Care lettrici e cari lettori,

In questi giorni difficili a causa del Coronavirus musei e istituzioni culturali stanno potenziando la loro offerta web per rimanere in contatto con il pubblico di appassionati, esperti, curiosi, addetti ai lavori.

Alcuni musei hanno già annunciato iniziative online, grazie alle quali si potranno visitare virtualmente le loro sale e ammirare alcuni capolavori artistici anche dal divano di casa, in questi giorni in cui tutti siamo costretti a rimanere nella propria abitazione. Anche se la tecnologia non sostituisce le relazioni umane, si tratta comunque di un’occasione per combattere la noia e soprattutto arricchire il proprio bagaglio culturale.

L’arte e la cultura non si fermano, chiaramente sara’ necessario rimodularsi, in base a quello che è successo e che potrebbe succedere ma si respira aria di ottimismo. L’auspicio che l’arte torni presto ad avvicinare e ad aiutarci a vincere la diffidenza, la paura dell’altro.

Intanto, adottando tutte le precauzioni che saranno necessarie e, tra queste, le dovute misure di distanziamento sociale, musei e mostre potranno riaprire al pubblico a partire dal 18 maggio, per effetto del nuovo Decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri, presentato il 26 aprile dal Premier Giuseppe Conte nel corso della conferenza stampa in diretta da Palazzo Chigi.

Nell’attesa che ci avviciniamo alla data di riapertura di musei e mostre, vi ricordo che il Palazzo Martinengo di Brescia ospita la mostra “Donne nell’arte. Da Tiziano a Boldini “ , fino al prossimo 17 giugno 2020. La mostra documenta quanto l’universo femminile abbia giocato un ruolo determinante nella storia dell’arte italiana lungo un periodo di quattro secoli , dagli albori del Rinascimento al Barocco, fino alla Belle Époque. L’esposizione, presenta oltre 90 capolavori di artisti quali Tiziano, Guercino, Pitocchetto, Appiani, Hayez, De Nittis, Zandomeneghi e Boldini.

Prendendo spunto da questa mostra, ho deciso, sperando di fare cosa gradita, di presentare la storia e le opere di uno dei maggiori pittori della scuola veneziana del tardo Rinascimento, celebre per la maestria nell’uso del colore, Tiziano Vecellio (1490 Pieve di Cadore–1576 Venezia).

Nato a Pieve di Cadore intorno al 1490, da un’antica e illustre famiglia, Tiziano giovanissimo si trasferì a Venezia  dove poté formarsi presso la bottega del mosaicista e pittore Sebastiano Zuccato. Tiziano passa alla bottega di Gentile e poi di Giovanni Bellini, caposcuola dei pittori veneziani e qui ha i primi contatti con il pittore che fra tutti preferiva come maestro, Giorgione, assieme al quale lavorò agli affreschi del Fondaco dei Tedeschi, assimilandone la rivoluzione tecnico pittorica basata sull’uso autonomo del colore. Tiziano dipinse infatti ”una Giuditta mirabilissima di disegno e di colorito” tale che, tutti credettero che fosse opera di Giorgione. Fin dalle prime opere Tiziano sperimenta, però, la forza plastica del colore nel costruire le forme, con effetti molto diversi rispetto alla pittura morbida e velata di Giorgione. Tiziano, applica la tecnica del colorismo tonale veneziano, uno stile basato sull’uso del colore e dove i contorni non sono più delimitati nettamente e l’unità compositiva non è più ottenuta attraverso il disegno, il chiaroscuro e la prospettiva, ma attraverso la graduale stesura dei colori, tono su tono, in velature sovrapposte. Quindi, con la sola variazione dei colori accostati tra loro, tono su tono, vengono definite le forme, i volumi, la profondità spaziale e la luce, senza ricorrere all’uso del chiaroscuro.

Opera fondamentale della giovinezza sono gli affreschi con le Storie di Sant’Antonio, dipinti nel 1511 nella Scuola del Santo a Padova, dove l’artista si cimentò nella narrazione drammatica a lui congeniale.

Nel 1513, il segretario del pontefice Leone X, Pietro Bembo (cardinale e scrittore veneziano), invita Tiziano a recarsi a Roma come pittore della corte pontificia, ma il maestro rifiuta e si offre di dipingere per la sala del Maggiore Consiglio della Serenissima. Sulla scia di Giorgione, Tiziano esegue quadri da stanza, come il cosiddetto Amor sacro e Amor Profano, (opera di perfetto equilibrio compositivo e di misura classica) e la Flora.

 

“Amor sacro e Amor profano”, 1515, olio su tela, 118×279 cm,  Roma, Galleria Borghese

Il dipinto, di soggetto allegorico, appare ancora oggi difficile da decifrare, nonostante le numerose interpretazioni proposte dagli storici. L’opera, uno dei primi capolavori di Tiziano, è nota con il titolo di Amor sacro e profano, ma anche come Beltà ornata e disornata o ancora come Tre amori. Due figure femminili, una nuda, l’altra vestita, (interpretate come bellezza pagana (sinistra) e cristiana (destra), terrestre e celeste) siedono sul bordo di una fonte decorata come un sarcofago antico; sullo sfondo a sinistra, una città fortificata; a destra una chiesa e un gregge di pecore. È probabile che la donna nuda seduta sulla destra sia Venere, dea dell’amore. La lucerna accesa che reca in mano sarebbe perciò la sacra fiamma dell’amore, e la sua nudità andrebbe letta come un riferimento alla purezza dell’idea dell’amore che la dea incarna.

L’altra donna, con abiti alla moda e dalle mani inguantate, caratteristica dell’abbigliamento nobiliare, potrebbe simboleggiare l’amore terreno, ovvero la forza generatrice della natura. La presenza della cintura, l’abito bianco e lo sguardo fisso avanti, che mostra indifferenza alle lusinghe di Venere, ha indotto talvolta a riconoscere nella donna la personificazione della Castità. Alle spalle delle due donne, il piccolo Cupido versa acqua nel sarcofago antico, decorato con rilievi di soggetto mitologico. Nell’opera predomina l’ampia spazialità del paesaggio retrostante. Fa da sfondo all’allegoria un paesaggio verdeggiante, popolato da cacciatori, animali e da una coppia di amanti.

Al centro del sarcofago è raffigurato lo stemma di Niccolò Aurelio, segretario della Repubblica di Venezia e probabile committente dell’opera. Sul fondo del bacile poggiato sopra il sarcofago è stato inoltre rinvenuto un altro stemma, quello di Laura Bagarotto, sposa di Aurelio nel 1514. È probabile perciò che il dipinto sia stato eseguito in occasione  del matrimonio. L’amore e il matrimonio sono dunque il tema della tela.

 

“Flora”, 1515 circa, olio su tela ,79,7×63,5 cm , Firenze Galleria degli Uffizi

Dipinta a Venezia da Tiziano, è la più famosa tra le immagini di femminilità alta e sensuale.

A questa delicata figura femminile fu dato il titolo di Flora da Pieter de Jode. Probabilmente l’allegoria di Flora ritrae una promessa sposa la cui identità ci è ignota. Tra le foglie  e i fiori, si intravede l’anello di fidanzamento, quale pegno dell’amore coniugale. La composizione, estremamente semplice, mostra la dea con il corpo di prospetto, il capo lievemente inclinato e il volto di tre quarti.

 Nel 1516 a Tiziano viene commissionata la grandiosa pala dell’Assunta per la chiesa dei Frari.

“Assunta”,1516-1518, olio su tavola, 6,9m x 3,6m, Venezia, Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari.

Quest’opera rappresenta il culmine della fase giovanile di Tiziano: un’opera grandiosa in cui l’artista dimostra di aver assimilato il linguaggio raffaellesco e michelangiolesco pur rimanendo fedele alla potenza espressiva del colore. Dal 1516 al 1518 Tiziano portò a termine la prima significativa commissione religiosa per una delle più importante chiesa di Venezia: la pala con l’Assunta per l’altare maggiore di Santa Maria Gloriosa dei Frari.

Con quest’opera monumentale l’artista si affranca completamente dell’eredità di Giorgione, creando un nuovo modello di pala d’altare.

Lo spazio è costruito su tre livelli sovrapposti, che ruotano intorno a un solo asse verticale dalla Madonna che ascende al cielo. L’evento soprannaturale, che avviene sotto gli occhi di chi guarda, è reso con forti contrasti luminosi e l’impiego di un’intensa gamma cromatica che va dal rosso delle vesti all’oro solare della luce.

Nel 1521 Tiziano conosce Cecilia, compagna della sua vita.

Alla ricca produzione di pale d’altare nel terzo decennio del Cinquecento si accompagna un’intensa attività per le principali corti italiane e straniere, come la serie di dipinti di soggetto mitologico che Tiziano eseguirà per la corte di Ferrara dove, durante i soggiorni, conoscerà Ludovico Ariosto, da lui ritratto.

Nel 1527 lega una profonda amicizia con il poeta, scrittore e drammaturgo  Pietro Aretino e lo scultore e architetto Jacopo Sansovino che arrivano a Venezia, scampati al sacco di Roma.

Nel 1529 il celebre Michelangelo Buonarroti è a Venezia e più tardi riferirà : “…ch’egli non aveva creduto che l’arte potesse far tanto e che solo Tiziano era degno del nome di pittore” 

Divenuto celebre anche come ritrattista, Tiziano entrò in contatto con il duca di Mantova, con l’imperatore Carlo V e con il duca di Urbino Francesco I della Rovere, per il quale dipinse, nel 1538, la celeberrima Venere di Urbino che rappresenta una delle opere di più vasta eco nella storia dell’arte europea per quanto attiene alla rappresentazione del nudo femminile: basti pensare che è una delle fonti dell’Olympia di Monet. In questo periodo la sua fama è al culmine e un contemporaneo lo cita come: “ il primo uomo del mondo”.

 “Venere di Urbino”, 1538, olio su tela, 119 x 165 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi

Nel 1538 Tiziano dipinse, su commissione di Guidobaldo della Rovere, duca di Camerino e più tardi di Urbino, la Venere di Urbino, prendendo come modello di riferimento il nudo di Venere dormiente ( Dresda, Gemaldegalerie) dipinto qualche tempo prima e attribuito a Giorgione e a Tiziano. Ma qui il prototipo è decisamente umanizzato, sia nell’espressione del volto , sia nei dettagli dell’ambiente. La scena, collocata all’interno di un’ampia e fastosa camera da letto, vede al centro Venere, raffigurata nuda in tutto il suo splendore, distesa su un letto con un cagnolino ai piedi. Provocante è l’atteggiamento spavaldo della donna, che volge lo sguardo verso lo spettatore perfettamente consapevole della propria nudità e della propria bellezza. Sul fondo della stanza due donne, un’ancella inginocchiata, assistita da un’altra in piedi, trae da una istoriata cassapanca nuziale gli abiti

che la dea indosserà. La presenza del cagnolino (simbolo della fedeltà in amore) ai piedi della donna, è un motivo ricorrente delle Veneri dipinte in quel periodo in ambito veneziano. Il mazzolino di rose nella mano destra  della giovane Venere è un simbolo dell’amore che richiama per equivalente significato, la pianta di mirto posata sul davanzale della finestra.

La pianta di mirto, simbolicamente, e’  legata al matrimonio e compare spesso nelle allegorie, come simbolo di fedeltà ed amore eterno.

Tiziano utilizza al meglio le potenzialità espressive del colore, giocando sull’accostamento per contrasto per esaltare al massimo alcuni dettagli.

La stanza comunica con l’ambiente esterno mediante una finestra bifora, tipicamente veneziana, che lascia intravedere un cielo dorato al tramonto.

La tela giungerà nel 1631 a Firenze con l’eredità di Vittoria della Rovere, granduchessa di Toscana, moglie del granduca Ferdinando II dei Medici.

Nel 1545, Tiziano dopo essersi recato ad Urbino arriva a Roma dove è accolto dal papa Paolo III, che lo ospita in Vaticano. Per la famiglia Farnese esegue numerose opere tra le quali la “Danae”, “Ritratto di Paolo III Farnese con i nipoti” e “Ritratto di giovane donna”, oggi tutti custoditi al Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli.

 

“Danae”, 1544-1545 circa, olio su tela, 149 x 202 cm, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte

Questo capolavoro di Tiziano, oggi presente al Museo di Capodimonte, era già nella collezione Farnese a Roma, poi a Parma e a Napoli-Danae, figlia del re di Argo fu sedotta da Giove rivelatosi a lei sotto forma di pioggia di monete d’oro, mentre era prigioniera in una torre di bronzo, come narra Boccaccio nella sua Genealogia Deorum, ispirata alle Metamorfosi di Ovidio.

Tiziano la raffigura tra le coltri bianche di un’alcova, coperta di soli gioielli, più come una Venere o una cortigiana veneziana che come un’eroina della mitologia antica, affiancata da Cupido. Danae è in parte ispirata alla Leda con il cigno di Michelangelo e Cupido a sculture di età classica.

“Ritratto di Paolo III Farnese con i nipoti”, 1545-1546 circa, olio su tela, 202×176 cm, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte

È questo uno dei più importanti ritratti di Alessandro Farnese, papa Paolo  III( 1534-1549), di cui il Museo di Capodimonte possiede un’immagine più antica di almeno un trentennio, attribuita a Raffaello.

Qui il papa è raffigurato in età avanza, attorniato da due fra i più intimi nipoti, saliti al potere grazie alla politica nepotista dell’epoca: il cardinale Alessandro Farnese, omonimo del papa, e il più giovane fratello Ottavio, che aveva sposato Margherita d’Austria, una delle figlie naturali dell’imperatore Carlo V, ed era destinato ad avere per sé il ducato di Parma e Piacenza, Stato dei Farnese. L’opera è giunta però incompiuta,  per l’improvviso ritorno dell’artista a Venezia. Alla pittura pastosa, ricca di vibrazioni tonali, veloce nella definizione dei dettagli (la mano sinistra, il cono d’ombra cupa della manica foderata di ermellino, il magnifico drappo rosso sul tavolo) corrisponde la carica psicologica, cinica dell’ambizione, di questi principi della Chiesa.  

 

“Ritratto di giovane donna”, 1545-1546 circa, olio su tela, 84,5 x 73 cm, Napoli, Museo di Capodimonte

Da sempre questo dipinto è stato considerato fra i Tiziano di maggiore prestigio dei Farnese, collocato in posizione di spicco, anche quando giunse nel Settecento a Napoli, dove fu ammirato dal marchese de Sade. Incerta è l’identificazione della donna, riconosciuta in Lavinia, figlia del pittore, in una gentildonna o in una cortigiana romana.

Tiziano incominciò la sua brillante carriera di ritrattista intorno al 1515 ma solo a partire dal decennio successivo si affermò in questo campo presso le maggiori corti italiane ed europee. Quello che riuscì a cogliere e a riprodurre non è solo le sembianze fisiche dei protagonisti ma il carattere dei ritrattati, ovvero le concezioni che dogi, papi e imperatori avevano di sé stessi e del loro ufficio e che volevano proporre al mondo attraverso la loro immagine riprodotta.

Nel 1548 Tiziano, invitato dall’imperatore Carlo V, parte per Augusta. Durante il primo soggiorno ad Augusta nel 1548 dipinse numerosi ritratti di personaggi della corte asburgica.

“Ritratto di Carlo V a cavallo”, 1548, olio su tela 332 x 279 cm, Madrid Museo del Prado.

L’imperatore Carlo V fu ritratto in questa tela a cavallo per celebrare la battaglia di Muhlberg,  decisiva per le sorti dell’impero e della cristianità, in cui il 24 aprile del 1547 i protestanti tedeschi furono sconfitti sulle rive dell’Elba. Tiziano segue la tradizione classico-romana del monumento equestre, e il volto severo di Carlo V è simbolo di una volontà di potenza che sospinge l’individuo nella lotta contro forze immani. Sotto l’elmo appaiono i lineamenti sgraziati di Carlo V, con gli occhi ardenti e la mascella contratta. Alquanto infrequente è l’arma dell’imperatore, una lunga lancia invece della canonica spada o del bastone di comando.

Il prestigio di Tiziano è testimoniato da un aneddoto: Carlo V che si china a raccogliere il pennello sfuggito dalle mani di Tiziano dicendo: “ Tiziano è degno di essere servito da Cesare. Ci sono molti principi ma un solo Tiziano”

 

“La Maddalena”, 1550 circa, olio su tela, 122×94 cm, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte

Questo dipinto  è una delle versioni della Maddalena penitente”, soggetto assai amato dal pittore. A differenza di quella realizzata per i Gonzaga tra il 1530 e il 1535, dove la donna è ritratta nuda, questo dipinto risente invece probabilmente dell’azione moralizzatrice dettata dal concilio di Trento e quindi dell’esigenza di sottolineare gli elementi legati alla penitenza, (il teschio e il libro), e di coprire le parti nude.

Nel corso dei suoi ottantasei anni Tiziano mantenne il totale dominio della pittura, grazie alla ricchezza del colore, alla libertà della stesura e dell’invenzione compositiva.

“Tiziano, Autoritratto”, 1567 circa, olio su tela, 86×65 cm, Madrid, Museo del Prado.

Nel corso degli anni egli eseguì numerosi autoritratti, ma gli unici giunti fino a noi appartengono alla fase tarda della sua carriera.

L’opera è stata realizzata quando il pittore aveva quasi settantacinque anni.

Il dipinto lo presenta di profilo e vestito di nero, invecchiato solitario e indebolito, con la mano destra, però, Tiziano stringe saldamente il pennello che allude alla sua arte. Egli è ornato solo da una catena d’oro, espressione di una sobria raffinatezza. La sintesi cromatica è giocata su toni scuri, in una gamma di neri e grigi interrotti dal bianco del colletto e dal volto pallido.

Questo eccezionale autoritratto celebra la sua arte e le sue parole: “ Chi vuole essere pittore deve conoscere tre colori: il bianco, il rosso, il nero e averli in mano”.

Nel 1576 scoppia una terribile epidemia di peste e nell’agosto dello stesso anno il grande maestro di ammala e muore in breve tempo seguito di lì a poco dal prediletto figlio Orazio.

N.B. Le foto sono state attinte da internet a scopo puramente didattico-illustrativo.

di Mattia Fiore

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