Una finestra sull’arte: “Pieter Paul Rubens” – Prima parte

Care lettrici e cari lettori,

sperando di farvi cosa gradita, sono lieto di condividere con voi l’arte del fiammingo Pieter Paul Rubens (1577-1640), grande pittore del XVII e massimo rappresentante del gusto barocco fiammingo.

Desidero inoltre informarvi che, vista la lunghezza, l’articolo è stato diviso in due parti e la pubblicazione della sua seconda parte seguirà nei prossimi giorni.

Chi è Rubens?

Rubens fu un artista a tutto campo; i viaggi ne fecero un uomo informato in tutte le materie d’arte. L’artista gettò i semi del linguaggio figurativo barocco, lo stile imperante nel XVII secolo.

Cos’è il Barocco?

Il Barocco fu un movimento culturale che fiorì a Roma negli anni della Controriforma da inizio 1600 e si diffuse in tutta Europa fino ai primi decenni del XVIII secolo, coinvolgendo non solo le arti figurative ma anche la letteratura e la musica.

Il barocco fu l’arte della Controriforma trionfante e strumento per  autocelebrarsi. La Chiesa di Roma appoggiò la nuova espressione artistica. L’arte barocca fu utilizzata per diffondere i dogmi della Controriforma e divenne espressione del potere.

Il genio del grande pittore e l’accortezza del politico di professione gli consentirono di introdursi con disinvoltura nelle maggiori corti europee dove godette di grande rispetto e considerazione. Rubens nacque in Germania, a Siegen in Vestfalia,  il 28 giugno del 1577.  Il padre era un avvocato calvinista di Anversa e per motivi religiosi, da Anversa si era dovuto rifugiare a Colonia.  

Nel 1587 morì il padre e Rubens tornò con la madre nella città di Anversa.

Nel 1593 Rubens compì il suo primo apprendistato entrando nella bottega di Adam van Noort, maestro di capacità limitate e infine, dopo quattro anni entrò a far parte della bottega di Otto van Veen che lo iniziò agli ideali classici del Rinascimento italiano.

Nel 1598 Rubens si iscrisse come maestro alla Gilda di San Luca dei pittori di Anversa, acquistando così il diritto di vendere le sue opere e di aprire una bottega per proprio conto.

Il 9 maggio del 1600 Rubens partì per un viaggio in l’Italia, dove si fermerà fino al 1608 per studiare da vicino le opere dei maestri antichi e moderni, per affinare il proprio linguaggio figurativo e per perfezionarsi sul loro esempio.

Soggiornò inizialmente a Venezia dove studiò e copiò le opere dei grandi pittori veneti del Cinquecento che lo influenzarono profondamente.

Il suo viaggio in Italia comprese brevi soggiorni a Parma, Milano e soprattutto a Genova; l’artista ebbe infatti modo di conoscere ed esaminare opere di Carracci e Caravaggio, ma anche artisti del pieno rinascimento. Entrò in contatto con prestigiosi committenti dando avvio ad una grande carriera artistica.

Trasferitosi a Roma nel 1601, l’artista ebbe modo di ampliare gli orizzonti della sua cultura figurativa.

Tra il 1601-02 realizzò il dipinto Compianto sul Cristo morto” “ Pieta ”, olio su tela,cm180x137cm, Roma, Galleria Borghese.

La scena, di grande impatto emotivo, è chiaramente ispirata all’analoga composizione del Caravaggio. L’artista utilizza una tavolozza estremamente ricca, dove dominano il rosso, il nero, l’avorio, ravvivati dai tocchi di luce dorata.

Rubens si sofferma a ritrarre gli effetti della morte: il colorito tetro del volto inespressivo di Cristo, quello bluastro dell’epidermide, le ferite aperte e sanguinanti, l’inesorabile abbandono degli arti privi di vita.

Intorno al corpo di Cristo dispone in un semicerchio i personaggi dei  dolenti: l’uomo barbuto sulla sinistra, Giuseppe di Arimatea, si china rattristato sul Cristo, la bionda Maddalena all’estremità opposta del quadro si asciuga una lacrima con la mano, la Madonna sostenuta da san Giovanni volge gli occhi verso il cielo. Il corpo del Cristo morto viene deposto in un sarcofago decorato con scene pagane. Un raggio di luce squarcia le nuvole per investire il corpo del Cristo divenendo presagio della sua resurrezione.

Susanna e i Vecchioni, 1601-1602, olio su tela,cm94x67cm, Roma, Galleria Borghese.

Susanna, la sposa di Gioacchino, il più ricco degli ebrei di Babilonia viene spiata mentre è al bagno da due vecchi e, non cedendo ai loro propositi, viene accusata di impudicizia e condannata alla lapidazione, sara’ salvata dal profeta Daniele.

La tensione drammatica della scena è accentuata della contrastante espressività dei volti, uno dei tratti tipici della pittura barocca.

Dal 1604 fino al novembre del 1605 Rubens si stabilì a Mantova alla corte di Vincenzo Gonzaga come pittore di corte e direttore delle raccolte granducali.

Nel 1604 eseguì il dipinto “Santissima Trinità adorata da Vincenzo Gonzaga e Famiglia”, 1604, cm 381x477cm, Mantova, Palazzo Ducale.

Rubens partì per la sua prima missione diplomatica per conto del duca di Mantova, portando in dono al re di Spagna una raccolta di quadri. A Madrid poté conoscere i tesori degli Asburgo conservati all’Escurial.

La Madonna della Vallicella”, 1606-1608, olio su tavola di ardesia, cm425x250cm, altare maggiore della Chiesa di Santa Maria in Vallicella, detta tradizionalmente Chiesa Nuova, Roma.

Nel 1608, a causa della malattia della madre, Rubens tornò ad Anversa e lì si stabilì al servizio degli arciduchi dei Paesi Bassi, Alberto e Isabella,  che contavano sulla sua arte per trasmettere lo spirito nuovo del loro regno. In questo stesso anno Rubens fece della sua casa un atelier che contò anche un centinaio di collaboratori, dando vita a una bottega che fu il centro dell’arte barocca fiamminga. Per far fronte alla vasta domanda, Rubens aprì una bottega che subappaltava lavori a diversi laboratori artistici e si avvaleva dell’aiuto dei lavoranti e apprendisti, i quali completavano i dipinti sulla base degli schizzi di Rubens.

Questa fiorente azienda produsse circa tremila opere, di cui seicento effettivamente realizzate dalla mano del maestro; del resto, per i giovani pittori, lavorare e formarsi nella bottega del celeberrimo Rubens rappresentava un grande onore.

Tra gli allievi di Rubens spicca Anthonis van Dyck, (conosciuto anche come Anton, Antony, Antoon, Antonie), che si distinse come ritrattista alla corte inglese.

Nell’ottobre del 1609 sposò Isabella Brant, figlia di un noto umanista e segretario comunale di Anversa, e con lei si ritrasse in giardino sotto l’ombra di un caprifoglio, simbolo di amore e fedeltà coniugale.

Autoritratto con la moglie Isabella Brant, 1609-1610,olio su tela, cm178x136cm, Alte Pinakothek di Monaco.

Entrambi gli effigiati guardano fuori dal quadro verso un ipotetico osservatore. Il gesto della coppia è tipico dell’iconografia del matrimonio: l’unione delle mani destre era infatti il simbolo con cui l’umanista e giurista Andrea Alciati, nei suoi Emblemata (1522), aveva rappresentato l’unione e la fedeltà coniugale.

Al concetto di fedeltà allude anche l’albero di fiori sullo sfondo che, nel dialetto fiammingo è chiamato con un termine che letteralmente significa ”più a lungo è meglio” e richiama, quindi, l’idea beneaugurale della durata del tempo del matrimonio. In realtà Isabella morì a soli trentacinque anni, dopo aver dato al pittore tre figli.

Venere e Cupido, 1606-1611, olio su tela, cm137x111cm, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza.

Il dipinto è la replica di un originale di Tiziano, considerato dal maestro fiammino riferimento e fonte di ispirazione. L’immagine della toeletta di Venere seminuda, aiutata da cupido, diventa una declinazione dell’ideale barocco di bellezza, florida e opulenta, esaltata dal manto rosso bordato di pelliccia e dal bracciale di perle, attributi che rimandano al motivo moraleggiante della vanitas, il monito a ricordare che le glorie terrene sono inevitabilmente destinate al decadimento e alla scomparsa.

Ercole ebbro”, 1613-1614, olio su tela, cm220x200cm, Dresda, Pinacoteca d’Arte Antica.

Il dipinto rappresenta un possente Ercole o Eracle, ebbro sostenuto da Fauni e Ninfe. Ercole, grande eroe greco, figlio di Zeus e di Alcmena, è simbolo della forza e di colui che si trovò sempre al bivio tra vizio e virtù.

Le torsioni delle Ninfe e il fisico atletico di Ercole richiamano le figure di Michelangelo, di cui Rubens fu profondo estimatore.

Nelle Fiandre del Seicento il paesaggio con scene di caccia costituiva un vero e proprio genere pittorico, come la natura morta e il ritratto.

Caccia al cinghiale, 1616, olio su tavola, cm137x168cm, Dresda, Pinacoteca d’Arte Antica.

Le tinte sono dense, calde e brillanti, le linee fluide.

Questa “Caccia al cinghiale” si svolge in un bosco in una giornata di sole e in un intreccio vorticoso di uomini, cani, cavalli. Un enorme albero abbattuto in primo piano focalizza l’attenzione di chi guarda. Il momento è quello dell’apice della caccia , quando il cinghiale viene bloccato e azzannato dai cani.

Morte di Seneca “, 1614, olio su tavola, cm185x154,7cm, Monaco, Alte Pinakothek.

Quest’opera si ispira a un passo degli Annales di Tacito, in cui lo storico romano narra l’orrore del tempo di Nerone, il quale accusò di cospirazione il vecchio saggio Seneca e lo costrinse a suicidarsi.

Il filosofo stoico Seneca fu precettore di Nerone e più tardi, prima di cadere in disgrazia, suo influente consigliere. Rubens descrive in modo molto particolareggiato il momento in cui Seneca, in presenza di alcuni amici, si toglie la vita.

La sua capacità di scorciare le figure e di proiettarle nello spazio con dinamico movimento gli permise di realizzare opere di grande profondità e impatto emotivo.

Verso il 1611-1614 Rubens eseguì, la pala dell’ “Assunzione della Vergine”, olio su tavola, cm 458x297cm, per la cappella della Vergine nella chiesa dei Gesuiti di Anversa e oggi conservata a Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Rubens nel corso della sua attività, dipinse almeno dodici Assunzioni della Vergine. Questa pala d’altare, monumentale, fu la prima della serie.

Nel dipinto viene rappresentata l’Assunzione della Vergine Maria, condotta  in cielo, da uno stuolo di angeli tre giorni dopo la morte.

L’opera fu commissionata dai Gesuiti i quali, incaricati di arginare il nuovo credo luterano, si fecero fondamentali promotori, del culto della Vergine, soprattutto nelle aree già coinvolte nella Riforma, come i Paesi Bassi.

E del 1614-15, il dipinto “I quattro continenti”, olio su tela, cm209x284cm, Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Con questo dipinto l’artista dimostra di aver assorbito profondamente l’esperienza italiana non solo nella costruzione delle forme, ma anche del controllo straordinario del mezzo cromatico, che gli deriva dalla conoscenza dell’arte veneta.

I quattro continenti sono rappresentati da figure femminili, ciascuna dalla divinità fluviale che corrisponde al corso d’acqua più importante nella rispettiva area geografica. In alto a sinistra l’Europa, identificata come la culla del cristianesimo e dell’istituzione ecclesiastica,  siede in compagnia del Danubio, a destra l’Asia accompagnata al Gange e a una tigre.

Al centro l’Africa è personificata da una donna nera abbracciata dal Nilo, sdraiato accanto a lei, mentre in secondo piano è raffigurata, con i capelli sciolti, l’America, il più giovane dei continenti, e su di lei è appoggiato il Rio delle Amazzoni.

In primo piano spiccano un coccodrillo e una tigre che allatta i cuccioli, simboli rispettivamente dell’Africa e dell’Asia.     

Caccia al leone”, 1616, olio su tavola, cm249x377cm, Monaco, Alte Pinakothek. Rubens eseguì questa suggestiva opera d’arte per il duca Massimiliano di Baviera.

La tavola, dominata da un dinamismo assoluto, è caratterizzata da un intenso realismo: il cavaliere disarcionato e azzannato dal leone, la leonessa che blocca un altro uomo, il movimento dei cavalli e le torsioni dei cavalieri.

L’artista non è estraneo agli influssi della Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci. L’opera può anche essere letta come una rappresentazione allegorica del trionfo del bene sul male.

La battaglia delle Amazzoni”, 1615-1618, olio su tavola, cm121x165cm, Monaco, Alte Pinakothek.

In questo esaltante dipinto è rappresentato lo scontro fra l’esercito greco e le mitiche donne guerriere dell’Asia Minore.

È considerata la più importante scena di battaglia di Rubens.

Il punto focale della composizione è dato dal ponte: da qui le guerriere precipitano sconfitte, mentre sullo sfondo divampano i fuochi e le fiamme di Troia, come narra l’Iliade. È il ritmo drammatico della lotta fra i due sessi a essere il protagonista di quest’opera, dipinta con pennellate rapide e sicure quasi a mo’ di bozzetto.

Sileno ebbro”, 1618, olio su tavola, cm205x211cm, Monaco, Alte Pinakothek.

Sembra che per questo Sileno Rubens si sia ispirato all’immagine riprodotta su un cammeo della sua raccolta. Consigliere di Dioniso, in realtà Sileno era saggio e possedeva il dono della profezia.

La grandezza di Rubens è soprattutto  nella gioia di vivere; una gioia di vivere sensuale, davvero carnale che si traduceva, nella sua pittura, nel piacere di dipingere corpi, corpi fatti di carne, carne viva, palpitante e abbondante.

Accentuati contrasti cromatici, ampi movimenti dei corpi e una struttura compositiva articolata e carica di tensione sono anche i caratteri distintivi della drammatica rappresentazione di quello che è definito l’opera più classica del mondo barocco:  ilRatto delle figlie di Leucippo a opera dei dioscuri Castore  e Polluce”, 1618, olio su tela, cm224x210,5cm, Alte Pinakothek, Monaco.

La morbida sensualità dei nudi di Rubens è un tratto caratteristico del suo stile.

In quest’opera risulta quanto mai evidente l’influenza italiana.

Nella produzione di Rubens i nudi e la sensualità delle figure femminili saranno sempre il segno peculiare dell’artista: le sue figure femminili, erotiche ma non lascive, raccontano proprio la gioia di vivere dell’artista. Secondo il racconto di Teocrito negli “Idilli, i due dioscuri, Castore il mortale e l’immortale Polluce sono i gemelli nati dall’uovo deposto da Leda dopo essersi unita a Giove, che l’ha posseduta sotto forma di cigno.

I due fratelli, giovani, coraggiosi e inseparabili, decidono di rapire, nel giorno delle nozze, Febe e Ilaria, le figlie di Leucippo, re di Messene e di Afareo.

Polluce è raffigurato in piedi, seminudo, mostrando la poderosa muscolatura da pugilatore, mentre Castore e’ raffigurato sopra un cavallo bruno e con indosso un’armatura.

L’impianto, il ritmo e la suddivisione delle masse ricordano in effetti Michelangelo e, in alcuni casi, Raffaello; i colori fanno invece pensare a Tiziano Vecellio e a Paolo Veronese, mentre la drammaticità figurativa e l’uso della luce rimandano a Caravaggio.

Eppure, nel pittore fiammingo, la fusione di tutti questi modelli diede luogo a uno stile del tutto personale

Nel 1620 Rubens realizzò un’enorme impresa pittorica per la chiesa del Gesù nella città di Niburgo:  “Caduta dei dannati”, 1620, olio su tavola, cm288x225cm, Monaco, Alte Pinakothek.

L’iconografia si basa sul Vangelo di Matteo e l’Apocalisse di Giovanni e che Rubens interpreta come una cascata magmatica di membra.

Quest’opera è un prodotto squisitamente barocco incurante delle regole rinascimentali e teso piuttosto a coinvolgere emotivamente l’osservatore nella scena, attraverso un dinamismo esasperato e il groviglio di corpi nudi.

In questa rappresentazione l’Arcangelo Michele spinge all’Inferno i dannati e anche il diavolo, raffigurato come un drago a sette teste.

In fondo all’orribile gorgo si intravedono alcuni animali, allegorie dei peccati capitali: il leone per l’Ira, i serpenti per la Superbia, i cani, che straziano i corpi nudi, per l’Invidia .

La simbologia riporta ai ricordi medievali dell’Inferno dantesco e proprio come in un girone dantesco, le corpulente figure bianche sono sbranate da creature feroci. Tutta questa strana massa informe è illuminata dal bagliore dello scudo dell’arcangelo Michele, che evidenzia i volti grotteschi dei dannati , sfigurati dal terrore.

N.B. Le foto sono state attinte da internet a scopo puramente didattico-illustrativo.

di Mattia Fiore

 

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