Vivere oggi a Barcellona tra due bandiere

Barcellona Catalogna

Passeggio per le strade di Barcellona, è una bella giornata, l’aria è fresca e tersa, le luminarie sono pronte per essere accese e dare inizio al periodo natalizio. Da oltre 15 anni vivo nella città catalana e questa giornata sembra uguale a tante altre che ho vissuto. È solo un’apparenza. Negli ultimi quattro mesi diversi avvenimenti hanno cambiato e sconvolto la vita barcellonese.

Ad agosto l’attentato di matrice islamica, l’1 ottobre il referendum di autodeterminazione realizzato senza alcuna garanzia e in cui ha votato solo il 42% degli aventi diritto, il 27 ottobre la votazione del parlamento catalano della dichiarazione unilaterale d’indipendenza e la conseguente applicazione dell’art. 155 della Costituzione da parte del governo spagnolo con lo scioglimento del parlamento catalano e l’indizione di nuove elezioni per il 21 dicembre. La fuga in Belgio del presidente della Catalogna Carles Puigdemont alla ricerca di un sostegno internazionale che non è arrivato. Nel mezzo, manifestazioni indipendentiste e “spagnoliste”, scioperi, politici incarcerati, occupazioni dell’Università, imprese scappate dalla Catalogna, ad oggi sono quasi 3.000, bandiere catalane e spagnole sventolate con orgoglio e in contrapposizione. Cosa sta succedendo in quella che fino a pochi mesi fa era una delle regioni europee più ricche e una delle città che attraeva più turisti per le sue bellezze e la sua atmosfera di divertimento, accoglienza e libertà?

Entro in un negozio di ferramenta, ho bisogno di un duplicato delle chiavi di casa. Le consegno al ragazzo dietro il bancone. Accanto a me una dipendente conversa con un cliente e non posso fare a meno di prestare attenzione. «Il negozio negli ultimi due mesi è quasi sempre vuoto, la gente non viene più a comprare, ha paura». Il signore ribatte «è vero, ma è anche vero che ora si compra da chi la pensa come te. Se sei catalanista compri in un negozio catalanista, se sei spagnolista in un negozio spagnolista». La copia è pronta, pago, riprendo le chiavi ed esco.

Rifletto sullo scambio di opinioni a cui ho appena assistito. La gente ha paura dell’instabilità, dell’incertezza, delle mezze verità che in questi ultimi mesi sono state divulgate dai politici e dai mezzi di comunicazione catalani e nazionali. La società catalana è spaccata in due ed è sempre più polarizzata. O sei con me o sei contro di me, o sei mio amico o mio nemico. Si è arrivati a uno scontro frontale, a un muro contro muro che non porterà a nessuna soluzione e probabilmente la aggraverà. Non esistono buoni o cattivi, oppressi e oppressori, vittime e carnefici, ma solo politici irresponsabili che hanno portato per interessi personali la società catalana, e quella spagnola, al bordo di un abisso. Il rischio di una frattura della società catalana è reale e non soltanto in ambito politico. Ci sono amici che non si parlano più, famiglie divise, colleghi di lavoro che si odiano. C’è un clima da guerra civile e costerà anni tornare alla normalità.

Attraverso i vicoli del barrio gótico e penso ad alcuni amici che non mi parlano più perché non ho la loro stessa opinione. Mi accusano di non capire ciò che sta succedendo e di avere una visione limitata degli avvenimenti perché non sono di Barcellona. Forse questa è l’accusa che fa più male. Non posso avere un’opinione pur vivendo a Barcellona da 15 anni perché non sono catalano?

Uno dei responsabili della situazione è il Partido Popular e il suo leader Mariano Rajoy. Il PP è un partito travolto da enormi scandali di corruzione e da anni fa campagna elettorale contro i catalani. Dall’altro lato non vanno dimenticate le responsabilità dell’ormai destituito governo catalano. La propaganda catalana degli ultimi anni riversa sullo stato spagnolo le colpe di tutto: Madrid ens roba, Madrid ci deruba, la versione catalana del leghista “Roma ladrona”. Ma è lo stesso stato che ha portato ingenti investimenti sul territorio catalano tra cui le Olimpiadi del 1992 che hanno cambiato il volto di Barcellona portandola alla ricchezza e allo sviluppo attuale e che non avrebbero ottenuto con una Catalogna indipendente o se i catalani fossero, come molti affermano, un popolo oppresso e discriminato alla stregua di Curdi e Palestinesi. Dichiarare questo genere di cose significa non rendersi conto della realtà e, peggio ancora, subire una manipolazione della realtà continua e costante a opera della classe politica e dei mezzi di comunicazione.

Concludo la mia passeggiata nel bar di un amico napoletano che da anni vive a Barcellona. Scambiamo due battute sulla situazione politica e ironicamente mi dice «ben vengano le manifestazioni catalaniste o spagnoliste, gli scioperi dei lavoratori o degli studenti, le proteste nei confronti del governo catalano o di quello centrale… alla fine tutti finiscono nei bar con le loro bandiere a bere birra».

di Marco Rossano
marcorossano@hotmail.com

Tratto da Informare n° 176 Dicembre 2017

About Redazione Informare

Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito da Officina Volturno, associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.