Atomica Mondiale WWIII

USA-Russia (Cina) e atomica: perché il mondo deve preoccuparsi

Antonio Casaccio 30/09/2022
Updated 2022/09/30 at 5:09 PM
13 Minuti per la lettura

L’appiglio…

Un dato è certo e risulta anche ripetitivo: la Russia era convinta che l’operazione militare speciale in Ucraina si sarebbe conclusa, se non in meno tempo, di certo con più faciltà. Il Cremlino da anni assiste ad una riduzione dei confini di sicurezza definiti nel post Guerra Fredda da parte degli USA e, confortati da questo pensiero, quale miglior momento per avviare un’operazione militare speciale poi diventata a tutti gli effetti una vera e propria guerra? L’appiglio politico c’era e, per quanto i media occidentali vogliano negare, era reale. Nei territori ucraini ai confini con la Russia i russofili da anni subivano discriminazioni da uno Stato e forze militari tutt’altro che consoni a un paese liberale.

Emblematico fu il provvedimento firmato nel 2019 da Petro Porošenko, antecedente a Zelensky, che limitava drasticamente l’utilizzo nella sfera pubblica delle lingue minoritarie (compreso il russo). Ovviamente questa vuole essere una ricostruzione dell’appiglio politico utilizzato da Putin per avviare una guerra tragica che non giustifica atti mostruosi come quello di stamattina a Zaporozhye, dove tanti civili ucraini in fuga dopo i referendum-farsa stavano fuggendo protetti da un convoglio umanitario.

…e il tempismo

Se l’appiglio politico c’era, altrettanto azzeccato era il tempismo su piano internazionale. La pandemia ha riportato l’Europa in uno scenario di crisi economica che è stata affrontata con compattezza, ma che ha acuito le disuguaglianze al suo interno; un’occasione ghiotta per i sovranisti euroscettici che avrebbero presto animato le elezioni democratiche ini Paesi interessanti: Francia, Svezia, Italia, Bosnia, Austria, Spagna.

Ma ciò che sul piano geopolitico sta sconvolgendo gli equilibri mondiali, e che può aver spinto il Cremlino a velocizzare “l’operazione Ucraina“, è la crescente tensione tra USA e Cina. La politica di sfondamento delle red lines di sicurezza da parte di Washington avviene anche nel Pacifico, con una pressione sempre più forte sulle tensioni in atto a Taiwan, ma la questione è così rilevante che merita un’analisi in un successivo paragrafo.

Insomma: la tensione con il blocco occidentale non è mai stata così alta dalla Guerra Fredda e a ciò va aggiunta la debolezza dell’Unione Europea indebolita da crisi covid e di fiducia nelle sue istituzioni politiche (la Brexit è un altro esempio effimero, ma quantomeno indicativo). Di certo a delineare il volto di un’Europa debole ha contribuito la scelta di ieri della Germania; a seguito dei disastri ai Nord Stream e di un rincaro senza precedenti dei costi dell’energia l’ultima cosa i partner europei che volevano vedere da Berlino era uno squallido gioco di anticipo quando a breve l’UE si sarebbe riunita sull’eventualità di un price-cap comunitario.

L’egoismo tedesco ha suscitato anche l’ira dell’europeissimo Mario Draghi che ha tuonato contro la scelta di Olaf Scholz: “Non possiamo dividerci a seconda dello spazio nei nostri bilanci nazionali, serve solidarietà”. Se parla di divisioni Draghi riferendosi ad uno Stato caposaldo dell’Unione significa che le acque non sono proprio calmissime.

Dopo l’annessione chissà

Intorno alle 23 locali, nei gruppi telegram filorussi, arriva la notizia e le foto dei decreti che riconoscono Kherson e Zaporozhye come territori indipendenti, mancano ancora quelli per Dpr (Repubblica Popolare di Doneck) e Lpr (Repubblica Popolare di Lugansk). Nel frattempo ieri, mentre nella tv russa scorreva il countdown per l’annessione, la portavoce del Ministro degli Esteri russo Maria Zakharova mette in chiaro: “Le persone hanno fatto una scelta consapevole e libera, dichiarando ad alta voce e con fermezza al mondo intero il loro desiderio di stare insieme alla Russia d’ora in poi, legare per sempre il loro destino futuro al nostro paese, che era, è e sarà la loro patria storica”.

I referendum-farsa messi in atto dalla Russia hanno uno scopo ben preciso: accorciare i tempi della guerra e della vittoria russa. I territori annessi diventeranno ufficialmente della Madre Patria e nulla potrà il Consiglio di sicurezza Onu sulla risoluzione di condanna alla Russia, dato che quest’ultima, e non solo, porrà il veto. Le reazioni di solidarietà all’Ucraina dei principali leader europei non sono mancati, così come le dure parole del presidente Biden che ha ribadito l’assoluta indisponibilità a riconoscere i territori che saranno annessi.

Un affronto importante? No, una dichiarazione dovuta piuttosto. Sarà decisivo, invece, capire le dimensioni del nuovo invio di armi all’Ucraina. L’annessione vuole accorciare i tempi della guerra perché nei fatti è un ultimatum, quei territori saranno russi e qualsiasi attacco o bombardamento in quei territori sarà visto dal Cremlino come un attacco alla propria integrità territoriale, legittimandola ad una difesa che può prevedere l’utilizzo di armi atomiche. Ecco perché è decisivo capire, dopo domani, la posizione degli Stati Uniti (e quindi della sua sorella minore l’Unione Europea) . Se si sceglierà di continuare ad armare l’Ucraina la strada verso una guerra duratura è spianata, con azioni che potrebbero rivelarsi inimmaginabili. Il rischio è concreto, ma il motivo della sua fondatezza non sta solo nella crisi russo-ucraina.

L’Unica Cina e la sola America

A mettere in crisi gli equilibri geopolitici mondiali è la pressione nell’Asia Pacifico da parte degli USA che si concretizza sul piano diplomatico in un sostegno a Taiwan che va oltre quanto sancito dal Taiwan Relations Act del 1979.

Per far comprendere equilibri geopolitici complessi e ambigui bisogna partire da un concetto: One China. Per chiarire questo concetto bisogna partire dalla fine della guerra civile cinese del 1949. I nazionalisti sconfitti, guidati dal Kuomintang, si ritirarono a Taiwan e ne fecero la loro sede del governo mentre i comunisti vittoriosi iniziarono a governare l’entroterra come Repubblica popolare cinese. Entrambe queste parti affermano tutt’oggi di rappresentare la Cina, infatti Taiwan è definita Repubblica di Cina.

Inizialmente gli USA, preoccupati dallo spettro comunista, hanno garantito il proprio sostegno a Taiwan. La grande retromarcia americana ci fu nel 1979 sotto la presidenza di Jimmy Carter, che vide nella Repubblica popolare cinese un partner commerciale necessario allo sviluppo del sistema economico globale, da qui derivano le relazioni diplomatiche formali sottoscritte dagli States da Pechino. Conseguentemente Carter adottò un allontanamento da Taipei, anche se limitato poiché nel 1979 ratifica con il governo di Taiwan il celebre Taiwan Relations Act, sopramenzionato.

Le necessarie premesse sulla Cina

La premessa prima di qualsiasi discorso è che l’invasione di Taiwan da parte della Cina non è una probabilità, ma un dato certo che è stato ribadito più volte anche dallo stesso Xi Jinping, il quale dapprima del 2021 ha ordinato alle sue forze militari di prepararsi ad un’invasione dell’isola entro il 2027. Taiwan negli anni ha creato istituzioni democratiche davvero dinamiche che però verranno spazzate via dalla Cina, o almeno questa è la politica della “One China”.

Altra premessa necessaria per comprendere a fondo l’ambiguità degli USA è che è in corso un silente scontro epocale tra queste due superpotenze per il ruolo di leader del globo. Ognuna cerca il primato sull’altra in termini di infrastrutture, finanza e commercio globale; traguardi su cui la Cina sta spingendo senza freni e contro le previsioni americane. Difatti, Washington era convinta che la Cina si sarebbe ritagliata il ruolo di importante attore regionale, senza l’ambizione di una leadership mondiale che oggi è in capo agli States. Ma le cose cambiano e Xi Jinping sembra davvero determinato. Nel 2014 il “Naval shipbuilding program” (programma di costruzione navale) porta Pechino ad avere per la prima volta in mare più navi di Germania, India, Spagna e Gran Bretagna…messe insieme. Tanti fatti che possono essere riassunti nell’emblematico annuncio di Xi Jinping nel 2017: “La Cina vuole essere il centro dello scenario mondiale”.

L’ambiguità degli USA

Con il Taiwan Relactions Act del 1979, ratificato dopo lo storico avvicinamento con la Cina, gli USA si impegnano a garantire armi a Taipei in caso di invasione dei suoi impazienti vicini. Ed è proprio qui che c’è la consueta tattica ambigua degli Stati Uniti d’America. Garantire le armi non significa scendere in campo per la difesa di Taiwan, anche perché questo significherebbe rinnegare il principio della One China e quindi schierarsi apertamente contro la principale politica di Pechino. Sarebbe una dichiarazione di guerra economica che porterebbe a cambiamenti epocali e scenari senza precedenti.

Gli USA per ora sostengono Taiwan, anche con armi, ma non intervengono fattivamente. Una situazione simile a quella russo-ucraina, anche se nell’Est lo scenario è già in fase avanzata. Le ambiguità odierne degli USA e dell’Unione Europea sul contrasto alla Russia sono simili ed è per questo che tutti siamo in attesa di cosa avverrà nel futuro.

Per Taiwan il discorso si è riacceso nell’ultimo mese a causa di due eventi inaspettati: la visita della speaker Nancy Pelosi a Taipei e le dichiarazioni del presidente Biden a Tokyo. Nello scorso maggio Biden, sollecitato da una giornalista, ha infatti risposto “Si” al coinvolgimento diretto degli USA in un’eventuale invasione della Cina a Taiwan. Le due superpotenze dalla visita della Pelosi in poi continuano a scagliarsi moniti e attacchi che fanno preannunciare un crescendo di tensione che è solo all’inizio. Estrema preoccupazione che è data da uno spirito di affronto inaudito, manifestato particolarmente dai tweet di Hua Chunying, portavoce del Ministro degli Esteri cinese che continua a pubblicare grafiche al veleno contro gli USA, sottolineando lo spirito bellico di Washington rispetto al pacifismo di Pechino. Una ricostruzione ovviamente faziosa, ma che esprime la temperatura politica in corso tra USA e Cina.

Pechino vuole prendere Taiwan entro il 2027, ma questi segnali posso presagire ad un anticipo dell’operazione che porterà a compimento il principio della One China, soprattutto perché Taipei si sta attrezzando e sta consolidando alleanze. Ogni anno che passa può essere un rischio, seppur minimo per la Cina.

Guerra nucleare significa per forza mutua distruzione?

Dalle reazioni alle crisi di Ucraina e Taiwan il mondo assisterà ad una ridefinizione delle linee di sicurezza frutto delle due guerre mondiali. È un processo che richiede sforzi diplomatici di grande portata, ma che espongono anche a rischi concreti.

Iniziamo col dire che la MAD (distruzione mutua assicurata) non è l’unico risvolto nel caso di una guerra in cui si utilizzano armi nucleari. L’impiego di armi nucleari non presuppone forzatamente la fine del mondo. Le armi nucleari strategiche capaci di raggiungere obiettivi a media e lunga distanza, con danni di straordinaria importanza, non sono le uniche capaci di piegare un conflitto a favore di chi le utilizza. Vi sono armi nucleari tattiche a basso rendimento utili come “equalizzatori” nel caso di un conflitto. la Russia ne possiede circa 1900. Inutile dire che in qualsiasi caso l’impiego del nucleare porta a danni enormi con conseguenze che si protrarranno nel corso degli anni. Non possiamo permettercelo, ma questi tempi di guerra sembrano richiederlo. Noi speriamo di cavarcela.

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