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In attesa della data di celebrazione del cinquecentenario di Raffaello Sanzio (Urbino, 1483 – Roma ,1520) fissata per il 5 marzo 2020,la nostra rubrica “Una Finestra sull’arte” continuerà a tenere accesi i riflettori sull’Urbinate, presentando dodici tra le sue opere più belle da vedere almeno una volta nella vita.

Le opere selezionate saranno poi accompagnate da brevi descrizioni e analisi con l’intento di fornire ragguagli sulla storia, lo stile e il significato dei dipinti realizzati da Raffaello, genio dell’arte rinascimentale. Iniziamo la presentazione delle prime sei opere di Raffaello a cui seguiranno, a breve, le altre sei.

  1. Sposalizio della Vergine

    Sposalizio della Vergine (1504, olio su tavola ;cm170 x118 ; Pinacoteca di Brera , Milano)

    La tavola è il capolavoro giovanile di Raffaello, consapevole attestazione del superamento della lezione del Perugino (suo maestro), da cui riprende soggetto e schema compositivo, e dell’apertura verso l’arte di Piero della Francesca e di Donato Bramante. La tavola fu commissionata al giovane Raffaello dalla famiglia Albizzini per la chiesa di San Francesco, in città di Castello. Rimase nella sua sede originaria fino al 1798, quando la municipalità ne fece dono al generale napoleonico Giuseppe Lechi.

    Questi la vendette poco dopo a un facoltoso milanese, il Sannazzari, il quale la lasciò in eredità all’Ospedale Maggiore nel 1804. Due anni dopo venne acquistata per volontà del viceré Eugenio de Beauhatnais e destinata al museo dell’Accademia di Brera. Il dipinto viene tradizionalmente messo in rapporto con due opere del Perugino con le quali presenta grandi affinità nella composizione: si tratta della Consegna delle chiavi della Cappella Sistina e dello Sposalizio della Vergine (1503-1504, Musèe des Beaux – Arts di Caen, Francia) eseguito per la cattedrale del capoluogo umbro. Come si legge nella data sopra l’arco centrale del tempio ottagonale sul fondo, anche il dipinto di Raffaello venne terminato nello stesso anno del quadro di Caen ed è a questo, più  che al dipinto peruginesco della Sistina, risalente a venti anni prima, che l’Urbinate deve aver guardato. Le novità introdotte da Raffaello rispetto allo schema precedente riguardano sia il gruppo di figure in primo piano, disposte su una linea lievemente curva che si collega alla forma circolare del tempio, sia le proporzioni dell’edificio stesso. Tutto il quadro è dominato dalla suggestione del ritmo circolare, intensificata dall’accentuato numero dei lati e dal portico che circonda l’agile cilindro centrale.

    Alla forma esagonale di quello del Perugino egli sostituisce una pianta a otto lati, aumentando anche l’altezza del tamburo su cui poggia la cupola, con un effetto di armoniosa leggerezza. Una dolce naturalezza caratterizza i volti e i gesti dei protagonisti. I pretendenti respinti, secondo la tradizione iconografica, spezzano le verghe rimaste sterili; solo quella di Giuseppe, il prescelto, è fiorita. La stupenda armonia degli atteggiamenti e dei gesti, il mirabile equilibrio delle architetture, l’aria di serenità assoluta che pervade l’intera scena fanno di questo famosissimo quadro uno dei gioielli della pinacoteca e insieme uno dei capolavori in assoluto della pittura di tutti i tempi.

  2.  Madonna del Cardellino


    2. Madonna del Cardellino (1506, olio su tavola; cm107x77 cm; Galleria degli Uffizi, Firenze)

    L’opera fu dipinta, secondo il Vasari, per la famiglia fiorentina dei Nasi. La splendida Madonna è tra i più celebri esemplari del periodo fiorentino dell’Urbinate: la composizione si articola attorno alla piramide della Vergine seduta, che include la figura di Gesù e San Giovannino. Il nome cardellino pare tragga la sua origine dalla parola latina cardus, questo perché il cardellino predilige cibarsi appunto dei cardi, piante le cui spine alludono a quella della corona inflitta al Cristo prima della crocifissione, da qui l’interpretazione del cardellino come simbolo della passione. La solidità strutturale del dipinto ha le sue origini nella pittura pierfrancescana, filtrata attraverso la grazia peruginesca. Nello sfumato dei volti, nella loro fisionomia, nella struttura compositiva a piramide e nel paesaggio digradante si risente l’influsso della pittura leonardesca. In questo capolavoro le velature attenuano i contorni delle figure e ne aumentano i volumi con infinita grazia. È questa perfezione, la dolce serena armonia che ha reso nei secoli famoso questo dipinto. I paesi visibili sullo sfondo sono parti di uno spazio che coinvolge il gruppo delle figure e ruota intorno a loro. Disegni preparatori originali dell’artista, relativi a questo dipinto, si trovano all’Ashmolean Museum di Oxford.

  3. La Bella Giardiniera
    3. La Bella giardiniera (1507, olio su tavola; cm122 x 80 cm; Museo del Louvre , Parigi )

    La denominazione di “Belle Jardinière” (Bella giardiniera) a questa Madonna col Bambino si deve alla florida bellezza della figura femminile e al sito campestre che la circonda. Sull’orlo del manto della Madonna, sopra il piede, è posta la firma di Raffaello, la data invece si trova presso il gomito.

    È una delle più celebri Madonne dipinte da Raffaello durante il primo periodo fiorentino (1504 – 1508) quando il giovane urbinate si allontana dalla maniera del maestro Perugino per accogliere i modi di un classicismo influenzato da Leonardo, Michelangelo e Fra Bartolomeo. In particolare qui si avverte l’influenza di Leonardo, anch’egli allora presente a Firenze, nello sfumato leggero delle tessitura cromatica e nella struttura piramidale. Le trasparenze azzurrine del lontano paesaggio derivano da Leonardo, il vigore plastico e la fermezza monumentale delle figure da Michelangelo.

    La cordiale naturalezza e l’armonia espressiva rappresentano invece una conquista di Raffaello. Il Sanzio non indaga la natura per scoprirne le cause profonde, come Leonardo, né aspira a coglierne il fine ultimo, come Michelangelo. Per lui l’arte ha il compito di rendere evidente la bellezza insita nel creato.

  4. Ritratto di Papa Giulio II

    4. Ritratto di papa Giulio II ( 1511-1512 ,olio su tavola ; cm108 x 81cm; National Gallery ,Londra )

    Si tratta del ritratto celebrato da Vasari e da altri testimoni cinquecenteschi, che lo videro quand’era esposto al pubblico nella chiesa romana di Santa Maria del Popolo. L’opera, di cui esistono numerose copie (esiste una seconda versione su tela datata 1512 e conservata negli Uffizi di Firenze), era giustamente celebre per la straordinaria somiglianza. Raffaello riesce a raggiungere una perfezione compositiva e formale non ostentata, e la unisce a una straordinaria capacità di imitare ed evocare la realtà della vita e delle cose.

    Il ritratto appare tanto potente nella raffigurazione del volto del papa quanto meticoloso nella registrazione dei particolari, come lo schienale della sedia camerale, posta in leggero scorcio sullo sfondo del tendaggio che reca intessuta nella trama le chiavi incrociate, simbolo del soglio pontificio. Il volto di Giulio II, carico di energia e di autorevolezza, risulta tra le immagini più espressive della ritrattistica rinascimentale. Vecchio e stanco, il papa è colto in atteggiamento pensoso; la barba bianca che incornicia i lineamenti risalta luminosa sul rosso abito, creando uno stacco cromatico di grande effetto.

    L’assoluta fedeltà al vero da parte di Raffaello è ben visibile, per esempio, nel gesto con cui la mano sinistra si appiglia al bracciolo della sedia camerale o nei riflessi di luce che animano i pomelli della spalliera, formata a foggia di ghianda, allusione alla casata dei della Rovere cui apparteneva il pontefice. Ma ancora più verosimile è l’invenzione raffaellesca che ritrae il pontefice né frontalmente né di profilo, evitando anche che il suo sguardo si fissi sull’osservatore. Il pittore si è collocato un passo accanto al papa, come se fosse presente nella stessa stanza. È questa sensazione che Raffaello suscita in noi ancora oggi.

  5. Madonna Sistina 
    Madonna Sistina ( 1513 ,olio su tela ;cm 265x 196 cm ; Gemaldegalerie , Dresda)

    L’opera fu commissionata a Raffello da papa Giulio Il per la chiesa del convento benedettino di San Sisto a Piacenza, forse per devozione a Sisto II, protettore dei Della Rovere, e forse in onore dell’annessione della città allo Stato Pontificio nel 1512. La Madonna Sistina giunse a Dresda da Piacenza nel 1754, acquistata da Augusto III per sessantamila fiorini. L’Urbinate la dipinse non ancora trentenne, ma già ricco di numerose esperienze tra Urbino, Firenze, e Perugia.

    Il dipinto raffigura la Vergine col Bambino, in piedi su una nuvola, affiancata da San Sisto e da Santa Barbara, identificabile mediante la torre, suo attributo tradizionale. Le figure si compongono secondo una caratteristica tipologia piramidale.

    Nella  fisionomia  del santo sono state riconosciute le sembianze di Giulio II; in quella di Santa Barbara, si suppone che Raffaello abbia voluto ritrarre una nipote del Pontefice, Giulia Orsini Lucrezia della Rovere. La composizione è inquadrata da tendaggi verdi che si aprono su un cielo composto da una miriade di eterni angioletti mentre due angioletti affacciati alla balaustra, guardano verso l’alto.

    La Madonna scalza, col Bambino sembra avanzare verso lo spettatore, per soccorrerlo, invitata dai due santi. Questa pala sembra lievitare dalla terra al cielo, accendendosi di luce.

  6. La Velata

    Questo capolavoro della ritrattistica di Raffaello entrò nelle collezioni medicee a seguito

    6. La Velata ( 1515-1516 , olio su tela ; cm 82 x 60,5cm ; Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Firenze)

    della morte, occorsa nel 1621, dell’ultimo discendente della famiglia Botti, la cui eredità passò al granduca Cosimo II. A Vasari, che a metà Cinquecento visionò il quadro in casa Botti, si deve la nascita della leggenda che identificava nel soggetto la donna amata da Raffaello, la cosiddetta Fornarina, la bella popolana romana così teneramente amata  e vagheggiata dal grande maestro urbinate. Malgrado alcune somiglianze, oggi si ritiene che si tratti di un’opera commissionata da una gentildonna di rango, come rivelano il costume sontuoso e i gioielli esibiti, e non già di un dipinto dell’artista a carattere privato. Sta di fatto che questo volto pieno, dai tratti distesi, segue da vicino quello di altre figure femminili del periodo romano, dalla Madonna della seggiola di Palazzo Pitti alla Madonna Sistina di Dresda. Il quadro è spesso associato, per il suo valore assoluto, ad altri capolavori come il Baldassarre Castiglione del Louvre, il Leone X e due cardinali degli uffizi, e mostra il superamento della visione peruginesca degli esemplari fiorentini, come Agnolo e Maddalena Doni.

    Lo sguardo della donna ritratta è uno sguardo contemplativo e l’abito erompe in primo piano concentrando l’attenzione dello spettatore. La mano destra, sbucando da sotto al velo, sfugge all’ombra trattenendo il corpetto, mentre la pomposità del costume, si attenua sul petto e sul collo luminoso della giovane, incorniciato da una collana di grani ovali d’ambra o di cornioli, legati in oro.

di Mattia Fiore

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