Violenza oltre i protocolli…una realtà diversa

 

180 sono le donne che nell’ultimo semestre si sono rivolte allo sportello rosa attuato dall’Associazione VERI presso il Presidio Ospedaliero della Clinica Pineta Grande. E’ il dato emerso nel corso del convegno “Neanche con un fiore” che ha visto esperti del settore confrontarsi sul tema della violenza di genere, sugli strumenti di contrasto messi in campo e su quello che ancora c’è da fare.

Perché ancora molto c’è da fare se ogni anno 120 donne vengono ammazzate dall’uomo che diceva di amarle, 1 ogni 3 giorni.
Si tratta di un dato preoccupante soprattutto se si pensa che non tiene conto della violenza sommersa, ossia di tutte quelle donne che non trovano il coraggio di denunciare, neanche in maniera anonima.

Dopo innumerevoli e tragiche storie, si è finalmente lavorato a nuove norme per il contrasto alla violenza di genere con l’obiettivo di prevenire il femminicidio e tutelare le vittime. Contenute nel Decreto Legge 93/2013 e successivamente tradotte nella Legge n. 119/2013, hanno dato vita a numerosi protocolli e convenzioni con lo scopo di attivare e potenziare i soggetti istituzionali e non per la costituzione di un coordinamento permanente a difesa di minorenni, donne ed immigrati attraverso l’attivazione di procedure ben definite e condivise.

Tra questi, il Protocollo d’intesa in tema di maltrattamenti in famiglia, atti persecutori, violenze sessuali, sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina promosso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e con il patrocinio del Ministero delle Pari Opportunità che coinvolge numerosi soggetti.

Vengono delineati i reati e le aggravanti, le istituzioni competenti, le misure cautelari con gli obblighi di comunicazione, le intercettazioni ed i casi di procedibilità. Tutto ben definito anche se, non di rado, gli eventi sono difficilmente collocabili in un ristretto confine procedurale creando chiare difficoltà alle vittime.

Troppo spesso la bella teoria si scontra con la realtà. Dura, vera, amara. Come uno degli ultimi casi di cronaca locale.

Lei lamenta maltrattamenti da parte del marito. Lei, fragile e dolce, chiede solo di essere protetta da quell’amore oggi deviato da una patologia psichiatrica. Lui è a tratti violento soprattutto con lei che cerca di stargli accanto. Il suo corpo riporta i segni tangibili del racconto; la sua età conta ogni cicatrice e ferita aperta dello strazio vissuto.

Vorrebbe aiuto ma senza troppa burocrazia. Vorrebbe solo vivere serenamente gli ultimi tempi della sua lunga vita.
Le istituzioni intervengono ma non possono molto se la signora non formula denunce specifiche, circostanziate e senza attenuanti. Dopotutto lui è anziano, con patologia psichiatrica e non ci sono elementi certi che facciano temere il peggio.

Lei torna a casa e qualche volta cerca rifugio a casa dei vicini, almeno fino a che lui si calmi. Anziano e malato non può stare da solo nè accetta ricoveri in strutture. Altra esplosione incontrollata ed un colpo violento, troppo per la fragile donna che cade a terra. Solo allora sanitari e forze dell’ordine intervengono con forza. Solo in quel caso possono intervenire con la forza,  contro la loro volontà.

Entrambi all’ospedale. Lei, trauma cranico, intervento chirurgico, coma. Lui finisce, giocoforza, in psichiatria ma, contenuta la fase acuta, può essere dimesso dopo pochi giorni. Non può certo tornare a casa da solo e viene collocato in una struttura per anziani. Chiede della moglie, vorrebbe notizie che lo tranquillizzino e che, dopo qualche giorno, arrivano. Ma non sono buone notizie.

La signora non ce l’ha fatta e lui è il maggiore responsabile. O forse no! Probabilmente altri responsabili vanno individuati nell’impossibilità di attivare procedure alternative, pur nel rispetto delle norme, se in gioco c’è la vita umana!

Questa è la storia, una delle tante, e non ultima, vissuta sul litorale domizio e resa nota solo dopo il tragico epilogo!

Mina Iazzetta ed Annamaria La Penna

 

Ne abbiamo parlato nell’ultimo numero di Informare (anno XIV n. 160, pagine 38 -39) ma la storia non finisce qui.

Il marito, causa dell’incidente che ha procurato la morte dell’anziana signora, non si è più ripreso dalla notizia della fine della moglie a cui, nonostante tutto, era molto legato. Si è chiuso in uno scrigno tutto suo, forse colpevolizzando se stesso dell’accaduto o magari rimproverando in cuor suo chi potendo non ha fatto nulla per impedirgli quanto è avvenuto.

Nessuno saprà mai quali pensieri abbiano oscurato la sua mente, nessuno è più riuscito a mettersi in contatto con l’anziano triste che si  lasciato andare, sempre più lentamente fino a cedere ed abbandonarsi all ‘oscuro più assoluto.

Ci piace immaginare che abbia chiesto perdono alla sua amata, che magari l’ha voluta raggiungere per chiederle perdono come non è riuscito a fare in vita. Magari.

Noi ci auguriamo che episodi del genere non capitino più e che ognuno  possa avere uno spazio immenso nel suo cuore  per contenere dei bei ricordi, abbracci e carezze. Non rimpianti per il male fatto, per i colpi inferti, sul corpo, nel cuore, nell’anima.

Alp

About Annamaria La Penna

Pedagogista, si occupa di educazione, formazione e ricerca universitaria prevalentemente nell’educazione degli adulti e del Life Long Learning. Assistente Sociale, mediatrice familiare e consulente tecnico esperto in servizio sociale forense, è impegnata nei servizi e nelle politiche sociali dal 2001. Ha collaborato con alcune testate, tra cui Viewpoint, magazine di promozione culturale umbro (dove nasce e si forma) fino a giungere nel 2016 nella grande famiglia di Informare, dove ricopre il ruolo di caporedattore e direttore organizzativo. Iscritta agli Ordini professionali degli Assistenti Sociali e dei Giornalisti Pubblicisti della Campania. Obiettivo personale e professionale: con passione e dedizione, continuare a migliorare in qualsiasi cosa faccia.