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Alessio Boni e Alessandro Quarta, protagonisti dello spettacolo “L’uomo che oscurò il Re Sole”, andato in scena al Belvedere di San Leucio nell’ambito della kermesse “Napoli Teatro Festival”. Un debutto campano per la rappresentazione, applaudita da un pubblico caloroso. Una dichiarazione d’amore al teatro, un racconto per voce e musica, una doppia narrazione intrecciata tra vita, disavventure e morte di Molière. Nel corso dell’intervista, il musicista Alessandro Quarta ci ha raccontato dello spettacolo, del rapporto con la Campania, con Caserta in particolare, del ritorno alle attività live.

Che pubblico ha accolto lo spettacolo “L’uomo che oscurò il Re Sole”?

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«Un pubblico meraviglioso, a Caserta si è calorosi: c’è un sole negli occhi, nei cuori, che noi sul palco abbiamo percepito e ridonato.
C’è calore, un amore immenso, che è un continuus tra pubblico e palco».

In che modo sei stato coinvolto in questo progetto teatrale?

«Con Alessio mi sono conosciuto lo scorso anno e, da subito, è nata una grande empatia tra noi: mi ha chiamato, proponendomi di fare questo progetto che ho accettato perché è il top, in ambito attoriale, che abbiamo in Italia. È un attore d’altri tempi, che porta il teatro in tv. Lo abbiamo creato in due giorni anche se, in realtà, lo spettacolo si realizza giorno dopo giorno sul palco».

Quanto è importante il luogo di esibizione per la riuscita dello spettacolo?

«Il luogo non va a contribuire positivamente o negativamente: non deve contribuire alla riuscita. Bisogna essere sempre se stessi, suonare al top.
Bisogna avere un’attenzione maniacale ai dettagli, che ti porta al successo. Non bisogna anteporre il talento allo studio».

Che rapporto hai con la Campania e con Caserta in particolare?

«Qui è nata l’arte, la musica, la solidarietà. Il rapporto con la Campania è fortissimo, quando arrivi è come essere a casa non soltanto dal punto di vista musicale, quanto umano. Io sono orgoglioso che la Campania faccia parte dell’Italia».

I giovani si stanno avvicinando allo studio del violino e della musica in generale. Qual è la tua opinione a riguardo?

«È una riscoperta lenta, perché non c’è un grande aiuto da parte dei mass media: oggi c’è attenzione verso il successo.
Artista ci si nasce, ci si diventa con un percorso fatto di studio e sacrifici, di perfezionamento. Sono felice che i ragazzi si avvicinino alla musica, ma non basta. Bisogna portare nelle case la cultura, fin da bambini».

Quanto la tua produzione ha risentito dell’emergenza sanitaria da Covid19?

«È stata dura restare fermi per due anni non soltanto dal punto di vista economico, quanto emotivo perché per me, così come per tanti altri, il palco è vita, ossigeno.
Dal punto di vista emotivo è vita, da quello economico è lavoro. Rivedere il pubblico per noi è stato ossigeno».

di Giovanni Iodice

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°221 – SETTEMBRE 2021

 

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