Ci siamo incontrati in un caldo pomeriggio di Maggio con Giuseppe Sica, in arte Pepp Oh.
Aggregazione, formazione artistica, album vecchi e nuovi e futuro dell’arte.
Questo e tanto altro nelle righe seguenti che raccontano la full immersion con il rapper e soulman di periferia.

Una giornata con Pepp Oh

Gli inizi – da gioco della musica a professionismo

“Innanzitutto buonasera.
Racconto questo episodio parte della mia crescita. Una mattina andai nello studio di Mariotto all’inizio del mio percorso per una featuring, da Secondigliano alla zona Flegrea a piedi. Il pomeriggio mi vidi con la mia crew e in serata mi vidi con Oyo per poi andare a una Jam. Quando la notte tornai a casa pensai di aver trascorso una reale giornata di lavoro con piacere.
Entrando nel mondo del lavoro sicuramente ci sono cose che possono stancare, anche in termini pratici parlando di paga, può sembrare apparentemente pesante ma quando sei sul palco tutto il mondo non esiste più. Quando si ferma la giostra diventa poco semplice attuare questo ragionamento”.

Una giornata con Pepp Oh

Il rapporto con le influenze rap, blues, jazz, soul e molto altro

“L’approccio con la cultura hip hop mi ha aperto le antenne sull’arte. In famiglia vivevo un contesto molto vicino alla musica folk e non solo. Non sono figlio d’arte ma in casa si dialogava tra citazioni di Totò ed Eduardo.
Della musica rap mi ha colpito l’originalità, facciamo tutti la stessa cosa ma siamo diversi tra noi. L’hip hop mi ha insegnato il pluralismo della sua cultura. Zulù e Speaker Cenzou mi hanno segnato, i loro testi aprono la mente e fanno viaggiare. È questo che mi ha colpito all’inizio: il messaggio. Come il famoso Fight the Power dei Public Enemy.
Per noi di periferia rappresentava un mondo diverso, ma lo dice anche Zulù in Giuanne Palestina. Tutto ciò lo ha fatto De Andrè con la sua poesia, oppure Pino Daniele che ne faceva un manifesto per la sua musica.
Allora da lì ho capito di volerlo fare anch’io, poiché ci sono parecchie cose da fare vedere in uno Stato che non le mostra spesso e volentieri. I rapper americani hanno fatto lo stesso, da 2Pac a Biggie e Nas svelando il vero American Dream. Vuoi vedere l’America?  Vieni a Compton, non andare a Salt Lake City o a Dallas. Gli americani quando dicono la loro provenienza mettono davanti a tutto il quartiere, non la città né lo Stato. Così come Muhammad Ali parlava di un’altra America.
Poi Nina Simone che negli anni del razzismo ti dice non ho niente ma ho la vita: è vero non ho nulla ma esisto, sto qua. I say je sto ‘cca…
Il messaggio dentro la canzone è fondamentale, Chesta Nott perché è potente? Perché è un pezzo di una persona sola, sta tutto lì.
Io scrivo quello che vivo, non sono cattivo sto solo raccontando. Non sono gangsta e non voglio montarmi nessuna immagine da gangsta. Un personaggio della mia zona mi disse di volermi bene perché non faccio il finto malavitoso. Per me quella è stata una vittoria”.

Una giornata con Pepp Oh

Da Sono un Cantante di Rap a Nuvole Nuove e Mood Street. Gli album del passato, presente e futuro

“In Sono Un Cantante Di Rap c’è tutto l’ardore della prima volta, come tutte le prime volte c’è il fermento giovanile, inesperienza, spontaneità e genuinità. Ho fatto il primo album con un’etichetta discografica ed è cosa non da poco. È servito a farmi partire. Nuvole Nuove mi ha insegnato invece a fare un disco, l’insegnamento più grande è stato quello di Speaker Cenzou. Ho scoperto grazie a lui tutte le procedure, dalla fase creativa alla fase di scrittura, dalla track list alla copertina. Con un produttore unico avevo una vera e propria guida.

Le collaborazioni in Nuvole Nuove sono state più che gratificanti, con Speaker Cenzou poi ci trovavamo sempre sulle idee di featuring.
Gli esempi sono Colella e Di Bella che cantano un ritornello scritto da me. Umanamente Di Bella mi ha dato molto, il suo più grande consiglio è stato quello di spronarmi a scrivere sempre. Mi è piaciuta molto la presenza di ‘Nto, sono rimasto scioccato dal suo essere un pro. Venne in studio con la strofa già pronta, le sporche le fece in freestyle. Quando poi a lavoro fatto ti accorgi di ciò che hai partorito pensi alla bomba che hai creato ad arte in uno studio. C’è stato scambio artistico con alcuni e umano con altri. Di Bella mentre fece una prima take del ritornello si emozionò, è stato l’emblema del mio lavoro.
In Nuvole Nuove ho portato anche la storia di mio padre, facendo emozionare le persone più vicine a me. In questo album c’è un Peppe diverso, più adulto.
Nell’album che uscirà in autunno, Mood Street, ci sarà un Peppe ancora più consapevole e più maturo. Inizia con “Nun sia maje Nun faje e sord cumpa” e l’ultimo pezzo finisce con “È sulo nu juoco ‘e passione”.
Sarà tutto più vero, ancora più vero.
In Nuvole Nuove ci sono due anni della mia vita, in Mood Street ci sarà tutta la mia vita. Non sarà solo Hip Hop: c’è un pezzo Indie, due New Soul, due Rap, uno House, uno Trap, uno Boom Bap. Passaggi sinceri e leggeri e passaggi arroganti, come nel pezzo Trap. Staremo a vedere, speriamo di sentirle tutte in autunno”.

Una giornata con Pepp Oh

Gli effetti del covid sulla categoria degli artisti

“Ora come ora si è fermato tutto, non è uno di quei momenti vuoti preferiti dall’artista. L’artista il momento vuoto se lo vuole se lo crea.
La canzone Vita, Nuvole Nuove ad esempio non è scritta in quarantena ma può sembrarlo, io quando sto in studio entro in isolamento per accumulare materiale e dare spazio alle mie idee. È completamente diverso dall’isolamento forzato, che ci ha fatto capire che noi come categoria dello spettacolo non esistiamo.Se sono sopravvissuto è sempre stato grazie ai miei sacrifici e alla mia passione, anche in un periodo negativo di chi mi era attorno. Scrivevo canzoni per portare il lavoro avanti, ora mi rendo conto del valore inestimabile di quei sacrifici. Ci rimani male quando poi non viene riconosciuto il tuo ruolo, la tua classe sociale, la tua categoria. Perché il mio non dev’essere riconosciuto come un mestiere? Perché Jovanotti ha chiesto volontariato per il Beach Party e non ha messo la gente a lavorare?

Però perché si crea disagio? Perché ci siamo fatti andare bene sempre tutto, più che provare rabbia è avvenuta tra noi lavoratori dello spettacolo una vera e propria presa di coscienza.

Perché in questo paese ci vuole il ponte Morandi per capire che le cose non vanno? Ci vuole il Covid per capire che questo mondo sta regredendo? Il topic non è “chi ha torto e chi ha ragione”, ma il punto è di cosa stiamo parlando? Cosa stiamo imparando? Cosa sta succedendo qui, ora, adesso? Ci voleva una pandemia per far emergere le mancanze di questo paese generalista? Le domande in Italia non sono ben accette, quest’atteggiamento di evitare argomenti scomodi proviene dai briganti fino ad arrivare ai politici.
Qualcosa si muove fortunatamente, ci sarà un nuovo flusso, una nuova coscienza, una nuova presa di posizione. Ma bisogna sempre farsi scappare prima il morto? A 30 anni questo non capisco”.
In ultimo luogo Pepp Oh esprime il suo pensiero riguardo la musica e i cambiamenti che potrebbe subire. “C’è il rischio che diventi non più per tutti, un po’ come è successo per il teatro tempo fa’. La gente presa dai ritmi imposti da questa società sembra non avere più tempo per capire l’aiuto dell’arte, non c’è la voglia di capire il fattore terapeutico della cultura”.
Ai posteri l’ardua sentenza.

                                                   di Matteo Giacca 

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