Care lettrici e cari lettori, 

com’è stato più volte ribadito in questa rubrica, l’arte e la cultura non si fermano poiché essi rappresentano uno strumento di stimolo e di crescita per lo sviluppo economico e sociale del paese. L’arte e la cultura sono beni preziosi per la società e per il suo sviluppo e come tali vanno tutelati rendendoli fruibili al maggior numero di membri della collettività. Entrambi giocano un ruolo importante nella crescita consapevole delle persone: contribuiscono a creare cittadini migliori e più responsabili, più consapevoli di sé stessi come persone e come collettività. 

Oggi, sperando di farvi cosa gradita, ho deciso di condividere con voi l’arte di Paul Gauguin (1848-1903), uno dei pittori più rivoluzionari del XIX secolo, anticonformista sia in arte sia nella vita privata. 

Paul Gauguin ha influenzato gli sviluppi della pittura del Novecento, sia per quanto concerne l’interesse alle culture extra occidentali, sia per quanto riguarda il simbolismo e l’uso del tutto soggettivo (visionario, decorativo) del colore. Elaborò uno stile pittorico che fece di lui uno dei precursori dell’Espressionismo.

La sua pittura del tutto antinaturalistica, che non cercò di imitare la realtà e di rappresentarla nei dettagli,  ma di creare immagini evocative cariche di colori puri e abbaglianti, fu il modello di un’intera generazione. 

Paul Gauguin fu uno dei protagonisti della fase artistica definita post-impressionismo. L’artista manifestò la propria visione interiore e dipinse la natura non com’era, ma come la sentiva. 

Poiché i suoi quadri non miravano a essere mera copia della realtà visibile, Gauguin non era interessato né a una colorazione fedele al vero, né alle leggi prospettiche finalizzate a una resa illusionistica della profondità dello spazio. Cruciali per lui erano il mondo dei sentimenti, la realtà spirituale e interiore. “Prima viene il sentimento, la commozione dell’anima, e solo in seguito la comprensione”. Primitivismo, simbolismo e antinaturalismo del colore furono infatti i caratteri salienti che definirono la sua pittura capace di rappresentare le immagini interiori.

Contrariamente agli impressionisti, che stendevano il colore a piccole chiazze corpose e  sovrapposte, Gauguin faceva uso di una stesura di larghe e piatte aree di colore sulla tela, (bidimensionale, priva di prospettiva), molto vicina agli esempi delle stampe giapponesi, con i tratti fisici delle persone delineati in modo estremamente sintetico, quasi astratto, senza un reale interesse alla resa dei particolari. Mentre dipingeva in Bretagna, spesso usava separare queste zone di colore con contorni scuri (tecnica “cloissoniste”); nei dipinti tahitiani invece accostava un colore all’atro, sovrapponendoli leggermente. 

Paul Gauguin attribuì al colore un valore simbolico;  ritenne il colore stesso, evocativo dei sentimenti, capace di suggestive emozioni. Gauguin non fu solo pittore ma anche intagliatore in legno, scultore e ceramista. Paul Gauguin nacque a Parigi il 7 giugno del 1848.

Nel 1849 il padre Clovis e la madre Aline, riconosciuti come oppositori del governo, decidono quindi di fuggire dalla Francia per cercare in Sud America un mondo più libero. Gauguin si trasferì con i suoi genitori in Perù presso la famiglia della madre.  Nel 1855 ritornò in Francia con la famiglia e si stabilì a Orléans. All’età di 23 anni si imbarcò e prestò il servizio militare in Marina. Nel 1871 cominciò a lavorare nell’ agenzia di Bertin, uno dei più importanti agenti di cambio parigini. 

Gauguin sembrava aver abbracciato la vita tradizionale delle classi medie ma evidentemente aveva l’avventura nel sangue e dodici anni dopo fu pronto a rischiare ogni cosa per l’arte. Nel 1873 sposò una ragazza danese, Mette Sophie Gad, dalla quale ebbe cinque figli. Partecipò alle mostre impressioniste a partire dal 1879. 

Gauguin era affascinato dall’essenza delle cose più che dall’aspetto esteriore e voleva esprimere l’intensità delle emozioni attraverso la sua arte, con la forza espressiva del suo colore.

Nel 1883, all’età di 35 anni, abbandonò una rispettabile carriera d’affari per dedicarsi interamente alla pittura ed essere libero “di dipingere ogni giorno”.

Nel 1884 i risparmi di Gauguin erano finiti, egli era riuscito a mala pena a vendere un quadro e la sua famiglia si stava lentamente riducendo alla miseria. Quindi si trasferì a Copenaghen e l’anno seguente ritornò a Parigi, lasciando la moglie con quattro figli e portando con sé il figlio Glovis che aveva sei anni. 

Nel 1886 soggiornò nella cittadina bretone di Pont-Aven e diede vita a un movimento di tipo simbolista, noto come Scuola di Pont-Aven.

Nel 1887 lavorò a Panama e poi, dopo poche settimane, colpito da febbri, si avventurò in Martinica, l’isola caraibica dell’arcipelago delle Piccole Antille. Quattro mesi dopo, la cattiva salute e la povertà lo costrinsero a rientrare in Francia , e precisamente in Bretagna dove si stabilì.

Gauguin si stabilì ad Arles, nel sud della Francia, con Van Gogh, con il quale era in rapporti epistolari, e passò diverse settimane a dipingere con l’amico. I loro rapporti si deteriorarono ben presto, data la loro diversità di carattere e la fondamentale distanza artistica: Gauguin aveva una sensibilità semplice che strideva con la forza espressiva, con la “passionalità’’ di Van Gogh. 

È del 1888 il dipinto “Visione dopo il sermone a Pont-Aven”, olio su tela, cm73x92cm, Edimburgo, National Gallery of Scotland. Gauguin dipinse questo primo quadro a soggetto religioso a Port-Aven. 

La scena è tratta da un celebre passo della Bibbia, in cui si narra il combattimento notturno di Giacobbe, il padre d’Israele, con un misterioso angelo, sorta di emblematica lotta spirituale tra il bene e il male. 

Il racconto del Vecchio Testamento è stato probabilmente l’argomento del sermone del sacerdote, che compare all’estrema destra. Gauguin utilizzò un colore rosso brillante del tutto innaturale per rendere il tono emozionale del dipinto, di notevole intensità visionaria. 

Cristo crocefisso ( Il Cristo giallo)”, 1889, olio su tela, cm 92x73cm, Buffalo, Albright-Knox Art Gallery. 

Il dipinto raffigura un gruppo di contadine che sta inginocchiato a pregare ai piedi di un crocefisso nella campagna bretone. 

Il colore è completamente irreale: il corpo giallo di Cristo e il rosso degli alberi sottolineano la non realisticità della scena. Anche in questo caso le figure sono contornate di nero e ricordano le piombature che circondano le immagini delle vetrate gotiche (tecnica pittorica detta cloissonisme).

La belle Angèle”, 1889, olio su tela, cm92x73,2cm Parigi, Musée d’Orsay

La donna effigiata nel quadro e vestita dei costumi tradizionali bretoni, è una famosa locandiera di Pont-Aven, Angélique Marie Satre. 

Questo ritratto venne tuttavia da lei rifiutato quando l’artista glielo offrì in dono, e venne acquistato dal pittore e scultore francese Edgar Degas. 

Autoritratto con Cristo Giallo”,1890-91, olio su tela, cm 38x46cm, Parigi, Musée d’Orsay .

Composto dopo un periodo di intenso lavoro, questo autoritratto ci restituisce un’immagine in cui Gauguin appare serio, imperscrutabile, concentrato sulla propria attività,  simboleggiata da due opere alle spalle completate da poco, il “Cristo giallo”, e un autoritratto scolpito a Parigi, di cui l’artista si era fatto mandare in Bretagna una fotografia. 

Nel 1891 Gauguin lasciò la Francia e la famiglia salpando alla volta di  Tahiti. Il primo soggiorno polinesiano si concluse dopo due anni, ma dal 1895 l’artista si traferì stabilmente fra Tahiti e le isole Marchesi. 

Gauguin volle evadere dalla società e dai suoi problemi per ritrovare un mondo più puro e incontaminato. Egli maturò, infatti,  la convinzione che l’unica via d’uscita al disagio esistenziale provocato dalla vita moderna, dal caos della città, dagli infingimenti che regolano i rapporti umani e il mondo dell’arte, stesse nella fuga verso una civiltà pura e incorrotta: la Polinesia.

Fu durante l’esperienza tahitiana che il suo linguaggio pittorico trovò piena realizzazione attraverso forme semplici, come quelle dell’arte primitiva, che non conosce le regole della prospettiva ma parla direttamente all’immaginazione. 

Gauguin partì per la Polinesia, alla ricerca di una natura incontaminata, di un vagheggiato paradiso terrestre lontano dalla civiltà. 

La natura intatta, gli abitanti con le loro abitudini quotidiane, gli abiti colorati, furono il soggetto prediletto dell’artista, che poté così sperimentare un linguaggio pittorico fatto di sapienti accostamenti cromatici, di forme semplificate e al tempo stesso corpose, di toni vivaci del paesaggio tropicale, a simboleggiare le emozioni, la spiritualità e la sensualità delle terre lontane.

Due donne tahitiane sulla spiaggia, 1891, olio su tela, cm69x91cm, Parigi, Musée d’Orsay

È il primo dipinto realizzato dall’artista nelle terre lontane della Polinesia. Due donne statuarie, definite da una spessa linea di contorno, stanno assorte sulla spiaggia di Tahiti, entrambe silenziose e assenti, languide e al di fuori del tempo. La grande efficacia del quadro consiste proprio nella notevole capacità decorativa del pittore e nella felice e armonica orchestrazione di colori caldi che accosta il giallo ocra della sabbia con il rosa e il rosso, variegato di bianco delle vesti. 

Donna tahitiana seduta”, 1891, olio su tela, cm70x46cm,  Copenaghen, Ny Carlsberg Glyptotek .

Gauguin eseguì questo splendido ritratto di giovane tahitiana in abiti occidentali subito dopo il suo arrivo nei Mari del Sud. Nonostante il vestito scuro, la ragazza è legata allo sfondo, luminosamente colorato, dal fiore che tiene in mano. 

Ia Orana Maria”, 1891, olio su tela, cm113,7×87,6cm, Metropolitan Museum of Art di New York. 

Si tratta di uno dei primi dipinti che Gauguin eseguì a Tahiti, dove si era recato alla ricerca di una realtà incontaminata e selvaggia, lontano dal mondo caotico, falso e artefatto di Parigi. L’opera si richiama al tema dell’Annunciazione.  La figura delle aureole sopra il capo di Maria e di Gesù è ripresa dalla tradizione cristiana mentre il resto della scena è resa nel linguaggio maori.

Donna tahitiana sdraiata e idolo, 1892, olio su tela. 

Questo quadro è ispirato ad un episodio realmente accaduto a Gauguin: una notte, tornato a casa dopo aver acquistato una lampada a olio, trovò la sua giovane moglie tredicenne, Teha’amana, sdraiata sveglia al buio, terrorizzata dagli spiriti

La moglie credeva che lo spirito conosciuto col nome di tupapaus  entrasse di notte nelle case prive di luce. 

Così Gauguin dipinse lo spirito come la moglie  lo aveva immaginato: “una comune piccola donna che protendeva la mano per ghermire la vittima”.  

Donne tahitiane sedute su una panca (Ta Matete)”, 1892, olio su tela, cm73x92cm, Basilea, Kunstmuseum

In questa tela, che ricorda i fregi orientali, Gauguin mescola suggestioni tahitiane a quelle egizie. La composizione è infatti ispirata a una fotografia di un dipinto egizio . 

Areaarea, 1892, olio su tela, cm75x94cm, Parigi, Musée d’Orsay

Gauguin si trasferì a Tahiti per sfuggire a quella che egli chiamava “la malattia della civiltà”. Questa serena immagine di vita primitiva è intitolata ” Felicita’ ” ed ha come tema il risveglio della sessualità. Alle giovani donne, una delle quali caratterizzata come vergine dalla veste bianca, si avvicina un vistoso cane rosso che in Gauguin è spesso simbolo della sessualità maschile. 

Nel 1893 Gauguin tornò a Parigi ma appena due anni dopo lasciò la Francia. In questo stesso anno dipinse “Dove vai?”, 1893, olio su tela, cm92,5×73,5cm, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage.

Il titolo indigeno dell’opera,Ea haere ia oe”, allude all’espressione di saluto che la giovane donna, (forse la moglie tahitiana di Gauguin)rivolge a coloro che incontra, e quindi agli spettatori. La sua calma e dignitosa figura è quella di un’Eva del paradiso polinesiano.

Vairumati tei oa (Donna tahitiana seduta e idolo)”, 1892, olio su tela, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage.

Nave Nave Mahana, 1896, olio su tela, Lione, Musée des Beaux-Arts

Be Be (La nativita’)”, 1896, olio su tela, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage.

È del 1897 il quadro “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? “ olio su tela, cm 139×374,5 cm, conservato nel Museum of Fine Arts di Boston.

Gauguin dipinse questa grande tela (cm139×374.5cm) nel secondo periodo del suo soggiorno tahitianoEseguita al termine di uno dei peggiori anni della sua vita, questa tela doveva costituire l’ultimo messaggio di Gauguin al mondo.  

L’artista era in uno stato di angoscia esistenziale: depresso per la morte della sua figlia prediletta Aline, all’età di venti anni. Egli scrisse, ricordando quel periodo più tardi: “Volevo però dipingere una grande tela e riporvi tutta la mia energia, prima di morire”. 

Il risultato fu il più grande quadro mai dipinto nella sua vita: costituì una sorta di testamento spirituale della sua arte in cui espresse tutte le sue idee sui misteri dell’esistenza umana. Gauguin non appena lo ebbe finito tentò  di portare a compimento il suo progetto di suicidio avvelenandosi con l’arsenico, ma sopravvisse. Esso rappresenta il ciclo dell’esistenza: la nascita(il bambino che dorme), la vita (la fanciulla che coglie i frutti), la morte (la vecchia).

Il quadro si legge da destra a sinistra, comincia col bambino e termina con la vecchia che contempla la morte. 

Da dove veniamo?  

Sulla destra in basso c’è la figura di un bambino addormentato e accanto tre donne sedute. Una figura accovacciata, volutamente enorme a dispetto della prospettiva, solleva il braccio in alto e guarda attonita le due donne che stanno pensando al loro destino.

Chi siamo? Al centro una figura si protende verso un frutto: è un’allegoria del ciclo della vita e il gesto ripete quello di Eva nel giardino dell’Eden. 

La raccolta del frutto simbolizza i piaceri della vita.

Dove andiamo? Una vecchia prossima alla morte sembra accettare rassegnata il suo destino, concludendo la parabola della storia. Uno strano uccello bianco, che ghermisce una lucertola tra le zampe, rappresenta la futilità delle parole vuote.

È del 1898 “Il cavallo bianco”, olio su tela, cm141x91cm, Parigi, Musée d’Orsay

Un cavallo bianco, reso verde dai riflessi del fogliame tropicale, si china a bere nelle acque blu e arancione di un torrente montano, mentre uomini nudi cavalcano senza sella nella foresta. 

Le linee e i colori sono accentuati dalla reazione emozionale in questa scena che evoca l’immagine del paradiso terrestre tanto cara a Gauguin.

Rave te hiti ramu (Presenza del demone malvagio)”, 1898, olio su tela, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage. 

Questa immagine appartiene a una serie di tele sulle credenze religiose degli indigeni tahitiani.

Due donne tahitiane”, 1899, olio su tela, cm94x73cm, New York, Metropolitan Museum of Art 

In questo delicato quadro, rappresentante due tahitiane che offrono fiori di mango, una sinuosa linea curva, che parte dall’abito bianco e attraversa il vassoio, sottolinea i seni delle donne. 

Rupe Rupe, 1899, olio su tela, Mosca Museo Pushkin

Questa tela fu dipinta da Gauguin durante il secondo soggiorno tahitiano. Secondo alcuni studiosi raffigurerebbe il destino dell’umanità. La parte destra del quadro con il cavallo, il cavaliere e i cuccioli simboleggerebbe la Terra. La parte sinistra del dipinto è invece interpretata come allegoria del Paradiso terrestre prima della cacciata di Adamo ed Eva. Le figure femminili si stagliano come icone sullo sfondo dorato di un paesaggio paradisiaco.

Nel 1901 Paul Gauguin si trasferì alle isole Marchesi dove, nel 1903, lo colse la morte in carcere, prigioniero per essersi opposto alla politica razzista del governatore francese. 

L’impatto emozionale delle sue opere e la sua completa dedizione all’arte, pagata con tante sofferenze, hanno fatto di lui, come del suo amico Van Gogh, uno degli eroi più venerati dell’arte moderna.

N.B. Le foto sono state attinte da internet a scopo puramente didattico-illustrativo.

di Mattia Fiore

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