Una seduta di laurea diversa al tempo della Covid

151

La considerazione sul correlarsi la Musica con i luoghi geografici dove essa nasce, mi portò ad intervistare un grande musicante dell’area vesuviana, Pasquale Terracciano, dalle cui parole trovai una conferma di questo stretto legame che unisce geografia e musica.

La stessa conferma che ebbi nel corso di una lunga chiacchierata con un giovane studente novarese, Andrea, conosciuto a Napoli nel periodo in cui stava compiendo alcune ricerche sulla Canzone Napoletana.

L’insieme di queste circostanze mi condusse a scrivere un articolo dal titolo “Geografia e Musica. I grandi autori della Canzone Napoletana: Salvatore Di Giacomo” poi pubblicato sulla pagina on line del Magazine Informare. In questo articolo raccontai della ricerca napoletana necessaria per Andrea a preparare una tesi, probabilmente controcorrente tenuto conto della territorialità della Università a cui era iscritto, dedicata a Salvatore Di Giacomo, da lui definito “… probabilmente il più grande poeta napoletano”.

Andrea Doni, iscritto al corso di Laurea in Scienze della musica e dello spettacolo presso l’Università degli Studi di Milano, lo scorso 30 marzo ha svolto la prova finale discutendo la sua tesi intitolata, appunto, Salvatore Di Giacomo – Vita ed opere del “signor poeta” della canzone napoletana conseguendo, così, la laurea magistrale.

E come mi ha poi scritto, lo svolgimento della seduta di laurea “… a seguito delle misure straordinarie adottate per contrastare l’emergenza Coronavirus, è avvenuto in modalità a distanza, sia per i candidati che per i commissari, attraverso la piattaforma Microsoft Teams.”

Andrea, dunque, insieme ad altre tre candidate, si è trovato ad affrontare in un modo completamente nuovo questo importante capitolo della vita di ogni studente.

Quando ci siamo sentiti il giorno dopo, mi è venuto spontaneo chiedergli come avesse vissuto questa esperienza così diversa da quella a cui si era, anche inconsapevolmente, preparato e come si fosse poi svolta la seduta.

Le sue risposte mi hanno sorpreso per la calma che traspariva da esse.

Andrea apparentemente è riuscito a non farsi vincere dalla emozione affrontando l’esperienza come un consumato interprete di quelle canzoni, poesie e testi teatrali di cui Di Giacomo è stato grande autore.

“Una volta arrivato il mio turno, ho iniziato a motivare la scelta del titolo del mio lavoro con una definizione che lo stesso Di Giacomo amava darsi (non è chiaro se lo facesse con tono supponente o scherzoso). Poi, ho fatto una breve presentazione della tesi.”

“… sono partito dalla nascita del poeta, il 12 marzo 1860, passando poi per gli studi di medicina, che Di Giacomo interruppe per dedicarsi al giornalismo, venendo assunto dapprima, nel 1882, dal Corriere del Mattino e, successivamente, da molti altri giornali.”

“…. Ho poi analizzato numerose canzoni, scritte da Di Giacomo con la collaborazione dei più celebri compositori della sua epoca. Tra di essi, ho ricordato colti musicisti come Mario Pasquale Costa (che fu il suo preferito), Francesco Paolo Tosti, Eduardo Di Capua, Enrico De Leva e Vincenzo Valente, ma anche un semplice autodidatta come Salvatore Gambardella.”

“Sono poi passato ad analizzarne il teatro… con una dettagliata analisi di quattro suoi celebri componimenti: ‘O voto (1889), A San Francisco (1897), ‘O mese mariano (1900) ed Assunta Spina (1909), il più famoso di tutti.”

Ancora “… ho descritto l’attività che Di Giacomo svolse come bibliotecario a partire dal 1893, una volta lasciato il giornalismo, collaborando con varie istituzioni, quali la Biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella, la Biblioteca Universitaria, la Biblioteca del Real Istituto di Belle Arti, la Biblioteca Nazionale e la sua sezione autonoma Lucchesi Palli, dove conobbe Elisa Avigliano, la sua futura moglie.”

Infine “… ho analizzato la lunga amicizia tra Di Giacomo e Benedetto Croce, entrambi uniti dalla passione per la poesia e dall’interesse per la storia. Proprio Croce determinò la fortuna letteraria di Di Giacomo con un saggio rivelatore del 1903 e con la pubblicazione in volume delle sue opere nel 1907.”

“Ho accennato a quando i loro rapporti s’incrinarono perché l’intervento di Croce si rivelò inefficace a far ottenere a Di Giacomo la convalida della nomina a senatore e, soprattutto, dopo che il poeta aderì al fascismo, con grande disappunto del filosofo.”

Rapporti che comunque non andarono persi perché “… quando Di Giacomo fu condotto alla quasi immobilità da una grave malattia, volle far conoscere a Croce le proprie condizioni di salute. Così, il filosofo andò a trovarlo a casa e rinnovò le sue visite di giorno in giorno, fino alla morte del poeta, avvenuta nella notte del 5 aprile 1934.”

“Tutto ciò ha portato via circa dieci minuti e dopo ci sono stati gli interventi dei miei insegnanti. Il professor Cesare Fertonani, mio relatore, mi ha posto una domanda di carattere musicale e, cioè, da cosa fosse dipeso il successo delle canzoni digiacomiane. Io ho risposto parlando della collaborazione di Di Giacomo con musicisti di grande levatura come Mario Pasquale Costa, Francesco Paolo Tosti ed Enrico De Leva, i quali seppero musicare anche sue poesie non destinate alla musica. Come esempio, ho pensato subito a Marechiare, la più celebre di tutte, che Di Giacomo scrisse nel 1885 senza conoscere la località descritta e che, pur non possedendo la tipica articolazione delle canzoni (cioè tre strofe seguite da ritornello), colpì profondamente Tosti, il quale creò una perfetta osmosi tra romanza da camera e canzone popolare. Questi, infatti, per dare alla composizione una forma più di canzone, divise la lirica in due parti alle quali assegnò la stessa musicazione. Ad ogni parte diede poi due diversi periodi musicali, uno per i primi cinque versi e l’altro per i successivi cinque, recuperando così il ritornello. Infine, completò ogni ritornello con una voce marinaresca vocalizzata e con la ripetizione degli elementi essenziali presenti nel primo verso del ritornello stesso, sempre per rinforzare il colore popolare del brano, grazie anche ad un uso sapiente dell’alternanza tra modo maggiore e modo minore.

Il Professor Edoardo Buroni, mio correlatore, ha pensato di chiedermi, invece, un approfondimento ed un’esemplificazione a proposito della varietà sociolinguistica sfruttata da Di Giacomo nei suoi lavori teatrali. Io ho ricordato, innanzitutto, che Di Giacomo, nel teatro, attuò una scelta stilistica differente rispetto a quella adottata per le poesie, pur prettamente dialettali, ma ascrivibili ad un registro piuttosto letterario. Egli manifestò le sue competenze linguistiche, nei testi teatrali, nella capacità di mescolare e calibrare i vari registri dialettali di volta in volta secondo le reali dinamiche linguistiche della Napoli coeva, utilizzando un dialetto con scarti verso l’italiano o, viceversa, un italiano con coloriture locali o regionali. Ho rintracciato un esempio di tutto ciò nel protagonista maschile di ‘O mese mariano, l’economo Don Gaetano Laurito, il quale, per chiarire il suo ruolo di superiore all’interno dell’Albergo dei Poveri, pronuncia alcune battute in italiano, esponendole addirittura con un discorso diretto, mentre nei momenti di particolare agitazione è portato a perdere il controllo del registro linguistico più elevato, esprimendosi in dialetto all’interno delle stesse battute.”

“Al termine della discussione, la Commissione si è riunita in forma riservata, senza noi candidati, per stabilire il voto di laurea, mettendo in pausa la videoconferenza, che, successivamente, è stata riaperta per la proclamazione.”

Ecco dunque il resoconto della seduta di laurea, asciutto ed essenziale, fatto da Andrea.

Sicuramente l’emozione ha accompagnato il giovane dottore nei circa venti minuti di tempo impiegati per la sua discussione ma anche prima… dopo… una situazione che nessuno avrebbe mai immaginato di vivere solo un mese fa o poco più e che invece ci accompagnerà ancora per del tempo ed alla quale ci dovremo gioco forza adeguare finchè questo nemico invisibile non sarà sconfitto consapevoli che non torneremo mai alla normalità precedente ma ad una nuova normalità che sappia comprendere e superare gli errori di quella vecchia a cui ci eravamo passivamente adagiati.

E per chiudere… auguri Andrea per il traguardo raggiunto che sia foriero di tanti altri successi nel Nuovo Mondo che ci aspetta lì fuori.

di Bruno Marfé e Andrea Doni

Print Friendly, PDF & Email