Il viaggio: Petrino Pococacio e l’olocausto degli Herero

Donne Herero

Tratta da una storia vera.

 

E poi uno si sveglia e vuole viaggiare come se fosse un uccellino. Andare dovunque. Senza alcun limite di tempo. Figurarsi lo spazio. Viaggiare per curiosità senza scomodare Abramo che lo faceva per comando divino o Ulisse che lo faceva per il ritorno.

La Terra è piccola: una pallina da tennis. Io parto.

E come parti? Comodo.

Si, comodo. Ma quale comodo? “Come parti” inteso con quale mezzo? Nave? Aereo? Bicicletta? Auto? Auto, con l’auto, parto con l’auto.

E dove vai? In Africa.

Ma l’Africa è grande, dove precisamente? Precisamente… precisamente… in Namibia ecco vado in Namibia. Ormai l’ho detto. E mi è uscita la Namibia senza che pensassi a qualcosa di preciso. Una risposta d’istinto. Vado in Namibia con l’auto. Una Renault 4 di colore rosso, buona per tutto: caffè con Marlboro light, pennichella, musica rythm’n’blues, ripasso di “storia delle dottrine politiche” di Sarubbi, pranzo nuziale ristorante “al boschetto”, scampagnata di pasquetta al monte Matese ed ora anche per un viaggio in Namibia.

Basilicata, Calabria, Sicilia, nave di trasferimento per Tunisi, e poi la parte sahariana dell’Africa (Algeria e Niger) non me ne sono neanche accorto, costeggio l’Oceano Atlantico nei territori di Nigeria, Camerun, Guinea Equatoriale, Gabon, Congo, Angola. Guardo il mare, lì in lontananza vedo balene e non mi fanno paura. Guardo le foreste, si muovono le foglie, leoni, gorilla, elefanti e mi fanno tanto paura.

Arrivo nel territorio della Repubblica della Namibia nella tarda mattinata del quindicesimo giorno di viaggio. Mi fermo ad Opuwo, una cittadina di 5.000 abitanti, nell’area del Kaokoland di una delle 13 regioni dello Stato: il Kunene che si trova nella parte nord-occidentale del paese. Meraviglia dell’Africa – cui la Namibia ne espone le contraddizioni climatiche e geomorfologiche – la zona è rocciosa ed ha un clima arido – puoi farti la pipì addosso ma non ci saranno le prove che sei un pisciasotto – ma è attraversata da numerosi corsi d’acqua con le cascate più alte della Namibia, le Ruacana, grazie al fiume che da il nome a questa regione: il Kunene. A pochi chilometri la famosa Skeleton Coast (costa degli scheletri), il tratto di spiaggia della Namibia settentrionale tra i fiumi Kunene e Swakop, il luogo in cui il deserto confonde il mare e cattura le navi di passaggio e poi le insabbia. Il popolo dei Boscimani chiamavano questo posto “la terra che Dio ha creato con rabbia” mentre i Portoghesi, cattolici e timorati di Dio ne addossavano la colpa al diavolo, indicandola come “As arejas do Inferno” (le sabbie dell’Inferno).

Opuwo, nella lingua locale, significa “la fine” ed è un buon inizio per un racconto. Bisognerebbe partire sempre dalla fine. Vi è una chiesa, un ospedale, alcuni negozi alimentari, poche abitazioni, un distributore di benzina ed un benzinaio che mi guarda. Nero come la pece lui e bianco come il latte io. Mi scruta, credo che voglia trovare un modo per comunicare, questa è gente cortese che ha compreso bene il valore aggiunto del turismo. In Namibia i turisti noleggiano le auto e possono girare senza guide, le strade sono ben tenute ed i punti di ristoro ben collocati sulle strade asfaltate. Un paese libero. Il benzinaio sta cercando le parole standard per un “benvenuto” o un “cosa serve” in inglese o, forse, in tedesco. Qui vi è stata una lunga colonizzazione del secondo Reich di Bismark. Spalanca un sorriso – io penso che ha capito come interloquire – «Certo, che si leciu!». Il suo nome è Petrino Pococacio ed è di Terni. La sorpresa è sorpresa. In Namibia un namibiano nato, cresciuto e pasciuto a Terni, nella verde Umbria di San Francesco e San Benedetto (e senza offesa per Santa Chiara) ed emigrato all’inverso dei propri bisnonni dall’Europa all’Africa. Sono ancora a bocca aperta e Petrino incalza «Ma chi t’ha covatu, lu billu?» ed, ancora, «Si lu meio ficu de lu bicunzu». Alle mie perplessità sul suo status di emigrante europeo per l’Africa sud-occidentale è chiaro «Quanno tu magnavi le patate io già steo magnanno li gnocchi».

Mi spingo alla domanda. Una domanda piena di contraddizioni e di ipocrisie, ma da una domanda si parte. «Che ci fa un benzinaio ternano di colore in Namibia?». Non mi veniva di meglio ma un discorso deve pur iniziare in un modo.

«Italiano ipocrita, Sci…eh noooo…e che vengo da Norcia? Non sono di colore. Di un colore qualsiasi inqualificato. Io ho la qualifica del colore. Sono di un colore, come tu lo sei di un altro. Sono scuro. Sono negro. Ho vissuto a Terni, la mia famiglia è vissuta a Terni, ma appartengo al popolo degli Ovaherero. Sono un Herero. L’unica cosa che hai indovinato è il mestiere. Gli Herero hanno vissuto l’Olocausto prima di tutti gli altri. Il novecento inizia con il genocidio degli Herero e dei Namaqua nel 1905. Siamo stati sterminati prima di tutti. Solo dopo di noi il Medz yeghern (“il grande crimine”) degli Armeni, la Shoah (“la catastrofe”) degli Ebrei ed il Porajmos (“il grande divoramento”) degli zingari, il popolo di lingua romanì dei Rom, dei Sinti, dei Kalè e dei Romanichals. E la nostra tragedia non ha un nome perché nella nostra lingua, nella lingua bantù non esiste questa parola. Quando questo avvenne nel 1905 ad opera dell’esercito tedesco del generale Von Trotha, una piccola parte dei 15.000 sopravvissuti – eravamo 80.000 – scappo ad avvertire gli altri popoli al nord del mondo: L’uomo era impazzito. Chi in Italia, come la mia famiglia, chi in Germania, chi in Francia ed ancora altri nei Balcani, in Polonia ed in Russia. Ma arrivammo tardi. E quando arrivammo in tempo non trovammo le parole giuste per spiegare quello che ci avevano fatto. Nella lingua bantù non esistevano parole per esprimere i campi di concentramento a Shark Island, vicino alla città di Luderitz, non trovammo le parole per descrivere un uomo che spara a vista donne e bambini. Non le trovammo».

Ancora oggi nel deserto del Kalahari i venti portano alla luce cadaveri essiccati di ovaherero che arrivarono a scavare fosse più profonde di 12 metri per trovare l’acqua. I coloni e l’esercito tedesco nella battaglia di Waterber non uccisero i sopravvissuti ma li spinsero nel deserto.

Il popolo degli herero è un popolo di allevatori e viaggiatori. Arrivano nel Kaokoland namibiana dalla zona africana sud-orientale dei grandi laghi della Tanzania ed è l’unica specie umana che nasce dalle radici di un albero, l’Omumborombonga, il cui legno è talmente pesante che non galleggia. La prima donna, Kamungarunga, nasce insieme al proprio uomo, Makuru, dalle radici dell’albero di piombo e non da una sua costola.

Le donne sono talmente belle che le mogli dei missionari tedeschi dell’ottocento dovettero coprirle con i propri abiti ed oggi quei vestiti costituiscono l’abito tradizionale: una crinolina, struttura rigida a gabbia che sostiene e rende gonfie le gonne, con una serie di sottogonne ed un copricapo a forma di corno che richiama le corne dei bovini di cui sono allevatori. Le donne herero sono le più eleganti dell’Africa.

Gli ovaherero non si rivolgono direttamente al proprio dio Ndjambi Karunga, lo fanno tramite gli antenati morti al cospetto del sacro fuoco nell’Okuruo, il santuario al centro del villagio. Ndjambi è talmente gentile ed amorevole che ad ogni morto da un ruolo. Tutti sono utili. Nessun morto in paradiso è disoccupato.

Tra il 1904 e il 1907 con la “vernichtungs-politik” di Bismark – politica di annientamento – i morti furono tanti, ma così tanti, che fecero tanto di quel chiasso che Ndijambi Karunga non li sentì, pur essendo un dio gentile e benevolo.

Anche in Africa, a volte, Dio non ascolta, “fa lu muffu”.

di Vincenzo Russo Traetto