Un appuntamento puntuale con la morte quello che c’è stato in quel terribile pomeriggio
del maggio 2008 per l’imprenditore Domenico Noviello, massacrato a colpi di pistola dai
sicari del Clan dei Casalesi a Castel Volturno.

informareonline-laltro-casalese-1Questo è stato il tema cardine dell’incontro tenutosi in Casina Pompeiana venerdì 20 settembre alle 18.00 in occasione della presentazione del libro “L’Altro Casalese” dello scrittore Paolo Miggiano.
L’incontro ha visto la partecipazione straordinaria del figlio dello sventurato imprenditore Massimiliano Noviello, del sindaco di Casal di Principe Renato Natale e di Paolo Vittoria, docente di pedagogia all’Università degli Studi di Napoli Federico II.

informareonline-laltro-casalese-6Nel corso della serata sono intervenuti anche Maria Gabriella Tiné con una vivida e coinvolgente lettura di alcuni passi del libro di Miggiano, il giornalista de «Il Mattino» Luca Marfé e Marco Cutillo del «Magazine Informare» in veste di moderatore.
Miggiano con il suo libro ha voluto dare voce a un uomo che ha trovato la forza e il coraggio di denunciare la spregiudicatezza e l’insolenza della malavita organizzata. Ma non solo. “L’Altro Casalese” è un libro che narra la storia di una terra, la cui identità è stata rubata e violentata dalla Camorra.

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Da sx: Marco Cutillo, Massimiliano Noviello, Paolo Miggiano
Chi sono i casalesi? Quale associazione semantica viene posta con questo termine? Immediatamente viene da pensare al Clan dei Marsigliesi.

Miggiano ha voluto rendere giustizia a tutti gli abitanti “veri” che risiedono in queste zone, i veri casalesi, le persone per bene e i lavoratori onesti, come Mimmo Noviello, che ogni giorno debbono fare i conti con una realtà minacciosa a cui non appartengono e che li pone sotto il torchio, qualora non si abbassassero alle volontà della «dittatura militare» della Camorra.
L’incontro in Casina si è aperto con la lettura di Tiné di alcuni brani del libro attraverso i quali è stato immediatamente possibile avvertire il senso di solitudine che ha circondato Mimmo Noviello: «Era un uomo solo, Domenico, isolato. Abbandonato dallo Stato e dalla sua gente – ha letto Tiné – Aveva 75 anni. Se solo lo Stato non si fosse distratto… Il giorno dopo nessuno aveva affisso un manifesto per il lutto. In quello stesso giorno alle ore 15 giocava il Napoli contro la Lazio. Al 15′ segnò la Lazio; all’ 83 si sentirono le urla fino alla chiesa e il Napoli segnò ma finì due a uno per la Lazio».
Da queste righe tratte dal libro si evince lo spirito che aleggiava quel pomeriggio a Castel Volturno; uno spirito assolutamente ignaro dell’accaduto, della tragedia che si era appena compiuta.

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Ciò che più contava in quel momento – da quanto narra Miggiano – mentre Noviello si accasciava vicino alla sua macchina dissanguato e morente, era il Napoli che doveva a tutti i costi battere la Lazio. Noviello è rimasto solo fino alla fine dei suoi giorni.

«Quando ti confronti con queste storie – ha chiosato Miggiano – queste non scendono come un romanzo. Sono storie di sangue. Questa vicenda prima del libro era nell’immaginario del Prefetto, del sindaco di Castel Volturno; delle istituzioni ma non della gente. Mimmo Noviello poteva farsi i fatti suoi ma io ho voluto dare il mio modesto contributo alla liberazione dei veri casalesi. Ti identificano subito con il Clan dei Casalesi appena leggono sulla carta di identità che tu provieni da Casal di Principe. Se non stiamo attenti, la storia si
ripete».
Agghiacciante, inoltre, il commento di Massimiliano Noviello quando ha definito il suo essere ancora in vita una mera fatalità: «È una fatalità se sono ancora qui e se non ero con mio padre quel giorno.
“La mia storia ha avuto inizio nel 2001. Gestivamo un’autoscuola. Mio padre ha aperto ben
nove autoscuole in zona. Per ironia della sorte, una di queste fu aperta accanto al commissariato dei carabinieri. Un giorno entrò nel negozio un signore che mi disse: “C’è un mio cugino latitante che vuole parlare con te”. Subito mi allarmai ma mio padre mi tranquillizzò. Ci chiesero trenta milioni di lire. Allora capimmo che c’era una organizzazione dietro quell’uomo. La denuncia era un nostro dovere, non un gesto eroico; era voluta dalla legge. Mio padre non era uno sprovveduto, così parlammo con le autorità. La squadra mobile ci chiese di collaborare con loro».

Massimiliano ha raccontato che, d’accordo con le forze dell’ordine, avevano alla fine accettato di pagare il pizzo ma alla condizione di dar loro del tempo per trovare i soldi. Nel
frattempo erano andate avanti le intercettazioni e dopo un pò era partita la denuncia contro gli estorsori. Poi il fatidico appuntamento per la consegna della ‘busta’ e il rocambolesco epilogo per la cattura dell’estorsore. A distanza di lunghi sette anni dall’evento, mentre era alla guida della propria autovettura, arriva la vendetta e Mimmo Noviello viene barbaramente assassinato in un vile agguato camorristico. Attualmente il figlio vive sotto scorta.
«La solitudine e l’isolamento – ha ribadito Renato Natale, sindaco di Casal di Principe – sono il principale pericolo. Non dobbiamo aspettare che capiti anche a noi». Paolo Vittoria, docente di Pedagogia, ha puntualizzato in merito al concetto di silenzio di fronte a questi drammi.
Il silenzio, talvolta, può rappresentare una valida risposta, un’adeguata forma -paradossalmente – di comunicazione; esistono il silenzio dell’attenzione e del rispetto, «ma – ha affermato Vittoria – il libro di Paolo ci induce a rompere il silenzio omertoso. Quello di Mimmo Noviello è un assassinio di Stato. Da parte delle istituzioni c’è stata scarsa risposta della rete antiracket».

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Il giornalista Luca Marfè

«Colpirne uno educarne altri cento», questo è il motto della criminalità organizzata.

Vittoria ha evidenziato come questi gesti camorristici abbiano anche una valenza “educativa” dal momento acquistano consenso.
Un’ultima analisi l’ha dedicata alle università dove la mentalità “camorristica” sta dilagando
sempre più: «La pedagogia deve rompere il silenzio dell’omertà. L’adattamento e la rassegnazione fanno parte, purtroppo, anche dell’università. Educhiamo il luogo omertoso
dell’università in uno spazio critico».
A conclusione della conferenza, Luca Marfé ha posto alcune osservazioni “oltreoceano”, data la sua vivace esperienza di giornalista negli Stati Uniti – su questo territorio del Casertano così martoriato dalla camorra: «Questo è un racconto necessario. L’informazione deve sottolineare questi eventi. Sembrano quasi episodi da film e gli americani hanno una concezione cinematografica della criminalità organizzata. Gli eroi sono sicuramente i Noviello che hanno fatto ciò che è giusto».Ed è proprio sul concetto di eroe, e proprio sul concetto di icona, che Luca ha insistito forte. «Se esiste una ricetta, infatti, per affrontare e magari per sconfiggere a muso duro la Criminalità Organizzata, oltre alla cultura, oltre alle università, oltre ai licei, oltre alle scuole, oltre persino agli asili, beh la ricetta è l’eroe normale, è l’icona positiva» ribadisce
agganciandosi al tema dell’educazione proposto da Vittoria sottolineando come questa sia
fondamentale già a partire dagli asili nido, ancor prima dell’università. Per il giornalista de
«Il Mattino» si potrebbe imparare tanto dalla concezione che gli statunitensi hanno delle
regole che, soprattutto in questi luoghi della Campania non sono assolutamente rispettate;
bisognerebbe imparare a “temere” un po’ di più le autorità e chi indossa una divisa: «Negli
USA c’è maggior rispetto per le regole – ha asserito Luca – anche una persona privilegiata
che risponde con un tono sbagliato a una autorità viene punita».

In definitiva “serve un intero esercito di esempi, da tutelare e da celebrare da vivi e non da
morti, per sconfiggere l’esercito del male.”

di Sara Ramondino

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