I ghetti di Caserta: quelli che la politica non osa nemmeno attraversare

Ogni storia narrata in questo articolo, si basa su dati reali.
I personaggi sono ispirati a storie e vicende accaduti nel corso degli ultimi trent’anni di abbandono.
Ghetto balcanico ex Cirio
Anche ieri sera Ivanka si è vestita per andare a battere sui viali di Mondragone. E’ uscita alle undici di sera con la sua gonnellina bianca come gli stivali di plastica che le mangiano i piedi, fino a farglieli sanguinare. Il suo protettore è ai domiciliari e allora è stato Piotr, il fratello della ragazza, ad accompagnarla sul posto di lavoro. Dietro la seconda rotonda, dopo la litoranea del mare. Comodo come orario, perché anche Piotr esce prima della mezzanotte per andare a prendere servizio in un’azienda agricola che lo paga quei pochi spiccioli utili ad assicurarsi pranzo e cena.
A pagare il fitto al “signore grasso che viene da Napoli”, come lo chiamano i ragazzi bulgari infilati di nascosto in questi appartamenti, ci penserà Ivanka. Castana, esile, ma altissima, frequenta solo sue connazionali e passa chiusa in casa le ore di libertà dal lavoro che la schiavizza. Sono tutti comunitari, hanno documenti in regola e possono muoversi come gli pare in Europa ma, quando arrivano alle porte di Mondragone, l’imperativo dei caporali deve essere rispettato, altrimenti non si troverà nemmeno un garage infestato dai topi, per dormire sul litorale. Niente contratto di lavoro e, soprattutto, niente foglio di regolarizzazione del fitto per la casa nei palazzoni ex Cirio, a due passi dalla spiaggia di Mondragone. Diventano la più clamorosa stranezza vivente che circola nei paesi della Comunità Europea: tutte le carte in regola, ma invisibili se arrivano in provincia di Caserta, per trovare lavoro e casa. Alle donne straniere, la carriera del marciapiede arriva addosso in sette casi su dieci. Non c’è alternativa. O resti aggrappato agli scogli dello sfruttamento più criminale, oppure non ti faranno trovare nemmeno i bagagli che portavi con te dai Balcani. Ti ruberanno prima quelli, poi verrà il momento di toglierti l’anima, con continue richieste di soldi e fitti in nero. Una vita da disperati, inanellati in quei palazzi senza cuore che guardano il mare, senza fartelo mai respirare. Tu sei qui, ma nessun registro avrà il tuo nome segnato nelle pagine, nemmeno un accenno alla tua permanenza in questo paesone di caseifici climatizzati e case per le vacanze che, in inverno, sembrano anonimi ricoveri di ombre inquiete. Questo è uno dei pochi ghetti d’Europa che si sviluppa in altezza e allora lo vedono tutti, da ogni punto della città. E, quasi fossero minareti di odio, cattedrali della mancata integrazione che servono a tacitare le coscienze di chi sa che i problemi sono altri, sono sempre merce ricca per innescare contestazioni, per buone manovre di manipolazione politica, centenarie promesse di risanamento, mentre si pensa, invece, che quei disperati infilati nei palazzoni torneranno sempre utili a qualche candidato per aizzare i sentimenti comuni contro il bulgaro che non paga l’affitto. E, invece, Piotr lo paga due, anzi tre volte. Niente come quelli che, a pancia piena, fanno comizi per dare addosso alla comunità di fantasmi dei Palazzi Cirio a Mondragone. Piotr, con quella sua enorme voglia di fragola che gli occupa quasi tutta la guancia sinistra, paga il fitto al proprietario del suo appartamento. Ma in nero, condividendo il poco spazio con altre sei persone. Tre ragazze bulgare e tre uomini rumeni che non ci sono quasi mai, sfruttati anche loro nelle campagne che vanno verso l’entroterra aurunco. Poi, quando guadagna i suoi trenta euro al giorno, per tredici ore di lavoro nei campi roventi, deve darne almeno sei ai caporali, senza batter ciglio, altrimenti loro saprebbero dove rintracciare sua sorella Ivanka e farle così male da renderla inadatta a ogni lavoro. Persino a quello da marciapiede. Ma non finisce qui l’inferno di sopraffazioni e tributi estorti con la minaccia. Anche gli spacciatori che girano intorno ai palazzi Cirio, se ti trovano e capiscono che sei un fantasma bulgaro, vogliono un’offerta per lasciarti tranquillo. Non hai scelta, o stai nella schiacciante marginalità, o offri la tua mano alla più pericolosa criminalità. Non esiste una terza via, nemmeno per Ivanka. O puttana o taglieggiata dai proprietari di case e marciapiedi. E guai a parlare, non puoi denunciare, perché ti toglierebbero quel poco che hai messo da parte, lavorando da schiavo.
Destra Volturno
C’è uno slargo occupato da sabbia e rifiuti, alla fine del viale che porta alla spiaggia. Dietro un bidone azzurro, mezzo consumato dal sole e da anni esposto ai sali acidi del mare, spunta una panchina. O, almeno, sembra qualcosa che assomiglia a una piccola seduta per bambini. È arancione, forse è solo il riverbero del bel rosso che aveva prima di essere sommersa dall’immondizia. Se ti ci siedi, guardati intorno per cautela, ma fissa lo sguardo, soprattutto, sul cartello che hai di fronte. È l’unico superstite di questa mutazione. Si è salvato per l’altezza e per l’acciaio che lo sorregge. Però, non lo ha risparmiato il sole infame che qui impasta l’asfalto a oltre cinquanta gradi, per almeno sei mesi l’anno. Nemmeno il cartello che sbuca di fianco alla panchina è riuscito a mantenere i colori che aveva otto anni fa. Sembra malato di parassiti che mangiano il ferro. Guardati bene intorno, per sicurezza e guarda anche bene il pezzo di metallo con le scritte impresse. Non sono buchi di parassiti, ma una sventagliata di arma da fuoco che lo ha quasi spezzato in due parti. Ma regge anche con i lembi legati da un filo di ferro maculato di ruggine nerastra, come tutte le cose da queste parti. Persino il nome di questo posto è solo una coordinata da carta cartina ingiallita nelle mappe municipali.
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Destra Volturno, senza nemmeno un briciolo di passato dignitoso, preso in prestito dagli annali storici. Solo una direzione, a destra del fiume. Anzi, dentro al fiume perché sul cartello c’è scritto che i bambini non possono avvicinarsi. I Casalesi mandarono due loro ditte a costruire questa villetta comunale, incastrata tra i canali di scolo dei depuratori. L’acqua si infiltrò nel cemento, la mafia lo fece nell’Amministrazione di Castel Volturno che venne sciolta nei primi mesi del 2012. Sullo slargo, proprio sopra al cartello con i fori da proiettile, furono costretti a scrivere che i bambini non potevano avvicinarsi perché la piazzetta era stata costruita così male da far rischiare ai piccoli di annegare, se solo si fossero avvicinati alle giostrine. Dietro, appena dopo il cumulo di sacchi neri lasciati lì in pieno inverno, si muove una figura con i capelli cortissimi, quasi rasati a zero. È Maria Assunta, una delle tantissime donne che scontano i domiciliari nell’unica abitazione disponibile, tra mura infiltrate d’acqua piovana e pavimenti che non esistono quasi più. È persino difficile prendere sonno di notte, perché gli insetti ti arrivano fin sopra le lenzuola. Aprire le finestre per far passare l’aria è impossibile. Dal buio dei canali potrebbe sbucare chiunque o qualsiasi cosa. Maria Assunta è sola, perché single e i servizi sociali hanno preso in affidamento i suoi bambini. Sola, per modo di dire. In altre strutture che una volta dovevano almeno rassomigliare a case a schiera, alla fine di una strada con i lampioni tutti rotti e buche così profonde da spezzare le gambe, ci sono altre donne agli arresti domiciliari. Quasi tutte sole nei giorni da scontare sui balconi arrugginiti. Qui, si nasce già ghettizzati, non c’è bisogno di percorsi di crimine e latitanza. Qui, le mamme non hanno più figli, i figli non conoscono più le madri, fino a quando non finisce la misura restrittiva. E, quando hanno la fortuna di ritrovarle, redivive dopo anni di notti tossiche, non le riconoscono più.
Fuori, a pochi metri dai balconi di ruggine e mattoni spaccati, è impossibile mettere piede, soprattutto quando si abbassa il sole soffocante. Qui davanti, è sorto uno dei più grandi centri di spaccio d’Europa. Di sera non li vedi nella penombra, senti solo la gomma dei loro scarponi da ginnastica che schiaccia il ferro dei cancelli, scavalcati per occultare ogni tipo di droga in un “parco abbandonato” di oltre quattrocento unità abitative. L’inferno. Tu prega, anche se non credi, prega di non trovarteli mai di fronte, nella loro corsa tra nascondiglio e quadrivio di vendita, a due passi dalle rotonde della Domitiana. I Kalifoo, come i nigeriani chiamano le piroette stradali tra Castel Volturno e l’arteria di sangue nero che taglia tutta la litoranea del mare casertano. Maria Assunta può solo stare dietro le vecchie persiane avvolgibili. Dalle cinque della sera, non può più uscire perché se vedesse cosa fanno gli spacciatori, sarebbe la fine. Per lei e per tutte le persone che abitano intorno alla villetta piena di immondizia.
Pescopagano
Le strade non hanno nomi, in questo quartiere stretto tra sabbie che è meglio non calpestare. Non per una dimenticanza degli uffici comunali, ma perché nessuno vuole metterci piede anche solo per piazzare un’insegna della toponomastica. Questa non è Italia, ma non sembra nemmeno un brandello di Africa, inventato a due metri dalla spiaggetta che divide Castel Volturno dai primi slum dei disperati di Mondragone. È la più terribile No Man’s Land che si possa attraversare nel Meridione, da vent’anni a questa parte. Le strade sono soffocate da un caldo che sembra divampare appena girata la prima traversa della Domitiana che porta qui, non esiste un’afa così da nessuna parte. E la bolla rovente di aria tiene in ostaggio le strade deserte, fino a quando non scende l’umido soffocante della sera. Dalle case arrivano rumori e urla che si alzano soprattutto in dialetto Igbo e Yoruba, le lingue nigeriane che avvolgono tutta Pescopagano, stringendo nell’angolo più scalcagnato gli italiani e i pochi Ivoriani che devono stare anche attenti a quale strada impegnare e, soprattutto, a che ora farlo.
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I boss africani del Black Axe, il più potente e spaventoso cult nigeriano che domina da questo quartiere di case bruciate e nere, non consentono ad altre etnie di transitare, se non a determinati orari. Perché nessuno veda ciò che avviene, soprattutto quando Idris corre da una traversa all’altra nella sua Ford, scortato da cinque gorilla neri. Come in quel pomeriggio di luglio del 2014, quando una scintilla tra razze diverse fece eruttare il ghetto di Pescopagano, tenendolo nelle mani dei gruppi criminali d’Africa per oltre una settimana. Blindato, proprio perché non è terra di italiani. A guardare bene, non è nemmeno terra, ma un posto senza coordinate. Non lo puoi individuare sulla cartina perché le case di Pescopagano sorgono anche in due sole nottate e si allargano a dismisura, fino a formare banlieu purulente che invadono i quartieri vicini. Idris è uno di quelli così potenti da avere una scorta personale, centurioni africani, grandi quanto armadi che non lo lasciano mai solo. Quel pomeriggio del 2014 uscì di casa saltando dal balcone al primo piano, senza farsi male. Aveva una katana giapponese in mano, di quelle che tagliano in due anche il ferro e, appena dietro, c’erano due suoi connazionali con i machete appena arrotati. Volevano fare irruzione nelle case di alcuni italiani, per prendersi le loro teste e portarle via come trofei di battaglia. Poche ore prima, in una colluttazione ancora avvolta da misteri investigativi, due africani erano stati presi a colpi di arma da fuoco perché sospettati di furto. Idris voleva distruggere tutto con le lame. Poi, la sera successiva, l’uscita dei neri dal loro fortino di ferro e finestre murate e il fuoco appiccato nella casa del vigilante italiano che aveva esploso i colpi verso i due extracomunitari. Senza pietà, fino ad arrivare a minacciare nella sua stanza una bambina che non capì nemmeno cosa stesse succedendo, tra fiamme e auto distrutte dal fuoco, sotto il lato italiano di Pescopagano.
Prova a entrare senza permesso nel cuore di questo quartiere, capirai che un ghetto ha odori nauseanti che non ti si toglieranno di dosso per mesi. Ti rimangono nelle narici e a nulla serve il mare dietro le case. Anche quello, come in tutto il destino di Pescopagano, non si sa di chi sia davvero e non si conosce a chi appartenga la spiaggia di strani fossi e dune che nascondono cumuli di chissà cosa. Fanno finta di accreditarsela, senza risolvere mai la contesa se non per transitori periodi elettorali, Castel Volturno e Mondragone. Iris, in questa sospensione criminale di ogni respiro umano, è l’assoluto padrone e ha una rete fitta di sentinelle che gli consente di sapere anche chi sia passato sulla Domitiana e a che ora. Con una precisione che rende Pescopagano un budello paramilitare, pronto a saltare in aria da un momento all’altro, intriso di miscela violenta e incontrollabile. Fino al 1990, i Casalesi potevano ancora sparare all’impazzata in un bar della zona, falcidiando vite africane e italiane, quasi fossero birilli per una macabra contabilità di dominio territoriale. Successe proprio il 24 aprile di quell’anno, quando gli uomini del clan mondragonese La Torre vennero a uccidere due persone, un italiano e un africano, sparando addosso anche a quelli incontrati casualmente per strada, lasciandone a terra senza vita altri tre. Prima, il controllo del narcotraffico del quartiere ghetto era nelle mani della camorra e la manovalanza era quasi tutta di pelle nera, sacrificabile sotto i copi dei mitra locali. Guai a sgarrare. Poi, Pescopagano è diventato troppo complesso da gestire e decifrare, persino per i camorristi casertani che, in una sorta di tacita frammentazione del territorio, hanno gradualmente perso carisma, agli occhi dei nuovi boss africani, entrati e blindati in quel ghetto.
Adesso, nessuno può mettere piede qui, senza che Idris e i suoi uomini non vogliano. Persino i generi alimentari che arrivano nelle buste di plastica dei vicini market multietnici vengono passati al controllo in una piccola dogana, ricavata da un vecchio deposito di bibite sulla strada. Questo non è nemmeno più un ghetto. E’ un pezzo di territorio che non esiste più, abbandonato nelle mani oscure di uomini che, per anni, non hanno mai mostrato la loro faccia.
Bagnara
Non è ancora chiaro dove finisca la sabbia e inizi l’acqua perché ogni casa si ritrova con il pian terreno sommerso dal mare, almeno tre volte l’anno. I bambini vanno a scuola con un gommoncino di fortuna e persino gli autobus di linea qui non esistono. Sei un emarginato in ogni condizione climatica, in tutte le stagioni. Non esisti per nessuno, la tua casa non esiste, la tua vita non ha diritti essenziali, nulla. Un quartiere di fantasmi che vivono in mura mai esistite per gli uffici comunali. Forse, qui ci sono persone più disperate dei neri clandestini della Domitiana. Sono addirittura più invisibili, se esiste una scala di gradazione della privazione di ogni regola civile.
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Bagnara è più uno stato d’animo oscuro che un luogo vero e proprio. È una spiaggia che per tre decenni è stata colonizzata da cemento e ferro abusivi. Venivi qui e ti costruivi la tua villetta direttamente sulla sabbia, senza alcuna autorizzazione. Non a due passi da mare, ma con il giardino che ti portava subito sulla prima onda. Un delirio di abusivismo unico in Europa. I controlli? Sono sempre stati inesistenti, come i diritti. Forse, in questo quartiere si è veramente concretizzato quel sogno clandestino di non attuare nemmeno un quantitativo sindacale dei diritti sanciti costituzionalmente. La visione è sempre stata orizzontale, non è mai esistita una scala sociale di valori o categorie. Chiunque poteva venire in questo quartiere, sottoposto rispetto al livello di fiume e mare, e costruire, dove e come avesse avuto voglia di fare.
Nessuno sarebbe mai venuto a controllare perché ogni attenzione era concentrata sulla nascita, anche quella abusiva, dello scintillante Villaggio Coppola: quasi due milioni di metri cubi di cemento, colati sulla pineta più bella d’Italia, senza nemmeno un foglio di autorizzazione.
La Polizia Municipale era troppo impegnata a guardare le gru dei Coppola girare sulle vette di alberghi abusivi di oltre sei piani, piuttosto che andare a multare le villettine fatte con cemento acquoso e tegole scadenti a Bagnara. Questa è una zona franca, è sospeso persino il diritto ad andare a scuola per i bambini. Lo decidono le mareggiate che, spesso, hanno portato via le case in piena notte. Babatunde lo sa benissimo e s’infila in questa bolla di diritti evaporati per lavorare con le sue ragazze, fino alle dieci di sera. Magari, in piena estate, si può anche arrivare a mezzanotte, perché le prostitute africane hanno un bioritmo forte e resistente e chi deve sfruttare vuole farlo fino alle ultime forze residue.
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Dentro tre villette con un bagno solo, otto stanze e cinque ragazze “in servizio”. Numeri che spaventano solo chi studia il dramma di africani che sfruttano ragazze arrivate fin qui dal loro stesso villaggio. Magari da ragazzini giocavano insieme, poi Babatunde è diventato l’occhio dell’organizzazione nigeriana che sfrutta le donne nere e queste povere affamate, senza più ore di speranza materna, sono state costrette a fare le puttane, nel quartiere più scalcagnato del litorale casertano. Sotto minaccia di riti voodoo e sciabole che possono tagliare gli arti al primo rifiuto di venderti per venti euro.
Si vive muro contro muro, sentendo persino i respiri notturni degli abusivi che di notte dormono nell’afa subsahariana che c’è a Bagnara. Stefano ha dieci anni e poca infanzia nel sorriso. Di mattina, raggiungere la scuola è un’impresa drammatica. Di pomeriggio, aiuta il papà nell’unico negozio aperto qui. Vendono di tutto, superando senza saperlo il concetto di bazar etnico. Dai pesci essiccati che piacciono ai nigeriani, alla frutta, fino ai quaderni a quadretti e materiale scadente per aggiustare tutto quel che si rompe, nelle case traballanti del quartiere. Qualcuno dice che il papà di Stefano possa anche metterti in contatto con “certe persone”, per acquistare automobili usatissime ma ancora viaggianti. Roba da targa che nessuno conoscerà mai, insomma. Basta avere il numero del cellulare che viene lasciato sempre in carica nel negozio e il mondo del commercio spicciolo non sembrerà più tanto lontano. Solo in questo posto, un bambino in età scolare ha come amiche di giochi due diciottenni nigeriane che fanno le prostitute nella villetta gialla di fianco. Solo a Bagnara può accadere che Stefano faccia i compiti in una stanza che appoggia al muro traforato di una casa di appuntamenti. E’ tutto normale. Sembra quasi che queste persone non conoscano altri cammini di sopravvivenza. E’ piena Italia, nel cuore del sud che, trecento anni prima, si impose per bonificare vite umane e città del Regno delle Due Sicilie. O forse no. Forse, anche Bagnara galleggia sulla piattaforma di acque extracontinentali che mettono i posti in condizione di non appartenere a nessuno.
Babatunde viene spesso a fare la spesa nel negozio della famiglia di Stefano. C’è da portare da mangiare alle ragazze che lavorano nelle connection house, piccoli appartamenti dove la prostituzione è cosa solo per maschi africani che vanno con donne africane. Un’idea dei primi nuclei paramilitari nigeriani, per tenere sotto controllo e far svagare una massa di oltre quindicimila clandestini neri che vivono in condizioni spaventose, in soli ventotto chilometri di litorale criminale. Stefano non lo sa, ma sta crescendo nella più pericolosa miscela multietnica. E, a ben vedere, nessuno sa che Stefano e altri bambini come lui, normalmente portano la spesa in case di prostituzione, gestite da clan africani spietati e perennemente armati. Nessuno lo sa perché nessuno sa che esiste un posto osceno come Bagnara.
Tanto qui la colpa è sempre dello straniero sfruttato, mai del padrone che sfrutta, magari grazie all’occhio chiuso di almeno tre generazioni di politici.
I ghetti sono ovunque così. Ribaltati nelle porzioni di colpe, rovesciano i ruoli di vittime e sfruttati.
E, soprattutto, in provincia di Caserta, la colpa sarà sempre di chi vive da invisibile e sottomesso, senza diritti, in quei posti che fanno paura anche col sole di mezzogiorno d’estate. Le responsabilità non saranno mai di chi sfrutta e di chi, da quasi quarant’anni, ha sempre finto di non vedere, di non sapere. Fino a quando le periferie non servono a canalizzare rabbie e a cancellare fallimenti di un intero sistema. In quel momento, il ghetto serve a tutti per compiere il miracolo: lavarsi la coscienza con lo sporco che ristagna dagli anni ’80 in ogni stanza abitata da disperati di ogni latitudine. Quelli che tutti continuano a non vedere, come fingono di non conoscere i nomi dei loro sfruttatori. Nomi che non verranno mai fuori dalla bocca di nessuno. Ogni ghetto casertano, serve a fare campagna elettorale, o magari a scriverci un libro da presentare il più lontano possibile da qui. Queste sono le uniche certezze, da queste parti, altro non esiste.
di Salvatore Minieri
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