Una finestra sull’arte: “Vincenzo Gemito, il Maestro dell’arte del reale”.

Care lettrici e cari lettori, 

In questo momento storico che tutti noi stiamo vivendo, costretti a limitare gli spostamenti, desideri e azioni, Arte & Cultura non si devono fermare. Come diceva Aristotele: “La cultura è un ornamento nella buona sorte ma un rifugio nell’avversa

La Cultura rappresenta un imprescindibile strumento critico per comprendere il mondo e concorre alla formazione dell’individuo sul piano intellettuale e morale. Non si può fermare il pensiero.

La Treccani, nel suo sito, definisce Cultura come:

«Complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico». 

La cultura è quindi la testimonianza della vita associata degli uomini.

L’Arte, dal canto suo, ha la capacità sia di muovere che di suscitare (nel fruitore) sensazioni, ragionamenti, intuizioni, ecc. L’arte contribuisce a creare cittadini migliori e più responsabili, più consapevoli di sé stessi come persone e come collettività, attraverso la sua fruizione, attraverso l’educazione che la sua frequentazione costante favorisce.

Così recita una scritta sul frontone del Teatro Massimo di Palermo : “L’Arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire

I giorni di confinamento fisico ci hanno reso ulteriormente consapevoli che la partecipazione alla vita culturale della società deve essere incoraggiata e difesa, non tacciata come rinunciabile passatempo. 

Sicuramente non possiamo vivere senza pane, ma anche esistere senza bellezza è impossibile” ripeteva Fiodor Dostoevskij; la bellezza non è solo una faccenda estetica ma possiede anche una dimensione etica.

Non bisognerà mai smettere di pensare all’Arte & Cultura come patrimonio collettivo, come risorsa e come valore da salvaguardare, da promuovere, diffondere e condividere. 

Dopo questa breve introduzione, sperando di farvi cosa gradita, ho deciso di presentarvi l’arte di uno dei più grandi scultori dell’ Ottocento, Vincenzo Gemito, “il Maestro dell’arte del reale”, al quale il Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli, ha dedicato la mostra “Gemito, dalla scultura al disegno” che terminerà il 15 novembre 2020. 

In esposizione è presente un’ampia raccolta di sculture e disegni dell’artista partenopeo. Questa mostra dedicata a Vincenzo Gemito e curata da Jean-Loup Champion, Maria Tamajo Contarini e Carmine Romano, è un progetto del direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, Sylvain Bellenger e di Christophe Leribault, direttore del Petit Palais di Parigi, il luogo dove si è svolta la prima retrospettiva dello scultore napoletano dal titolo “Gemito, Le sculpteur de l’âme napolitaine” (dal 15 ottobre 2019 al 26 gennaio 2020). 

Chi è Vincenzo Gemito (Napoli 1852- Napoli1929)

Il 16 luglio 1852 Gemito, a un solo giorno di vita, venne deposto nella ruota degli “esposti”  dell’Istituto dell’Annunziata, in Napoli, presso il quale venivano ospitati gli orfani abbandonati dalla famiglia. 

L’artista napoletano, della sua arte diceva: Ritraggo quello che esiste, non un aspetto del vero ma il vero nella sua interezza”. Vincenzo Gemito è infatti considerato un “verista” insieme ai vari esponenti della scuola napoletana, quali G. Toma, M. Cammarano, F.P. Michetti e A. Mancini.

Gemito ebbe la sua prima formazione artistica nello studio dello scultore Emanuele Caggiano, per poi passare in quello di Stanislao Lista, colui il quale fu promotore del rinnovamento del linguaggio scultoreo anche all’interno dell’Istituto delle Belle Arti. 

Vincenzo incominciò ad esprimere già in maniera dirompente la sua vena antiaccademica, la sua ricerca naturalista, la sua capacità di plasmare la materia. Una stessa forza incisiva che lo stesso artista impresse nell’argilla, nel bronzo, la ritroviamo nei suoi studi su carta o su pergamena, conservatasi in gran quantità sì da consentire una lettura pressoché completa del suo stile.  

Nel 1864 il giovane artista napoletano fu ammesso al Regio Istituto di belle arti di Napoli. Gemito utilizzò come modelli persone trovate in strada, scugnizzi, giovani donne o saltimbanchi, rappresentati con intenso realismo. 

A Napoli lo chiamavano ”’o scultore pazzo” poiché affetto da gravi squilibri psichici probabilmente derivanti dalla sua vita difficile. 

Il fiociniere”, 1862, terracotta cm. 36, Napoli collezione Banco di Napoli.

È uno dei numerosi ritratti di fanciulli realizzati in terracotta con una particolare tecnica che consentiva un’esecuzione rapida ed efficace. 

Lo scultore lavorava le teste a guisa di un vaso capovolto, cioè iniziava dal basso lasciando il volume vuoto all’interno che poi copriva e saldava con la capigliatura. 

Il personaggio appartiene ad una umanità del tutto diversa rispetto al “Giocatore” e ad altri tipi di scugnizzi realizzati all’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento. L’allusione all’antico traspare in un’evidente distensione del volto che, superando la drammaticità della vita quotidiana, mira in questo caso ad ottenere addirittura effetti di serenità, come ad esempio le opere del 1870 in terrecotte: “Il malatiello”, “Il moretto” , “Lo scugnizzo”.

Il malatiello”, 1870, Napoli Museo e Certosa di San Martino

Il moretto , 1870, terracotta cm. 36, Napoli collezione Banco di Napoli

Lo scugnizzo, 1870, terracotta cm. 36, Napoli collezione Banco di Napoli

Lo scultore soggiornò tre anni a Parigi , tra il 1877e il 1880, durante i quali maturò un modellato delle sue opere  liscio e curato, probabilmente sviluppato sugli esempi della statuaria ellenistica e manierista e che si acuirà, negli anni più cupi delle crisi mentali, con ossessivo perfezionismo. 

In questo periodo, attraverso il pittore francese Ernest Meissonnier, maestro allora in voga e di eleganza settecentesca, Gemito conobbe i maestri neorinascimentali che venivano chiamati proprio per questa loro connotazione ”neofiorentini”. 

Dopo l’esperienza parigina, l’artista partenopeo fu ricoverato in una clinica per malattie mentali da cui fuggì per poi rinchiudersi nella sua casa per circa vent’anni. Superata la malattia, nelle opere tarde Gemito continuò nella ricerca di perfezione, eseguendo opere raffinate, come la serie dedicata alla figura di Alessandro Magno. 

Che cos’è il Verismo?

Nelle arti figurative il termine verismo indica il movimento sviluppatosi in Italia negli ultimi decenni dell’Ottocento in corrispondenza al naturalismo francese caratterizzato dall’ispirazione al vero, l’adesione al dato dell’esperienza, la scelta di soggetti umili, quotidiani (si parla perciò anche di verismo sociale). In scultura vanno ricordati oltre a V. Gemito anche G. Grandi e A. Cecioni. Nella pittura vanno ricordati gli autentici veristi, eredi dei macchiaioli e delle scuole di Posillipo e di Resina: i fratelli Induno, i veneziani L. Nono e G. Favretto, S. De Tivoli e vari esponenti della scuola napoletana, quali G. Toma, M. Cammarano, F. P. Michetti, A. Mancini.

Dalla pittura di paesaggio della scuola di Posillipo, a quella della scuola di Resina, fino alle opere dell’ultima generazione di artisti napoletani dell’Ottocento, quella cioè di Gemito e di Mancini, hanno come punto in comune di maggiore interesse il riferimento alla realtà oggettiva. 

Il contatto tra il dato reale e l’immaginazione genera lo scontro tra l’interiorità dell’artista e ciò che ne è al di fuori e che spesso si trasforma in dolorosa rappresentazione.

Il Verismo nella scultura di Gemito.

Sin dalle prime opere Gemito si rivelò artista istintivo,  eccezionalmente dotato, artefice di una scultura palpitante, spontanea. I soggetti prediletti furono gli scugnizzi napoletani, il mondo della sua stesa adolescenza, corpi nei quali Gemito poteva cogliere una straordinaria freschezza fisica, la tensione dei gesti scattanti, l’espressione vivace o malinconica. Anche nei suoi ritratti ciò che colpisce è soprattutto il senso dell’intensità della vita, della gioventù spavalda di Francesco Paolo Michetti, o della potenza vigorosa di Giuseppe Verdi.

Ritratto di Francesco Paolo Michetti

“Busto di Giuseppe Verdi”, 1873.

Lo scultore partenopeo fu un enfant prodige: all’età di diciassette anni ,(1869), realizzò “Il Giocatore di carte”, un’opera di eccezionale realismo che fu acquistata dal re Vittorio Emanuele II che la destinò al Museo di Capodimonte. L’opera fu esposta per la prima volta alla mostra della Società promotrice di belle arti di Napoli.

Questa preziosa scultura in gesso patinato, non reca data né si conoscono esemplari in bronzo. È una delle prime opere eseguite da Gemito ai tempi in cui, in compagnia del pittore Antonio Mancini, era allievo dello scultore Stanislao Lista il quale andava diffondendo a Napoli i temi realistici largamente apprezzati nella cultura figurativa partenopea, assumendo tacitamente il ruolo di “banditore dello studio del vero nella scultura

Vi è raffigurato, mentre gioca a carte, un tipico scugnizzo napoletano, di quelli che l’artista incontrava nei vicoli del “centro storico” dove egli stesso viveva. Proprio in questi ambienti diseredati della città lo scultore attingeva spunti narrativi per esprimere la “realtà umana”, senza aspirare a denunzie sociali, semmai indulgendo a temi folclorici, già apprezzati nel primo Ottocento. La scultura, gravemente danneggiata durante l’ultima guerra, è stata restaurata completamente nel 1956.

 

Seguirono i busti a grandezza naturale di personaggi celebri, e statue come quella di Carlo V d’Asburgo. Nell’esecuzione di questa statua l’artista incontrò serie difficoltà.

Carlo V d’Asburgo

Vincenzo Gemito ricevette dal re Umberto I l’incarico di realizzare una statua effigiante Carlo V d’Asburgo da collocare in una delle otto nicchie 

ricavate dal prospetto principale di Palazzo Reale di Napoli e dove a tutt’oggi sono collocate altrettante statue che raffigurano  i sovrani delle dinastie che hanno governato la città di Napoli. 

Il soggetto privilegiato di Gemito erano gli scugnizzi, ovvero monelli di strada, caratterizzati da un destino precario e in cui l’artista rivedeva sé stesso. Spiccano le figure in terracotta di bambini, pescatori e popolani ma bellissimi sono anche i disegni. Le sculture, le terrecotte e i disegni sono tutti di una bellezza indicibile e struggente. L’utilizzo della terracotta diventa un mezzo plastico congeniale alla resa veristica del soggetto e all’immediatezza delle vibrazioni luministiche.

Il Pescatorello ”, 1876, gesso, acquisto del 1889,  Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli.

Il tema del Pescatore” impegnò a lungo Vincenzo Gemito sia nei disegni preparatori che in sculture concretamente realizzate. Il primo esemplare fu esposto nel 1877 al Salone parigino e fu premiato con la menzione d’onore. La scultura in bronzo di Vincenzo Gemito ”Il Pescatorello, 1877” si trova presso il Museo Nazionale del Bargello a Firenze.

È rappresentato un giovane scugnizzo napoletano in bilico su uno scoglio nell’atto di trattenere sul petto dei pesciolini guizzanti.  

L’Acquaiolo, 1881

Questa piccola scultura in bronzo raffigura un giovane nudo in piedi su una fontana che tiene un orcio con la mano destra e allunga la sinistra per offrire un piccolo vaso contenente acqua. La scultura gli fu commissionata da Francesco II di Borbone. 

Nel 1882 Gemito eseguì una rielaborazione della statua a seguito della richiesta di Francesco II di coprire le nudità del ragazzo per evitare di offendere la regina e così nel 1882 Gemito inserì dei pantaloncini in argento.

L’Acquaiolo”, 1882

 

“La Zingara”, 1885. Collezione Intesa Sanpaolo, Napoli.

Questo dipinto è un acquerello di strepitosa fattura, capace di catturare l’anima della donna ritratta. È un’opera che mostra il talento e la bravura di Gemito.

Vincenzo Gemito rimane segnato in modo particolare dall’incontro degli unici due grandi amori  della sua vita, le sue due muse, la francese Mathilde Duffaud e la napoletana Anna Cutolo, “la bella Nannina”, che sposò nel 1882 poco dopo la morte di Mathilde Duffaud e da cui ebbe una figlia: Giuseppina.

Mathilde Duffaud 

Autoritratto, acquerello e gessi colorati, cm 45x35cm, Napoli, Museo di Capodimonte in deposito dalla collezione del Banco di Napoli. 

Opera dedicata a Nannina Gemito,30 ottobre 1886.

Vincenzo Gemito con il busto di Anna Cutolo, 1920

L’arte di Vincenzo Gemito fu lodata anche da Giacomo Manzù, che nel 1979 ribadì: “A mio giudizio Vincenzo Gemito è il più grande scultore dell’Ottocento. Superiore, sotto certi aspetti a Medardo Rosso. Sono convinto, e in questo sta la grandezza di Gemito, che alla scultura non serve il romanticismo. Alla scultura servono tre cose: la forma, il mestiere e il genio. Il resto è inutile contorno, esercitazione sterile, inessenziale .Gemito è stato un genio solitario”.

Vincenzo Gemito muore il 1° marzo 1929 e la sua tomba è al cimitero di Poggioreale, Napoli. 

La sua produzione è concentrata tra il museo di Capodimonte, che da poco ha acquistato gran parte della collezione Minozzi e Palazzo Zevalos, che raccoglie quella che fu la celebre collezione del Banco di Napoli.

 

N.B. Le foto sono state attinte da internet a scopo puramente didattico-illustrativo.

 

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