«Una ferita che non passerà» Lorenzo Diana racconta i 2000 giorni

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Lorenzo Diana, classe 1950, è da anni un volto storico della lotta alla criminalità organizzata nel territorio casertano, e non solo. Uno dei pochi ad alzare la voce contro i vergognosi business camorristici, spesso ponendosi faccia a faccia contro di loro nei consigli comunali brulicanti di collusi. Com’è potuto accadere che proprio lui, dopo aver rischiato la vita per mano del clan, si sia ritrovato ingarbugliato in accuse infamanti che lo hanno costretto a lasciare tutto ed andare via. Dopo 5 anni, finalmente, Lorenzo ha ricevuto dalla DDA di Napoli la richiesta di archiviazione per l’accusa di concorso esterno in associazione camorristica.

Vorrei cominciare col parlare proprio di quella giornata, di quell’alba del 3 luglio 2015, quando di colpo la tua vita cambia. I carabinieri si presentano presso il tuo domicilio notificandoti ben due avvisi di garanzia.

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«È un ricordo che non si cancella. La prima reazione che ebbi fu di assoluta incredulità, per mesi e mesi non sono riuscito a dormire di notte ripensando al mio allontanamento da casa. La ferita maggiore mi fu inferta quando il 3 luglio fui costretto al trasferimento urgente a Roma, mi sentii come un bandito allontanato dalla propria dimora.
Per non parlare poi dell’umiliazione dovuta all’accompagnamento da una parte della scorta che mi proteggeva da 21 anni, e dall’altra dai carabinieri che mi avevano notificato il divieto di dimora nella nostra regione».

Come mai l’urgenza di trasferirti a Roma?

«Perché, quella mattina, oltre ai due avvisi di garanzia mi furono notificati anche due misure cautelari, cioè l’interdizione dai pubblici uffici ed il divieto di dimora nella regione Campania, quindi dovevo indicare un luogo fuori dai confini regionali da raggiungere entro mezzanotte.
Solo grazie alla generosità degli agenti della mia scorta, che mi accompagnarono in un ristorante sotto casa mia, riuscii a prendere un bagaglio e a salutare la mia famiglia. Questa ferita non passa, per me che ero braccato dalla camorra, io che la sera avvertivo la paura prima di entrare in casa, questa fu l’onta e l’infamia più grande che mi si potesse arrecare».

Ha pensato al lato degenerativo della giustizia?

«Ho riflettuto molto in questi anni su come sia stato possibile che una persona che ha dato battaglia possa ritrovarsi da un giorno a un altro in questo ingranaggio infamante, eppure già prima di queste vicende c’erano infinite prove della mia estraneità.
Credo sia in atto una distorsione nel meccanismo complessivo della giustizia, che non va. In questa distorsione ho denunciato anche una deriva di autoritarismo, che vive innanzitutto in alcuni esponenti della polizia giudiziaria».

Oggi su cosa si interroga in termini di contrasto alle mafie?

«Mi interrogo sul perché lo Stato oscilli tra una logica emergenziale e l’accondiscendenza. Questa logica non fa bene alla lotta alla mafia, fino a quando non avremo liberato le forze dell’ordine dall’emergenzialismo noi non raggiungeremo mai a un risultato definitivo nella lotta alle mafie. Se nella provincia di Caserta ci sono stati duri colpi al clan dei casalesi, dobbiamo stare attenti agli eredi; i clan sono una sorta di S.p.A. Il capo è un amministratore delegato che al momento dell’arresto ha già designato il suo sostituto.
Nei miei decenni di lotta alla camorra avrò letto centinaia di volte “operazioni mortali verso il clan, centinaia gli arrestati!” per poi dopo scoprire che il clan era vivo e vegeto. Allora dobbiamo chiamare la popolazione ad un alto livello di guardia: se si annunciano operazioni mortali la popolazione abbassa la guardia, si sente più tranquilla. Bisogna tenere un’attenzione più alta fin quando non si ottiene il risultato».

Hai avuto un incarico importante, sarai vicesindaco di Torre Annunziata con delle deleghe rilevanti: gestione dei beni confiscati, legalità e sicurezza, trasparenza e procedimenti anticorruzione. Si ricomincia…

«So che vado ad impegnarmi in una realtà molto difficile, dove la camorra è ancora viva e vegeta, dove la città e divisa in più gruppi, nonostante i capi clan siano in carcere. Ho accettato per un motivo molto semplice: ho una convinzione profonda di doversi impegnare a cambiare innanzitutto le nostre terre più difficile, che risale ai tempi della gioventù.
Torre Annunziata è stata la città, sulla quale fece un’informazione di denuncia un giovane giornalista ucciso dalla criminalità organizzata, Giancarlo Siani: è una città in cui certe battaglie non possono essere lasciate, mi sono sentito moralmente chiamato ad accettare.
Da un punto di vista professionale, considerata la mia carriera, il mio potrebbe apparire un passo indietro, ma sapere che un giovane lì ha iniziato questa battaglia mi spinge a dare una mano e proseguire, sapendo che non possono esservi salvatori della patria se non c’è un popolo che si riscatta».

di Anna Copertino e Antonio Casaccio

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