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Virginia Stagni, la manager del Finacial Times che punta sui giovani

Lucrezia Varrella 05/11/2020
Updated 2023/01/11 at 2:48 PM
5 Minuti per la lettura

Negli uffici londinesi del Financial Times, Virginia Stagni è la manager più giovane mai assunta nella storia del giornale inglese. La ventisettenne bolognese si occupa di sviluppo e innovazione del business aziendale tramite l’attuazione di idee e progetti che scommettono soprattutto sui giovani, per riscoprire il ruolo futuro dei giornali.

La giovane età della Stagni, nonostante sia l’elemento che per primo provoca stupore, è in realtà solo l’apice di un talento straordinario nel sapersi affermare e reinventare che lascia a bocca aperta.

Come sei approdata al FT?

«Stavo scrivendo la mia tesi specialistica alla London School of Economics riguardo il futuro del giornalismo e scelsi il Financial Times come uno dei business cases. Desideravo avere delle testimonianze dirette e così chiesi di intervistare alcuni dei principali agenti di FT attraverso LinkedIn. Mi rispose il responsabile dell’ambito commerciale, che mi invitò negli uffici del giornale per parlarne e si interessò alla mia ricerca tanto da chiedermi di inviargliela una volta terminata. Lo feci e così mi propose di lavorare per FT in modo da applicare le mie idee in azienda. Credo che questo sia il modo in cui bisognerebbe far valere e sfruttare le proprie tesi e ricerche per avere anche un riscontro con la realtà lavorativa».

Qual è il tuo obiettivo per il giornale?

«Vorrei che i ragazzi leggessero di più, che capissero il vantaggio che ti dà saper leggere un giornale, non solo per diventare cittadini più consapevoli ma anche per essere persone curiose, informate e con senso critico.
Quindi l’obiettivo principale è rendere i giornali rilevanti per i ragazzi come me, che ho 27 anni, ma soprattutto per i coloro ancora più giovani. E in secondo luogo democratizzare maggiormente i lavori all’interno del giornale oltre al giornalista, perché ci sono tante altre figure intermedie e carriere possibili nel mondo dei media che vale la pena esplorare».

Su che idee stai lavorando per attrarre un pubblico più giovane?

«Uno dei miei primi progetti è stato “FT Talent Challenge”, che coinvolge ragazzi di tutto il mondo all’interno di FT per lavorare insieme concretamente sul futuro del giornalismo e dei media. Altri progetti riguardano poi l’accesso delle scuole al nostro giornalismo in maniera del tutto gratuita, progetti quindi legati alla formazione».

Sei una giovane donna che ricopre un ruolo prestigioso per un giornale storicamente considerato più maschile. Hai avuto difficoltà nel vedere legittimato il tuo ruolo?

«No, ho avuto la fortuna di non vedere una differenza causata dal mio genere e da ciò si evince quanto è diversa la percezione di un brand come Financial Times, o in generale un giornale finanziario, rispetto alla realtà interna dell’azienda; noi abbiamo un ottimo gender balance sia per quanto riguarda le remunerazioni sia per il prestigio dei i ruoli ricoperti.
Questo però non avviene in tante altre realtà editoriali e in altre nazioni, come ad esempio l’Italia o la Spagna, in cui esistono differenze di genere soprattutto per quanto riguarda il pay gap, cioè la differenza negli stipendi tra donne e uomini».

Con la rivoluzione digitale si parla di crisi della carta stampata: quale sarà secondo te il futuro dei giornali?

«Sicuramente il giornale cartaceo come esperienza fisica sarà sempre più un’esperienza limitata nel tempo, non più quotidiana ma piuttosto da weekend e da approfondimento; si dovrà quindi aggiornare il formato, più curato nel design e nella grafica, ma soprattutto sarà molto più magazine e meno quotidiano. Per il giornale digitale invece credo che crescerà la commistione di video e foto con il testo, ancora più di ora. Più che di una rivoluzione parlerei di una evoluzione dei giornali, ossia l’evoluzione della percezione che si ha di questi e della loro funzione.
I giornali che sopravviveranno saranno soprattutto quelli che offrono un’informazione di qualità, cioè dati, analisi, contesto e che permettono al lettore di crearsi una coscienza critica, senza imporre verità presunte. Infine bisogna rinnovare i format e stare al passo con le nuove piattaforme, come anche TikTok o i podcast, per approcciare anche ai lettori più piccoli, sempre rispettando il proprio brand e senza perdere la funzione sociale e l’identità del giornale».

di Lucrezia Varrella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°211
NOVEMBRE 2020

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