LE NEUROSCIENZE CI INDICANO UN PERCORSO

La violenza nella relazione di coppia e nella famiglia rappresenta un’emergenza ed un costo altissimo in termini di danni sociali, sanitari e morali/affettivi. La casa da santuario della famiglia, luogo in cui proteggere e vivere i propri affetti, rischia talvolta di essere scenario delle più efferate manifestazioni di violenza intrafamiliare.

Fermo restando che la necessità di avere uno strumentario giuridico affidabile e coerente con lo scopo che si prefigge, cioè la tutela del benessere e della incolumità dei soggetti vittime di violenza domestica, credo sia fondamentale discutere degli strumenti in possesso delle scienze psico-criminologiche, che possano essere di supporto agli operatori, e non solo, della salute mentale, per mettere in atto tutti i percorsi di prevenzione e di cura.

Tra i reati di violenza domestica troviamo le percosse, le minacce, l’istigazione al suicidio, lo stalking, la cognizione e interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telefoniche, fino ad arrivare all’omicidio.

Non mi soffermerò sull’analisi dei dati statistici che descrivono e quantificano suddetti reati (dati drammatici), non perché ritengo sia superfluo, ma perché questi dati sono da tempo noti alla maggioranza degli italiani. Cercherò di rispondere ai quesiti che tutti noi ci poniamo.

È davvero possibile prevenire la violenza domestica? Vi sono degli indicatori specifici che possono aiutarci nell’individuare le persone a rischio? Può la criminologia clinica essere di supporto ai soggetti che prendono consapevolezza di avere problematiche inerenti le emozioni distruttive? Quali sono le caratteristiche psichiche degli abusanti e dei violenti?

Prima di provare a rispondere a queste domande, ritengo sia giusto fare una premessa: “seppure riuscissimo a trovare le risposte, sarebbe realistico pensare di poter impedire e controllare questi reati?” La risposta a questa domanda, rischia di scoraggiare.

Gli indicatori di rischio sono parametri qualitativi, che rilevano lo stato di salute o di tossicità di una relazione familiare/affettiva.

Tra questi parametri c’è il ruolo delle emozioni quali rabbia e gelosia, la durata della relazione, e infine le capacità di comunicazione e problem solving esercitate dai partner. Un altro indicatore fondamentale sono gli stili di attaccamento, cioè quel processo/sistema dinamico di atteggiamenti e comportamenti, che contribuisce alla formazione di un legame specifico tra due persone.

Analizzando i racconti delle persone che sono rimaste vittime di violenza domestica, emergono alcune caratteristiche comportamentali peculiari di chi abusa e perpetra atti di violenza, come, ad esempio, generare l’isolamento sociale della vittima, umiliare pubblicamente, temere l’autonomia della vittima, usare i figli per raggiungere i propri scopi e negare la manifestazione di violenza.

Nel caso di famiglie dove ricorrono violenze ed abusi, l’impatto negativo sui bambini può avvenire sulle loro competenze socio-cognitive e sul riconoscimento e la comunicazione delle proprie emozioni, impatto verificabile anche a livello neurologico; carenze affettive ed esposizione alla violenza sono associate con riduzione del volume della materia grigia e bianca.

Le neuroscienze ci indicano un percorso clinico possibile da attuare con individui che pongono in essere e reiterano atteggiamenti violenti. L’approccio usato è quello della “mentalizzazione” che rappresenta un elemento fondamentale dello sviluppo psicologico dell’adulto: ossia la capacità di avere una “teoria della mente” che guidi nella comprensione degli stati mentali e dei comportamenti propri e altrui, concetto molto simile all’empatia.

Le ricerche neuro-scientifiche mostrano che nelle situazioni di stress emotivo emergono le difficoltà di mentalizzazione e che con un approccio clinico mirato alla regolazione degli affetti è possibile modulare gli impulsi in modo da favorire l’adattamento e la soddisfazione nelle situazioni dove si è portati ad agire concretamente la violenza.

La “mentalizzazione” può aiutarci, quindi, a provare empatia per gli stati mentali altrui ed a prendere coscienza dei lati più oscuri della nostra mente.

di Raffaele Russo
Criminologo

 

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email