Vincenzo Santillo: non chiamatemi sportivo

Angela Di Micco 29/07/2023
Updated 2023/07/29 at 10:41 PM
6 Minuti per la lettura

Vincenzo Santillo tra i partecipanti alla Badwater 135 e vincitore a marzo della Race Across Apulia non ama essere chiamato sportivo. Quando partecipi però ad una delle ultramaratone più estreme non puoi non ritenerlo tale.

In California, il giorno della festa nazionale, ogni anno prende il via una delle gare considerata dagli esperti tra le più dure al mondo: la Badwater 135: 217 km con un dislivello positivo di 2530 metri e negativo di 1433 metri, con temperature oltre i 50 gradi ha lo start in uno dei luoghi più caldi del pianeta.

Si è partiti infatti dal Badwater Basin 85 m sotto il livello del mare fino ad arrivare, correndo su asfalto per 217 km presso il portale di accesso al percorso trail verso la vetta del Monte Whitney, a quota 2530 metri.

«Non mi sento uno sportivo. Corro per quel senso di libertà, di azione e di pensiero».    

Si presenta così Vincenzo Santillo, 25 mo posto in 33h47’49” alla Badwater 2023 e nelle sue parole traspare subito quella sensazione di benessere che, solo chi corre è in grado di capire.

«Ho iniziato un po’ come tutti forse, ognuno ha poi le proprie motivazioni. Avevo bisogno di perdere del peso in eccesso. Ho iniziato con una camminata veloce fino a percorre i primi km».

Le motivazioni, son proprio quelle, infatti, che ti spingono al “fare”: ad alzarti presto la mattina o ad allenarti dopo una giornata di lavoro per smaltire lo stress. I runner lo sanno: la corsa non ti regala niente. Ti rende ciò che ti sei guadagnato con sacrifico e determinazione.

«Mi sono appassionato sempre di più e l’incontro con altri runner ha aperto la porta delle gare.

Ho partecipato a gare di 10, 21 e 42km fino alle ultramaratone, tenendo sempre a mente il mio obiettivo: la libertà di azione e di pensiero».

In genere un atleta, sia principiante che professionista, segue un preciso allenamento ed una specifica alimentazione per avere migliori performance.

«Quando vado a correre non conosco mai il percorso ed il tempo che impiegherò. Se seguissi le classiche tabelle mi sentirei in gabbia. Posso definirmi un autodidatta perché ho bandito allenamenti prestabiliti e cronometro e non segue diete specifiche. Ognuno conosce il proprio corpo e non tutti i giorni possono essere proficui per un ottimo allenamento. Per questo ho iniziato a correre “a sensazione” cioè ascoltando il mio corpo fermandomi quando mi diceva di fermarmi.

Mi nutro di tutto. Solo prima di una gara cerco di alimentarmi un po’ più correttamente ma solo per non incorrere in malesseri.

È come un fiume in piena il racconto di Vincenzo della sua ultima performance, e ti coinvolge in quel turbinio di sensazioni ed emozioni.

«La Badwater è stata una gara molto sentita, non solo sul piano fisico. Solo tre italiani sono stati però selezionati per andare in California ed affrontare la più grande impresa podistica esistente al mondo. Un caldo spaventoso con una temperatura che ha raggiunto più di 53 gradi, arrivando a superare i 70 gradi sull’asfalto. La partecipazione a queste gare richiede una buona organizzazione e degli sponsor che ti aiutino con le spese perché i costi sono veramente eccessivi. Purtroppo, i miei si sono ritirati e rischiavo di non poter partecipare alla ultramaratona e realizzare il mio sogno. È iniziata così una gara di solidarietà perché tutta la struttura organizzativa che ruota intorno alla partecipazione alla gara è assai complessa, i costi elevati e i requisiti richiesti sono molto rigidi».

Come spesso accade la condivisione è il collante per il raggiungimento degli obiettivi.

«Fortunatamente la mia comunità si è autotassata racimolando la cifra che occorreva per le spese di partecipazione e viaggio. L’avventura non è iniziata nel migliore dei modi però. Ho perso il volo e ne ho dovuto prenotarne un altro. Non ero preoccupato per la gara ma per gli imprevisti che comunque si possono manifestare e per il jet lag. Mi ha aiutato molto il supporto psicologico della mia compagna, del portafortuna custodito gelosamente di mio figlio e dell’assistenza della mia società ASD Reggia Running. Ero consapevole di poter arrivare fino alla fine della gara e di tagliare quel traguardo nonostante la grande fatica fisica. L’ultimo miglio è stato quello che mi ha fatto prendere coscienza della realizzazione del sogno. Ho ripassato nella mia mente tutti i momenti particolari per arrivare fino in California.

L’aver percorso quella strada attraversando il Furnace Creek, il Passo di Townes, il Passo di Panamint, Lone Pine, il Lago di Owen e il taglio del traguardo mi ha dato una fortissima ed indescrivibile emozione.

Trovarmi lì, aver onorato il mio paese, la mia terra, il mio SUD ed aver percorso tutta quella strada mi ha dato molta soddisfazione».

Si dice che la corsa sia un viaggio nel proprio “io”. Questo è stato il viaggio di Vincenzo Santillo.

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