Una finestra sull’arte: Claude Monet, il pittore delle ninfee

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Care lettrici e cari lettori,

L’emergenza causata dal Coronavirus ha costretto alla chiusura i musei e molti di essi, considerando l’incertezza e la magnitudine del rischio sanitario, hanno introdotto le loro proposte artistiche sui siti e sui social, continuando così la loro missione facendo passare l’offerta culturale per canali alternativi.    

Intanto, adottando tutte le precauzioni che saranno necessarie e, tra queste, le dovute misure di distanziamento sociale, musei e mostre potranno riaprire al pubblico a partire dal 18 maggio, per effetto del nuovo Decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri, presentato il 26 aprile dal Premier Giuseppe Conte nel corso della conferenza stampa in diretta da Palazzo Chigi.    

Sperando di fare cosa gradita, sono lieto di presentarvi l’artista Claude Monet, prendendo spunto dalla mostra “Monet e gli impressionisti” che purtroppo, a causa del coronavirus e dell’emergenza sanitaria, è stata chiusa al pubblico, in attesa, come speriamo tutti, di essere riaperta al più presto, non appena la situazione lo consentirà.

Questa mostra, ospitata presso il Palazzo Albergati di Bologna, dal 13 marzo al 12 luglio 2020, è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia e curata da Marianne Mathieu, (Direttore scientifico del Musée Marmottan Monet di Parigi). Le opere in esposizione, comprendono principalmente Monet e alcuni dei maggiori esponenti dell’Impressionismo francese, Manet, Renoir, Degas, Corot, Sisley, Caillebotte, Morisot, Boudin, Pissarro e Signac.

I 57 capolavori in esposizione sono stati ceduti, in prestito, dal Musée Marmottan Monet di Parigi, fondato nel 1934 e noto per essere considerato “la casa dei grandi impressionisti”.

Claude Monet (Parigi 1840-Giverny 1926), fu il massimo rappresentante dell’Impressionismo e contribuì all’affermazione di questo movimento in tutto il mondo.

Cos ’è l’impressionismo?

L’impressionismo è una corrente pittorica che si sviluppò in Francia nella seconda metà dell’Ottocento (tra il 1860 e il 1870) e che nacque dal rifiuto delle tradizioni pittoriche imposte agli artisti dall’Accademia delle Belle Arti di Parigi. Gli impressionisti ruppero con i soggetti storici, fantastici e romanticheggianti, tipici della pittura accademica e con lo stile meticoloso incentrato sul lavoro all’interno di uno studio. Essi lasciarono l’atelier per dipingere en plain air, all’aria aperta. Il loro luogo d’incontro fu, negli anni Sessanta dell’ Ottocento, il caffè Guerbois di Parigi.

La prima manifestazione ufficiale e indipendente della nuova pittura si tenne il 15 aprile del 1874 presso lo studio del fotografo Nadar ed ebbe un carattere eversivo perché fu la risposta degli impressionisti al Salone ufficiale che aveva rifiutato le loro opere. Vi parteciparono trenta artisti e furono esposti centosessantacinque dipinti, ma fu la tela di Monet a divenire il manifesto di questa nuova pittura. Fu il critico Louis Leroy a dare il nome al movimento, ispirandosi al titolo del quadro di Monet «Impression. Soleil levant (Impressione. Levar del sole)», ed ebbe subito fortuna.

Questa mostra del 1874 venne recensita con uno sprezzante articolo dal critico Louis Leroy con il titolo “Mostra degli impressionisti”, con l’intento di denigrare il gruppo e definire negativamente la nuova pittura.

Obiettivo degli impressionisti era imprimere sulla tela gli effetti di luce che colpiscono l’occhio ancor prima che il cervello. A differenza dei pittori che seguivano i dettami dell’Accademia, gli impressionisti realizzavano le opere all’aperto, portando la tela sul posto e rappresentando con rapidità ciò che vedevano e fissando sulla tela la fuggevole impressione che veniva suscitata dalla scena che si aveva di fronte. Essi scoprirono che ciò che l’occhio percepisce è l’impressione visiva di un insieme di colori che però muta col variare delle condizioni di luce. I pittori impressionisti dipingevano su tele di ridotte dimensioni, senza disegno preparatorio e applicando il colore con pennellate sciolte e leggere. L’esperienza delle infinite possibilità di colore portò all’uso dei colori complementari, all’abolizione dei toni grigi, del disegno, del chiaroscuro, e a una sempre maggiore luminosità del quadro

Eduard Manet fu il precursore di questo movimento e, seppur realizzando i quadri all’aperto, non abbandonò mai la pittura d’atelier.

Altri rappresentanti di spicco dell’Impressionismo furono i pittori Claude Monet, Edgar Degas, Alfred Sissley e Auguste Renoir. Importante fu anche il contributo di Pissarro e di Cézanne alla nascita di questa corrente pittorica. Dal canto suo Toulouse-Lautrec non fece mai veramente parte del gruppo impressionista. Il quartiere di Montmartre, con i suoi bassi affitti, le prostitute disposte a fare da modelle e i locali a portata di tutte le tasche, fu l’ambiente per questa nuova generazione di artisti. Dopo il 1880, il movimento impressionista entrò in crisi

Monet e la luce

Claude Oscar Monet, figlio di un commerciante parigino, nacque a Parigi nel 1840. La famiglia si trasferì ben presto dalla capitale a Le Havre.

Monet attuò delle vere e proprie rivoluzioni pittoriche: non studiò pittura, non frequentò corsi accademici ma imparò sul campo, realizzando quadri che nacquero dalla sola osservazione del paesaggio. Monet dipinse come se frantumasse lo spazio e lo gettasse a manciate sul quadro. I primi visitatori dell’esposizione degli impressionisti del 1874 rimasero sconcertati davanti alle sue opere. Quei quadri sembravano loro un ammasso confuso di pennellate arbitrarie. Ma nei quadri di Monet le macchie prendevano forma, si percepivano cose vive, animate, pulsanti. La sua predilezione per il paesaggio risultò sempre intensa ed esclusiva. Nei suoi paesaggi egli non fissava ricordi o particolari stati d’animo, bensì mirava a cogliere l’esperienza puramente visiva di un oggetto o di uno scenario naturale.

Monet non era attratto dalla “bellezza oggettiva” delle cose, bensì piuttosto dall’impressione momentanea e fugace, da fissare come una sorta di “istantanea” dipinta. Egli rifiutava in modo categorico la pittura nell’atelier dove secondo lui non si elaborava l’”istante”, la realtà momentanea.

Monet dipinse soprattutto scene di vita piccolo borghese, evitando peraltro di mostrarne gli aspetti più squallidi. Amava il sole, i divertimenti, le belle donne e faceva di tutto per coltivare la propria immagine di bohemien dall’abbigliamento trasandato e dalla barba incolta.

Nel 1856 venne mandato a perfezionare il suo talento di disegnatore nell’atelier di Jacques-François Ochard, (allievo del celebre pittore David), dove un anno più tardi conobbe il pittore en plain air Eugene Boudin, che l’avrebbe influenzato in modo durevole.

Nel 1859 si recò a Parigi per perfezionare i suoi studi all’Accademie Suisse dove incontrò Camille Pissarro. In seguito, fece conoscenza con i pittori Renoir e Sisley con i quali si recò numerose volte a dipingere nel bosco nei pressi di Barbizon.

Nel 1860 prestò il servizio militare in Algeria, delle cui luci mediterranee rimase memoria negli intensi cromatismi e audacissimi accostamenti tonali. L’anno dopo fu rimpatriato per ragione di salute.
Nel 1867 l’artista si ripresenterà al Salon con il quadro “Donne in giardino”, dipinto en plain air in un giardino privato. I personaggi del quadro sono intenti a conversare e a raccogliere fiori, gesti intimi e quotidiani di una borghesia agiata, colti con grande immediatezza. Con grande delusione di Monet, quest’opera fu rifiutata dai giurati del Salon per l’inusitato trattamento delle luci e delle ombre e per l’eccessiva libertà nella rappresentazione naturale.

“Donne in giardino”, 1867, olio su tela, cm 255 x 20 cm, Musée d’Orsay, Parigi.

 

 

 

 

 

 

“Donna con parasole”, olio su tela, cm 131×88 cm, Musée d’Orsay, Parigi.

Risale al 1886 la realizzazione di questo dipinto in cui è ritratta Suzanne Hoschédeé, figlia diciottenne della nuova compagna di Monet, Alice Hoschédeé, con la quale ebbe una lunga relazione dopo la morte della moglie Camille, e che avrebbe sposato nel 1892. Suzanne è dipinta mentre passeggia nella campagna di Giverny, nella chiarissima luce di un giorno d’estate. Il quadro vibra nello splendore dei colori. Il pittore varia con brevi tocchi di colore l’azzurro del cielo, e l’erba del prato illuminata dal sole, e la veste candida della donna, su cui si proietta l’ombra del parasole.

I tocchi obliqui di colore suggeriscono il piegarsi dell’erba e lo scorrere delle nuvole sullo sfondo. A questo movimento partecipa anche la donna, la cui veste è leggermente sollevata in avanti mentre la sciarpa svolazza disordinatamente: in questo modo la figura umana diventa intimamente parte della natura che la circonda.

Nel 1870 Monet sposò Camille Doncieux, da cui aveva già avuto un figlio, e si trasferì in Normandia. All’approssimarsi della guerra franco tedesca fuggì a Londra e qui conobbe il mercante d’arte Durand- Ruel e venne colpito profondamente dai paesaggi dei pittori Constable e Turner per il loro libero impiego del colore.

L’anno seguente Monet andò a dipingere in Olanda e, dopo aver ereditato dal padre un modesto patrimonio, si trasferì ad Argenteuil, in una casa con giardino e studio galleggiante sulla Senna. Qui verrà ben presto raggiunto anche da Manet e Renoir.

Dall’apprendistato presso un artista come Eugène Boudin, che lo aveva indirizzato presso una pittura incentrata sulla natura, all’ammirazione per il pittore Corot, fino alla pittura di Constable e Turner scoperta nel 1870 durante un soggiorno londinese, l’intero percorso di Monet fu segnato dall’interesse crescente nei confronti del paesaggio. Nel celebre “Papaveri” dell’Orsay, ad esempio, è tradotta tutta la gioiosità dell’en plain air impressionista.

Papaveri, 1873, olio su tela, cm 50x65cm,Parigi, Musée d’Orsay.

La tela presenta due ampie zone di colore, quasi equivalenti e separate dalla linea dell’orizzonte, tracciata dagli alberi sullo sfondo. La modella ritratta nel dipinto è Camille, moglie del pittore, con il figlio Jean, nella campagna di Argenteuil. Monet pare dipingere l’emozione che il fenomeno luminoso suscita nel suo intimo. Il pittore è attratto dall’attimo fuggevole che cerca di raffigurare sulla tela. Le macchie cromatiche dei fiori disseminate sul campo degradante verso lo spettatore provocano un effetto quasi invadente della materia. La più infinitesimale variazione di luce è catturata dalle pennellate. I papaveri che compaiono qui per la prima volta, diventeranno un soggetto molto amato da Monet.

Nel 1874 con i suoi amici pittori espose alla prima mostra collettiva il dipinto “Impression. Soleil levant” che inaugurerà la grande stagione dell’impressionismo anche se per i critici di quegli anni il nome di “impressionisti” diventò sinonimo di pittori dilettanti, di tecnica sommaria, tanto che ci fu chi esclamò: “la carta da parati allo stato embrionale è ancora più curata di questo dipinto”.

Impression. Soleil levant, 1872, olio su tela, Parigi, Musée Marmottan

La tela raffigura il grande porto commerciale di Le Havre.

Monet tuttavia presta scarsa attenzione al paesaggio industriale; ciò che gli interessa registrare sono gli effetti di luce.

Nel suo “Impression.Soleil levant”, del 1872, Monet non voleva rappresentare il sole ma le sensazioni che questo trasmetteva a chi guardava. L’atmosfera velata rende appena identificabili gli alberi sul fondo e le barche nell’acqua, nelle quali è evidente l’influsso delle stampe giapponesi. Qui la tonalità rossa del sole sembra indicare il momento del tramonto piuttosto dell’alba. L’opera, innovativa, era stata realizzata in un’unica seduta, non c’era contorno, le pennellate erano brevi; era una pittura in cui la forma era solo evocata. Oltre a “Impression. Soleil levant”, Monet presentò alla mostra altri quattro quadri tra cui i “Papaveri”, ovvero il dipinto che abbiamo appena presentato.

La resa dei diversi momenti di luce durante la giornata e le sue infinite variazioni atmosferiche condurranno Monet a cimentarsi più volte con lo stesso soggetto. Il primo esempio, a partire dal 1875, fu costituito dai dipinti dedicati alla stazione parigina di Saint-Lazare dove fissò su una serie di tele gli istanti in cui imponenti locomotive a vapore si accingevano a fermarsi per riversare sui marciapiedi centinaia di pendolari provenienti dalle periferie. Monet riusciva a cogliere l’atmosfera convulsa, il frastuono e la confusione tipici di una stazione ferroviaria. L’autore si concentrò sulla resa del fumo delle locomotive mescolato alla luce.

Nel 1876 Monet partecipò, con 18 quadri, alla seconda collettiva degli impressionisti.

Nel 1877, alla terza esposizione impressionista, Monet presentò l’opera “La stazione di St. Lazare”, insieme ad altri trenta dipinti.

La stazione di St. Lazare 1877, olio su tela, cm 75×104, Parigi, Musée D’Orsay

Questo dipinto fa parte di una serie di sette ai quali il pittore lavoro’ sul posto, non volendo dipingere a memoria. Esso è l’unico dei sette a essere giunto al museo d’Orsay di Parigi. La pennellata di Monet è pastosa. Quando dipinse questo quadro Monet era più interessato alle immagini annebbiate per effetto del vapore che alle locomotive stesse.

Il dipinto descrive una locomotiva che entra lentamente nella stazione, sbuffando dense nuvole di vapore grigio-azzurro; alcuni passant si aggirano con aria svagata tra i binari, immersi in un’atmosfera nebulosa e irreale.

Nel 1879, dopo la morte della propria compagna, Camille, Monet lasciò Parigi per girovagare fra cittadine che con i loro paesaggi divennero oggetto di ulteriori gruppi di dipinti dedicati a località come Argenteuil, Poissy, Etretat con le sue bianche scogliere.

Scogliera a Étretat”, 1886, olio su tela, cm 66×81 cm, Museo Puškin di Mosca.

In questo dipinto Monet raffigura l’Étretat, la scogliera bianca, in Normandia, tanto amata dall’artista. Monet riesce a trasmettere il moto del mare che è di un bel turchese punteggiato di barche a vela.

Il 1880 segnò il momento di rottura apparente di Monet con l’impressionismo, benché ciò non comportò alcun dissidio con i suoi amici pittori. Alle luminose tinte dei paesaggi dipinti all’aperto subentrarono tonalità più cupe e pesanti. In questa fase egli realizzò soprattutto marine, scogliere e nature morte.

Tramonto sulla Senna a Lavancourt in inverno, 1880, olio su tela cm100 x150cm, Parigi, Petit Palais.

A partire dal 1880, ma soprattutto dal 1890, Monet si dedicò in modo crescendo alla realizzazione di opere in serie caratterizzate da un motivo identico, dipinto in diversi momenti della giornata.

Nel 1890 Monet si stabilì a Giverny, nei dintorni di Parigi e durante l’estate dipinse una serie di covoni recandosi in un campo nelle vicinanze di di Giverny dove lavorò per diversi mesi. Nel corso della realizzazione di questa serie di dipinti dello stesso soggetto, Monet registrò il mutare della luce e delle condizioni atmosferiche.

Covoni fine dell’ estate”, 1891, olio su tela, cm 60,5x 100,8 cm, Parigi, Musée d’Orsay

Nel 1892 Claude Monet si trasferì a Rouen, città dell’Alta Normandia.

Tra il 1892 e il 1894 realizzò 48 vedute della facciata della cattedrale di Rouen ritratta in diversi momenti della giornata e in differenti condizioni di luce. Nonostante la ripetitività del soggetto, le vedute della chiesa possiedono ciascuna un carattere particolare, in virtu’ della varietà di atmosfere evocate dalla luce. La facciata appare ogni volta diversa nelle varie ore del giorno.

Cattedrale di Rouen in pieno sole, 1893, olio su tela, cm107 x 73 cm, Parigi, Musée d’Orsay

Le opere più tardi di Monet lo mostrano interessato esclusivamente agli effetti di luce. Dipingendo la medesima scena in diversi momenti del giorno, ne registra i mutamenti con scarsa attenzione all’oggetto.

Nel 1899 Monet inaugurò la serie dei quadri raffiguranti gigli e ninfee.

Per tre inverni, dal 1900 al 1903, Monet tornò a Londra a dipingere il Tamigi. L’artista amava Londra d’inverno, e soprattutto amava la nebbia, ritenendola un “manto misterioso” che conferiva alla città una meravigliosa grandiosità’. Monet ne riprodusse l’effetto senza ricorrere al disegno preliminare, bensì attraverso pennellate libere e acute di colori puri, applicate con minuscoli tocchi divisi che a distanza vengono percepite come un’emanazione continua dei riflessi dell’acqua del fiume. Per un incidente Monet perde la vista di un occhio e quando torna a Giverny, non può più lavorare all’aperto.

Waterloo Bridge”, 1903, olio su tela, cm 65x 100 cm, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage

Tra il 1909 e il 1926, anno della sua morte, realizzò innumerevoli quadri dedicati alle ninfee, spingendo la ricerca pittorica al limite dell’ informale. Le figure umane scompaiono dai suoi dipinti.

Tra il 1915 e il 1924 realizzò anche otto affreschi con il soggetto di questo fiore acquatico, in omaggio allo stato francese.

Ninfee rosa”, 1898, Roma. Galleria Nazionale d’Arte Moderna

 Il Bacino delle ninfee, armonia in verde”, 1899 olio su tela, cm 89×93 cm, Parigi, Musèe d’Orsay

Il soggetto ritratto in questo dipinto si ispira al giardino in stile giapponese, fatto costruire nel 1893 nel giardino della sua villa presso la località di Giverny dove Monet acquistò un terreno che trasformò in stagno circondato da ricchissima vegetazione e sormontato da un ponte in stile giapponese. Il laghetto di ninfee divenute il suo ultimo soggetto d’ispirazione. Le forme degli alberi, dei cespugli , dell’acqua, delle ninfee, si stemperano in questo universo di colore. I dipinti di questa serie esaltano al massimo la magia di un luogo incontaminato e lo spettatore è catturato in un religioso silenzio.

Ninfee al mattino, 1916-1926, pittura murale su quattro pannelli, cm 197 x 1211cm, Musée de l’ Orangerie, Parigi

I paesaggi con i colori acquatici dell’opera tarda di Monet si presentano come mondi che comunicano allo spettatore tutta la loro vitale magia.

Monet morì nel 1926 , all’età di 86 anni e il destino di sopravvivere a tutti i suoi amici artisti, alle due mogli Camille e Alice e a suo figlio Jean, diventò un’ossessione. Egli fece in tempo a vedere le sue Ninfee appese nelle stanze ovali del Musèe de l’Orangerie a Parigi.

“E per voi, Monet”, termina una poesia di de Regnier, “ il più bel paesaggio sara’ sempre quello che dipingerete domani”

N.B. Le foto sono state attinte da internet a scopo puramente didattico-illustrativo.

 

di Mattia Fiore

 

 

 

 

 

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