Una finestra sull’arte: Giorgio De Chirico

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Care lettrici e cari lettori,

finalmente siamo giunti a un passo verso un graduale ritorno alla normalità. Si snelliscono anche le pratiche per la fruizione dell’arte e della cultura. L’arte e la cultura non si fermano, non possono fermarsi, esse rappresentano un bisogno primario per il nutrimento del nostro spirito. Oggi, col piacere e la bellezza della condivisione, ho deciso di presentarvi il celebre artista Giorgio De Chirico, artista metafisico che ha fortemente influenzato il movimento surrealista. È stato colui che all’inizio del Novecento levò la voce controcorrente a favore del valore della tradizione e alla riscoperta dell’antico mestiere di pittore. Desidero inoltre informarvi che, vista la lunghezza, l’articolo è stato diviso in due parti e la pubblicazione della sua seconda parte seguirà nei prossimi giorni.

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Giorgio De Chirico nasce nella città greca di Volos, nella Tessaglia, il 10 giugno 1888 da una famiglia italiana. È il secondogenito dell’ingegnere ferroviario Evaristo e della nobildonna genovese Gemma Cervetto. La sorella maggiore, Adele, muore in tenera età; negli anni Novanta la famiglia si sposta ad Atene, dove nel 1891 nasce il fratello Andrea che poi assumerà il nome d’arte di Alberto Savinio. La forte disposizione artistica rivelata dai due fratelli e assecondata dal padre decide del futuro dei due giovani. Per Andrea è soprattutto una vocazione per la musica, per Giorgio è la ”musa” della pittura.

Nel 1900 De Chirico si iscrive all’Istituto Politecnico di Atene che frequenta per due anni. La Grecia gli lascia una forte impronta che si ritrova nelle sue opere. Egli vivrà a Milano, Firenze, Monaco di Baviera e Parigi. L’improvvisa morte del padre avvenuta nel 1905 è una perdita inaccettabile che affiorerà spesso nei sogni e in modo emblematico nella sua opera. Studia all’Accademia di Belle arti di Firenze e all’Accademia di Belle arti di Monaco di Baviera, dopodiché si trasferisce a Milano nel 1909 e infine a Parigi nel 1911, dove già viveva suo fratello Andrea.

Tra il 1910 e il 1918 dipinge le opere del periodo metafisico.

Giorgio De Chirico nella capitale francese conosce e frequenta importanti personaggi dell’epoca: Picasso e i poeti Valery e Apollinaire, il primo a coniare per la sua pittura il termine “Metafisica”; scrivendo in un suo articolo parla di “dipinti enigmatici e stranamente metafisici”. Subisce inoltre l’influenza di Gauguin. Dall’esperienza parigina nasce la serie delle piazze metafisiche.

La città che gli dà di più è probabilmente Ferrara, dove viene inviato insieme a suo fratello allo scoppio della Prima guerra mondiale. A Ferrara conosce il futurista Carlo Carrà, con cui darà avvio nel 1917 alla pittura metafisica ovvero “una pittura al di là delle cose fisiche, oltre l’apparente, di ciò che è concreto e tangibile e appartiene al mondo naturale”. È una pittura che usa chiaroscuro, colore, prospettiva per creare qualcosa che va aldilà dell’esperienza sensoriale lasciando spazi a sogni e visioni. Sogno e realtà, antico e moderno, fantasia e verità, si fondono.

De Chirico davanti al monumento di Dante in Piazza Santa Croce a Firenze trova l’ispirazione per fondare questa corrente pittorica.

Due sono i concetti fondamentali dell’arte metafisica: la malinconia e l’enigma. Si tratta di una pittura onirica, dove i luoghi si trasformano in visioni, frutto dell’inconscio. Nella pittura metafisica anche i luoghi per quanto realistici assumono una valenza onirica per via di una prospettiva spesso distorta di elementi apparentemente fuori luogo e di colori innaturali.

La genesi della pittura metafisica è individuabile nel quadro di Giorgio de Chirico L’enigma di un pomeriggio d’autunno del 1910, citato dal pittore stesso in un suo manoscritto parigino del 1912. Il dipinto fu esposto per la prima volta al pubblico a Parigi al “Salon d’Automne”.

Elementi chiavi della pittura di De Chirico sono le immense piazze prive di presenza umana in cui emergono elementi bizzarri come manichini (allusivi  all’uomo-automa contemporaneo),  busti, colonne classiche che pongono il problema della modernità rispetto al classicismo. Ma soprattutto traspare un senso d’inespressività dell’uomo, di solitudine e inquietudine come se ci trovassimo immersi in uno strano sogno. Dopo un breve rientro in Italia con sosta a Milano e a Venezia, la madre di Giorgio De Chirico decide di abbandonare Atene e di trasferirsi a Monaco per consentire ai figli di proseguire gli studi artistici.

Mentre il fratello Andrea prosegue gli studi musicali, Giorgio viene attratto dalla pittura “visionaria” del pittore romantico Alfred Kubin e sceglie come suoi ideali maestri i simbolisti Arnold Boecklin e Max Klinger. Questi artisti lo attraggono soprattutto per le tematiche mitologiche e per la dimensione misteriosa ed enigmatica che le loro opere evocano, elemento che caratterizzerà tutta la sua produzione figurativa.

I suoi primi quadri hanno come protagonisti esseri fantastici della mitologia, come i centauri che lottano tra loro o che muoiono in solitudine.

Anche sul piano intellettuale il soggiorno a Monaco è decisivo: la rivelazione dell’opera e del pensiero di filosofi come Schopenhauer e Nietzsche assume un’importanza radicale nella poetica di Giorgio De Chirico.

Nel 1910, Giorgio torna con la madre in Italia per visitare la Biennale di Venezia fermandosi prima a Milano e poi a Firenze, città che sceglie come sua patria; qui nascono i primi enigmi, quadri che suscitano un sentimento di mistero e che evocano una dimensione atemporale.

Emblematica di questo periodo è La Partenza degli Argonauti”, 1909.

In questo quadro il pittore raffigura sé stesso e il fratello Andrea sotto i sembianti di Castore e Polluce, i gemelli noti anche con il nome di Dioscuri,(figli o fanciulli di Zeus),che si accingono a lasciare la Grecia sotto l’egida di Atena. Come De Chirico gli argonauti abbandonano la loro terra,  il loro porto sicuro, verso destinazioni ed esperienze ignote, sono nomadi, orfani di una patria. La nave si allontana da una spiaggia, dove le case bianche evocano gli scorci tipici delle coste egee, una statua di Atena Partenos la guarda allontanarsi, ai suoi piedi tracce di sangue indicano il sacrificio compiuto perché la dea protegga i naviganti. Affiora la nostalgia della patria perduta e cercata.

 Enigma dell’ora, 1911, olio su tela, cm55x71cm, Firenze, Collezione privata.

L’intero spazio della tela è occupato da un porticato ad arcate, rivestito da una loggia, che si affaccia su una grande piazza e nella cui ombra si scorge una  enigmatica figura vestita di bianco, ferma accanto a una vasca che sembra una tomba, probabile simbolo di morte. Il paesaggio richiama direttamente la città di Firenze, in particolare lo Spedale degli Innocenti e il corridoio Vasariano. Sia il titolo dell’opera sia l’orologio al centro dell’immagine rimandano al tema fondamentale del dipinto: quello del tempo, a sua volta collegato alla dimensione dell’enigma, del mistero.

Nel silenzio di una piazza quasi disabitata, l’orologio segna le ore 14:55 ma le ombre lunghe indicano, chiaramente, che la scena è immaginata nel tardo pomeriggio e comunque a un’ora crepuscolare. Non vi è quindi corrispondenza fra il tempo segnato dallo strumento meccanico e il tempo della vita, dell’esistenza. Il tempo si è fermato.

 

Melancolia”, 1912, olio su tela, Londra, Estorick

 Nel 1911, durante un breve soggiorno a Torino, De Chirico rimane suggestionato dall’architettura della città e inizia a comporre le sue celebri “Piazze d’Italia”. In questa tela troviamo alcuni elementi tipici della sua iconografia: le persone sullo sfondo, i palazzi con i portici, disposti come una quinta teatrale, la statua del personaggio della mitologia greca Arianna e soprattutto l’atmosfera di malinconica e silenziosa attesa.

La torre rossa” 1913, olio su tela, cm73,5×100,5cm, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim.

In posizione centrale la rotonda e possente torre merlata domina sul resto. Un monumento equestre su un alto piedistallo si erge a destra parzialmente nascosto. Campiture piatte e tonalità fredde e la completa assenza dell’essere umano esprimono un senso di struggente solitudine, d’inquietudine e d’irrealtà. Tutto è immobile e assolutamente silenzioso.

Nel ringraziarvi per l’attenzione che mi avete dedicato, vi confermo che a breve sara’ pubblicata la seconda ed ultima parte di questo stesso articolo. Arrivederci a presto.

di Mattia Fiore

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