Una finestra sull’arte: Giotto di Bondone – seconda parte

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Care lettrici e cari lettori,

Oggi, col piacere e la bellezza della condivisione, ho deciso di presentarvi la “Seconda parte” dell’articolo relativo all’illustre pittore, architetto, scultore Giotto di Bondone (1267 circa – 1337), l’artista che con la sua opera segnò una svolta fondamentale nello sviluppo dell’arte occidentale.

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Per tutti coloro che non hanno avuto la possibilità di leggere la “parte prima” di questo articolo ma che desiderano non perdere l’occasione per poterlo fare, vi invito ad andare sulla pagina di “Informare” per rilevare l’articolo già pubblicato utilizzando il seguente Link

Per la composizione e la forte espressività dei volti, il “Compianto sul Cristo morto” non ha precedenti nell’arte italiana.

Compianto sul Cristo morto, 1303-05, affresco , cm200x185cm, Cappella degli Scrovegni all’Arena, Padova.

Quest’opera è pervasa da una profonda tristezza con drammatica disperazione.

Quando nel 1304, Gitto dipinse questo affresco, i pittori erano considerati alla stregua di semplici artigiani. All’epoca non esisteva ancora l’idea di “Artista” come l’intendiamo oggi. Le commissioni di maggior prestigio riguardavano l’istoriazione di altari e pareti delle chiese, allo scopo di avvicinare il popolo, perlopiù analfabeta, agli episodi biblici. A volte, succedeva che fossero i principi secolari o gli esponenti di spicco della borghesia a commissionare opere di ispirazione sacra.

In questo dipinto le figure non sono più stereotipe, secondo la formula tradizionale, bensì soggetti senzienti, sofferenti e connotati individualmente, mentre al posto dello sfondo dorato troviamo un paesaggio.

L’evidente presenza di un primo piano e di uno sfondo conferisce profondità al dipinto, la superficie diviene spazio.

Giotto dispose tutte le sue figure su un piano comune e sostituì il tradizionale sfondo dorato con il paesaggio.

L’episodio narrato dal Vangelo descrive il momento nel quale il corpo di Gesù, dopo essere stato deposto dalla croce viene cosparso di unguenti profumati e coperto da un lenzuolo bianco prima di essere sistemato nel sepolcro.

La scena si svolge sullo sfondo di un desolato paesaggio invernale.

Lo spazio nel quale si muovono i protagonisti è delimitato dalla roccia che taglia diagonalmente lo sfondo.

L’albero spoglio appare come un richiamo alla morte di Cristo e testimonia il dolore universale conseguente al sacrificio di Gesù.

Maria abbraccia per l’ultima volta il Figlio morto.

Seduta per terra è raffigurata Maria Maddalena, riconoscibile per i lunghi capelli biondi e la veste rossa, tipica dell’iconografia della santa.

La Maddalena sorregge con delicatezza i piedi di Cristo segnati dai chiodi.

A destra Nicodemo e Giuseppe di Arimatea contemplano in pietoso silenzio il corpo di Cristo. Secondo il racconto evangelico essi furono i due uomini a deporre Gesù dalla croce e a chiederne il corpo a Pilato.

 La presenza di due angeli, eredità dell’iconografia medievale, con una gestualità espressiva acuisce la drammaticità della composizione e mostra la partecipazione delle creature celesti all’evento. Essi mostrano tratti ed emozioni umane: piangendo, sbattendo le ali e giungendo le mani, essi colmano il cielo di lamenti.

Dolore e pietà connotano anche i volti della piccola folla che si accalca sul lato sinistro della scena. Infine, particolare importanza assumono le due figure ammantate sedute di spalle in primo piano, che accentuano l’effetto illusionistico di spazio reale.

La tristezza delle due donne raffigurate di spalle si esprime attraverso la semplice postura.

La drammaticità della scena è resa soprattutto dalla vivace gestualità e dal volto piangente del giovane apostolo Giovanni che spalanca le braccia.

 Risale al 310 circa, “La Madonna della Maestà di Ognissanti”, tempera su tavola, cm325x204cm, Uffizi, Firenze.

 “La Madonna di Ognissanti o Maestà”, dal nome della chiesa per la quale fu eseguita, è tra i pochi dipinti su tavola attribuibili con certezza a Giotto.

Benché vi si ravvisi chiaramente l’influenza di Cimabue, l’umanizzazione del volto della Madonna costituisce un fatto del tutto nuovo, così come la resa della profondità del trono gotico su cui siede la Vergine. La sua opera è sostanzialmente innovativa.

La Maestà rivela il senso del nuovo realismo propugnato da Giotto.

Giotto sceglie un’inquadratura decentrata per la Vergine seduta su un trono a baldacchino.

Così come per il “Cristo” di Santa Maria Novella, anche per la “Madonna della Maestà di Ognissanti”, la rappresentazione risulta lontana anni luce dalle spirituali e ieratiche icone della tradizione precedente. Gli angeli e i santi si assiepano intorno al trono simili a una corte sacra.

Giotto pone al centro della composizione un trono gotico a edicola.

Apponendo il sigillo della sua individualità di autore, egli introdusse una novità che rese i pittori via via più consapevoli delle proprie qualità particolari, inducendoli a emanciparsi dalla tradizionale condizione di semplici artigiani.

Giotto, infatti, non solo aveva introdotto la tridimensionalità nella pittura, bensì era anche stato il primo a firmare le proprie opere.

Nonostante le dimensioni, ancora legate ai canoni di una proporzione gerarchica di tipo medievale, e il fondo dorato astratto, la rappresentazione delle figure che si intravedono attraverso le architetture, determina effetti di realismo.

 Delle quattro cappelle che, come sappiamo dalle fonti, Giotto affrescò in Santa Croce, tra il 1315 e il 1325, rimangono oggi solo la cappella Peruzzi con Storie di  san Giovanni Battista e di san Giovanni Evangelista e la cappella dei ricchi mercanti e banchieri fiorentini dei Bardi con episodi della Vita di san Francesco. Gli episodi derivano dalla leggenda aurea dello scrittore domenicano Jacopo da Varagine.

Cappella Peruzzi (Basilica di Santa Croce, Firenze), 1318-1322, affresco e pittura a secco su parete

Nascita, imposizione del nome al Battista”,  Cappella Peruzzi ( Basilica di Santa Croce, Firenze)

Assunzione di san Giovanni Evangelista”, Cappella Peruzzi ( Basilica di Santa Croce, Firenze)

Cappella Bardi (Basilica di  Santa Croce, Firenze), 1325 circa, affresco e pittura a secco su parete. Fu l’ultima opera pittorica autografa di Giotto.

Esequie di san Francesco con l’incredulo Girolamo che cerca le stigmate”, cm280x450 cm, Cappella Bardi ( Basilica di Santa Croce, Firenze)

Le composizioni ardite e mosse che caratterizzano queste pitture segnano lo stadio più maturo dello stile di Giotto.

 Diventato ormai un maestro di riconosciuto talento, dal 1328 Giotto lavorò  a Napoli presso la corte di Roberto d’Angiò.

Il 12 aprile del 1334 Giotto viene nominato , con pubblico decreto , magister et gubernator dell’Opera di Santa Reparata e architetto delle mura e fortificazioni cittadine a Firenze.

Nello stesso anno l’artista fiorentino si guadagnò l’incarico dell’Opera del Duomo per il campanile e  così nel 1334 subentrò all’incarico di capomastro per il campanile della Cattedrale di S. Maria del Fiore.

Disegnò probabilmente anche le formelle esagonali del primo ordine del basamento, realizzate poi da Andrea Pisano e da suoi collaboratori.

La sua fama di architetto gli ascrive il progetto del Campanile del Duomo di Firenze, detto anche Campanile di Giotto”.

 L’artista, all’avanguardia per i tempi per la carica innovativa del suo stile in cui visse, esercitò un’influenza notevole su tutte le scuole pittoriche italiane ed europee del XIV secolo.

L’attenzione per il realismo rappresentativo, sia nella resa della figura umana che nella descrizione del mondo naturale e delle strutture architettoniche, sarebbe diventata un tratto dominante del Rinascimento fiorentino.

Come testimoniano numerose fonti letterarie, Giotto conobbe una vastissima fama anche tra i suoi contemporanei, tanto da essere spesso considerato l’artista che meglio rappresenta l’intero Medioevo.

Quindi, la novità della sua concezione pittorica valse a Giotto la celebrità anche in vita.

Nella “Divina Commedia, canto XI del Purgatorio”, Dante Alighieri canta le lodi dell’allievo del grande Cimabue, fino ad allora dominatore incontrastato della scena artistica: “ Credette Cimabue ne la pittura/ tener lo campo e ora ha Giotto il grido,/sì che la fama di colui ( Cimabue) e’ scura”.

 Boccaccio delinea la figura di Giotto esaltandone le doti artistiche (nella quinta novella della sesta giornata del suo Decameron);

 Petrarca dichiara la bellezza intellettuale della sua pittura; il pittore e storico dell’arte Giorgio Vasari lo definì “padre della pittura”, poiché col suo realismo influenzò tutte le successive generazioni di pittori.

 Giotto morì a Firenze l’ otto gennaio del 1337, a 70 anni.

di Mattia Fiore

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