non fa certo eccezione. Ma le colpe dei padri (ammesso che siano dimostrate) non possono e non devono ricadere sui figli. Nella vita ognuno di noi risponde di quello che fa in prima persona, e la responsabilità penale è personale, non familiare. Sarebbe auspicabile che l’informazione di questo Paese valutasse Luigi Di Maio, elemento essenziale di questo governo, per quello che fa al Governo, per come lo fa, quando lo fa, per gli effetti delle sue decisioni sulla vita del Paese. Gli italiani l’hanno votato e lo devono valutare sulle sue capacità (o incapacità) politiche e di governo non per quello che ha costruito il nonno quando lui ancora non era nato o per quello che avrebbe fatto il padre quando lui era all’Università. Dice: sì, però Di Maio si è comportato allo stesso modo con il papà di Renzi e con quello della Boschi! Sì, però chi semina vento raccoglie tempesta; sì, però questo imbarbarimento della vita pubblica di questo Paese è anche responsabilità del M5S. Voglio seguire questo discorso, voglio prestare fede alla genuinità di questo ragionamento. Ma non si può non dare la esatta dimensione delle cose. Il nonno di Di Maio che negli anni ’70 costruisce la casa abusiva in una zona dove una casa su due è abusiva. Il papà di Di Maio che 8/10 anni fa avrebbe avuto uno o due operai a lavoro in nero in una zona dove il lavoro non c’è e quello nero è assai praticato. Ecco questi due episodi (nonno e papà di Di Maio) non sono la stessa cosa delle inchieste Consip (appalti per centinaia di milioni di euro presunti manipolati) in cui un pm ha indagato il papà di Renzi per traffico di influenze o inchiesta Banca Etruria (migliaia di correntisti truffati) che ha visto il papà della Boschi indagato in un’inchiesta per la bancarotta dell’istituto di credito di cui era vicepresidente. E poi, altra cosa, Renzi era primo ministro e Boschi potente ministro quando i loro papà sono stati indagati. Di Maio non era nato ancora quando il nonno fece l’abuso edilizio, non sapeva e non sa nulla dell’impresa e delle assunzioni che faceva il papà dieci anni fa in quanto all’epoca forse non era manco attivista del M5S. Dopo aver detto per anni che non si tirano in ballo i padri per attaccare i figli in politica, non si usano le Iene per attaccare Luigi Di Maio per presunte colpe del nonno morto o del papà mai denunciato. Giusto? E poi non conviene a nessuno accettare la logica dei colpi sotto la cintola, perché a quel punto in campo restano solo i magliari. Sbranarsi a vicenda è roba buona per i film di Tarantino, per le Iene, appunto, ma non serve a governare un Paese. Il Partito democratico, quando nacque a Milano, era il 2007, scrisse nel suo atto di costituzione che la sua missione e il suo concreto compito era quello di “far sentire ogni italiano al centro di qualcosa di importante. Restituire speranza, fiducia nelle proprie possibilità e nelle opportunità offerte da una società dinamica e giusta, fiducia in Paese unito, in un’Italia nuova, capace di cambiare, di innovare, di crescere, abbandonando tutti i conservatorismi e dando precedenza al futuro”. E come? Appigliandosi alla casa del nonno di Di Maio o alle denunce del signor Pizzo? Oggi la rinascita del Pd come forza di opposizione è più importante della scarsa coesione delle forze di maggioranza. Perché senza una opposizione che parla alla gente, la deriva populista della destra non è una minaccia ma una certezza. Purtroppo non vedo Valter Veltroni nel Pd. Non c’è un leader che indica un orizzonte.

 

di Paolo Chiariello

Tratto da Informare n° 188 Dicembre 2018