Vincent Van Gogh: l’odore assordante del bianco

Un genio, un artista, un pittore. In sole 3 parole: Vincent Van Gogh.

Ma dietro questi connotati, dietro questi appellativi, vi era sempre un uomo; un uomo travagliato da sogni misti a realtà, sconcertato dalla bellezza della natura, che spesso viveva solo nei suoi ricordi.
Dei suoi ricordi viveva, soprattutto nel periodo di reclusione, nell’ospedale psichiatrico di Saint Paul. Solo attraverso di essi poteva sfuggire dal bianco assordante delle pareti; o erano proprio quei ricordi a devastarlo maggiormente?
Un pittore costretto a vivere immerso nel totale bianco, la tortura peggiore di tutte per un uomo il quale era immerso, invece, nei colori. I colori gli penetravano negli occhi e ne uscivano dalla punta del pennello, ma in quel bianco, in quella solitudine e privazione della libertà, non c’era spazio nemmeno per i colori.
Lo spettacolo riprende sin dal titolo il tema centrale, “L’odore assordante del bianco” ed inizia nella stanza di un manicomio dove prende vita un dialogo serrata tra Van Gogh e suo fratello Theo.
Una visione la presenza del fratello o realtà? Dopo l’esperienza devastante dell’ospedale psichiatrico e le allucinazioni continue lo stesso Vincent dichiara:
“Quando i miei occhi incontreranno le cose, dovranno sempre e comunque dubitare”.
Ed è giusto che sia così, perché in effetti era una visione. Come tutte le cose che vedeva e immaginava nell’ospedale, come le stesse che si figurava prima di dipingere; ma ora mettere i pensieri su tela era proibito.
Almeno con loro avrebbe potuto comunicare, lo avrebbero aiutato più di tutte le pratiche “mediche”, se così si possono chiamare, a cui lo costringevano nell’ ospedale. D’altronde, dice Van Gogh:
“I quadri hanno più voce delle persone”.
I quadri urlano, ridono, piangono. I quadri ci mostrano una realtà dietro le apparenze. I pittori soltanto la riescono a cogliere, ma non sempre vengono compresi.
Lo spettacolo dunque è non soltanto un oggettivo grandangolo sulla vicenda umana dell’artista, ma anche un’indagine che ne rivela uno stadio sommerso. Nella devastante neutralità del vuoto Van Gogh rivela e racconta la sua disperazione, il suo ragionato tentativo di sfuggire all’immutabilità del tempo e all’assenza del colore alla quale è costretto. Un testo travolgente, vincitore del Premio Tondelli per la “scrittura limpida, tesa, di rara immediatezza drammatica, capace di restituire il tormento dei personaggi con feroce immediatezza espressiva” è ricco di spunti poetici, offrendo considerevoli opportunità di riflessione sul rapporto tra le arti e sul ruolo dell’artista nella società contemporanea.
Interpretazione magistrale quella di Alessandro Preziosi, il quale si è immedesimato dell’artista, recitando un’ora e mezza senza sosta e esprimendo col volto, il tremolio degli arti, la postura il travaglio non solo psicologico, ma anche fisico del pittore olandese.
Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco deve essere definito giustamente un thriller psicologico e così almeno lo definisce lo stesso regista Alessandro Maggi.
L’ assordante rumore del bianco e del vuoto in cui è rinchiuso Van Gogh, ovvero il manicomio, viene rappresentato da una scenografia completamente bianca. Ma se si presta attenzione al bianco, non è completamente vuoto, parla con i suoi dettagli: vi sono gli inconfondibili tratti del “Campo di grano con volo di corvi” che appaiono in bassorilievo sullo sfondo. Non solo, il bianco è interrotto anche con riflessivi giochi di ombre sulle pareti, è il bianco stesso a diventare scena, sono le ombre che diventano personaggi.

di Flavia Trombetta

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°203
MARZO 2020

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