“Variazioni su Kafka” in Casina Pompeiana

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“Variazioni su Kafka” è il titolo della mostra dell’artista Nicola Pagano, allestita in Casina Pompeiana da 4 al 19 ottobre.

L’idea di fondo che l’artista ha perseguito è la contaminazione fra linguaggio letterario, in questo caso la fonte d’ispirazione sono gli aforismi kafkiani, e linguaggio pittorico, in particolare l’impronta artistica astrattista di Paul Klee e il linearismo di Gustav Klimt; in sintesi, si parla di un’autentica rivisitazione alquanto singolare e sui generis di alcuni movimenti artistici di fine Ottocento. Architetto di professione e insegnante di Disegno di Storia dell’Arte in diversi Istituti Superiori, Nicola Pagano nel corso del tempo ha assemblato le conoscenze tecniche ed artistiche con la passione per la letteratura e ha dato forma, così, al suo modo di concepire l’arte.

L’opera kafkiana di riferimento per la realizzazione del suo lavoro artistico è “Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza, la vera via”, il cui tema cardine sono i ‘demoni’, cioè le angosce e i turbamenti dell’animo umano, con cui l’uomo ogni giorno deve fare i conti per poter affrontare la vita.
L’esecuzione tecnica dell’artista è stata quello del graffito su sabbia. Perché questa particolare tipologia di rappresentazione? Pagano così ha chiosato a riguardo: «Il graffito è un gesto originario, primordiale; è il gesto dell’uomo primitivo che compie le prime tracce e che ha a che fare con l’immagine, col simbolo e con il linguaggio. È questo quello che lega il testo di Kafka all’immagine che ne ho fatto uscire».
Pertanto, fra il testo e l’immagine c’è un rapporto biuvinoco; non è possibile leggere un aforisma di Kafka senza interpretare un graffito di Pagano. Per questa ragione che la galleria esposta in Casina è stata concepita secondo questo parametro, ovvero, quello di affiancare le parole a un’icona, dove l’immagine comunica attraverso l’aforismo e viceversa.
A proposito dei ‘demoni’ che attanagliano l’animo umano, Enzo Pagano, fratello di Nicola, ha parlato di una sorta di «violenza del colore», attraverso cui l’artista estroflette tutto il suo estro ma anche la percezione che ha del dolore e della sofferenza incapsulata negli aforismi kafkiani.
Tra le trentadue opere esposte ce n’è una che meglio esterna e descrive la sfera psicologica ed emotiva di Pagano; l’aforisma che l’accompagna inizia così: «Non serve uscire. Resta fisso al tuo tavolo e disponiti all’ascolto. No, no, neanche ascoltare devi. Aspetta soltanto». L’opera prescelta dall’artista in cui si riflette di più è caratterizzata dalla profondità del blu e del bianco calcinato, colori che , a loro ta, caratterizzano i vortici delle spirali che rievocano i pattern della Secessione Viennese.
«Ero nel mio studio – ha spiegato Pagano – e ascoltavo gli aforismi» mentre era attinto a realizzare il suo graffito; è il rapporto diretto con l’aforisma che gli ha conferito un senso di meditazione profonda, tale da consentirgli di rappresentare i tormenti ‘labirintici’ che attecchiscono nell’uomo.
L’intera mostra di Pagano si è configurata, in effetti, come «un delirio che si contorce» ed è da questo tema che partono la narrazione di Kafka sull’uomo e la rappresentazione simbolica di Pagano; è una sintassi che ha origine dall’archetipo del graffito e che prosegue nel modo più contemporaneo possibile di fare arte, ovvero, quello di ‘giocare’ con simbolici vortici di colori.
Il dolore è un concetto universale che abbraccia l’uomo da sempre. L’artista non fa altro che dar voce a questo in base ai linguaggi e agli strumenti tecnici di cui dispone in una determinata epoca.
di  Sara Ramondino
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