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Vera Gheno è una sociolinguista. E andrebbe considerata come una scienziata che nel suo laboratorio, anziché dedicarsi alle più strampalate reazioni chimiche, si interroga su ciò che costituisce le fondamenta del nostro essere umani: il linguaggio.

Qual è il punto di vista da cui una sociolinguista osserva il mondo?

«Uno dei centri dell’esperienza umana è proprio la parola. Il fatto di studiare il significato meta-cognitivo della lingua è qualcosa che può dare una visione più nitida della realtà», e ribadisce: «Bisogna saper usare bene questa competenza».

Il monito di Vera non è da prendere con superficialità. “Parla come mangi” è ormai scaduto, sarebbe forse più corretto dire “Parla come scrivi”, o meglio “Scrivi come parli”, dal momento che da quando sono nati i social network, e da lì sempre di più, trasferiamo le nostre capacità comunicative sul digitale.

«La lingua è un organismo in continuo movimento», continua Vera «Già social-linguistica è obsoleto, fotografa un momento linguistico preciso che, di fatto, è già passato. Si tenta di afferrare qualcosa che, proprio per la sua essenza, sfugge continuamente tra le dita».

informareonline-vera-gheno-socialinguisticoDi Vera Gheno abbiamo letto “Social‑linguistica. Italiano e italiani dei social network”. Il suo è un testo rassicurante: nelle sue parole può trovare conforto chi teme che l’avanzamento tecnologico ci allontani sempre di più dal nostro vivere umano.

«Io sono favorevole alla presenza sui social», afferma «Da utente di lunghissimo corso vedo certamente i difetti di questa comunicazione ma, in realtà, non sono altro che storture umane che abbiamo trasferito in questo nuovo contesto.

C’è una visione superficiale, come se per forza i social dovessero essere adibiti al “cazzeggio”. Essi contengono esattamente ciò che ci mettiamo! Per me non andare sui social è dire: “Non vado più per strada perché possono verificarsi gli incidenti”. Dunque, escludersi da una fetta di conoscenza, e da una visione del mondo che oggi io penso sia davvero rilevante».

Il titolo del suo nuovo libro, “Tienilo acceso”, chiarisce ciò che Vera intende dire: «Con Bruno Mastroianni, co-autore del libro, invitiamo a trovare un equilibrio. È un po’ come la dieta alimentare, gli estremi – anoressia e bulimia da social – sono scorretti. Anche il digital detox, come il detox di una settimana, non serve a molto. Bisogna farne uno stile di vita. Anzi, trovare il nostro stile di vita nell’iperconnessione».

Cosa intende per “iperconnessione”?

«L’uomo è un animale sociale e vive di per sé in una rete di relazioni. Quello che è successo con internet è che questa rete, di per sé già complessa, si complica infinitamente perché acquisisce una nuova dimensione. Non si tratta più di stare vicini fisicamente, ma avere degli interessi in comune o condividere delle altre connessioni.

Dobbiamo, di conseguenza, reimparare a gestirla».

Crede che le emoticon possano aiutare a non fraintendere il senso di un discorso?

«È sicuramente uno dei tasti in più presenti sulla nostra tastiera espressiva. Le emoticon nascono dalla sensazione di limite che può dare la lingua scritta, cioè l’assenza della gestualità o del tono di voce. Ma non direi che possono sostituire queste cose. Sono sempre molto perplessa quando leggo alcune considerazioni di studiosi in cui ribadiscono che le emoji stanno rovinando il mondo delle parole. Ci abbiamo messo così tanti anni ad arrivare alla scrittura alfabetica, che non credo che l’abbandoneremo tanto presto».

È diventato virale il video di una signora che, in metro a Napoli, ha risposto con un turpiloquio a un ragazzo che aveva dimostrato atteggiamenti razzisti. La risposta del ragazzo non si è fatta attendere, ed è stata completamente sgrammaticata. C’è da soffermarsi di più su questo aspetto, o sul contenuto del messaggio?

«Sul contenuto, assolutamente. È una situazione informale di concitazione, quando litighiamo non badiamo molto a come dirci le cose.

Mi sembra molto sciocco e molto “grammar-nazi” soffermarsi sulla forma. Secondo me, la discriminante sulla quale i grammar-nazi non hanno chiarezza è che non si tratta di quanto bene si comunica, ma se lo si fa al massimo delle proprie capacità».

di Alessia Giocondo
Tratto da Informare Magazine Gennaio 2019