Le cicogne. Chi le ricorda più? La forma, dico, la loro snella eleganza, i loro tempi che scandivano la fine dell’estate.

Intelligenti le cicogne: come molti uccelli, ai primi freddi lasciano i paesi del Nord dove hanno trascorso l’estate in frescura e si avventurano verso il caldo tepore dei paesi mediterranei. Ben sapienti, le cicogne preferiscono volare lungo la rotta ‘balcanica’ dove possono sfruttare l’aria calda prodotta dalle correnti ascensionali che si levano dalla terra. Chissà, forse è per amore di azzurro e di Bellezza che alcune di loro preferiscono, per nostra fortuna, la rotta mediterranea, sul mare, certo più faticosa.

Le cicogne sono davvero eleganti in bianco e nero, ma dove posano? Ricordo di aver visto agli inizi del Duemila alcuni stormi nelle aree ancora acquitrinose di Liternum, di averle ammirate nel Cilento dove il Parco ha ‘restaurato’ nidi sui comignoli per accoglierle, pur se loro, avevano preferito un traliccio di una linea elettrica a bassa tensione disattivata ad hoc. Per la Cicogna bianca del Vallo di Diano furono organizzati dal Parco i ‘Cicogna days’. Le ho viste in ordine sparso lungo il Volturno, poche e trascurate da tutti, come se la loro presenza non fosse un evento. E poi? Sono uscite dalla mia memoria-speranza per restare solo nella mia memoria-ricordo.

Poi, d’improvviso, un bel regalo (in tutti i sensi): l’Uzbekistan.

Ho avuto la fortuna (vera!) di attraversare il Paese in auto, con calma, tanta calma che mi ha permesso di guardare, scrutare, osservare la vita vera. Pascoli, prati, enormi distese di cotone con il loro ‘mare’ di fiocchi bianchi solcato da donne che velocemente li raccolgono e portano via per la cardatura e poi la filatura, la tessitura, la tintura: qui niente è ‘neutro’ e tutto entra nel mondo magico delle cromie, dal rosso al viola all’azzurrino in una sfida ideale alle sete che su queste strade passavano con lunghe carovane per raggiungere i ricchi e potenti del mondo.

La seta, si sa, è puro lusso per pochi, sempre e dovunque.

Cromìe, certo, ma nulla di simile all’irraggiungibile eleganza del black&white delle cicogne dalle lunghe zampe rosse affusolate che sono dappertutto lungo questa strada che taglia montagne, scavalca fiumi, costeggia paludi e steppe nel breve volgere di pochi kilometri. Sono un simbolo qui le cicogne o, forse, anche una fonte di ammirazione perché capaci di anticipare le stagioni e volar via ai primi freddi ancora apparentemente lontani. Decorano i parchi, i giardini in riproduzioni di ferro, ceramica, terracotta, plastica, decorano monumenti importanti per la storia del Paese come la splendida Piazza dell’Indipendenza. Devo confessare un peccato non veniale per una storica: sono, infatti, convinta che il motivo a zig-zag che domina gli splendidi ‘ikat’, i tessuti caratteristici dell’Uzbekistan, provenga dall’andamento delle piume delle cicogne, oltreché dalla capacità sopraffina di questo popolo plurimillenario di affrontare senza linee preconcette ogni situazione.

Cicogne, ‘ikat’, sete ed io mi dico: Marco Polo avrà mandato un sosia a Venezia perché non c’era e non c’è ragione di andar via non solo dalla cosmopolita Tashkent, ma anche da Buchara, la ‘calda’ Termez voluta da Alessandro Magno, l’antica Nautaca, poi Kesh e oggi Shahrisabz.

di Jolanda Capriglione – Dipartimento di Architettura Luigi Vanvitelli SUN

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