Una colonna sonora per tutte le generazioni: l’intervista a Tony Tammaro

Fabrizio Pennino 04/12/2023
Updated 2024/01/01 at 2:43 PM
6 Minuti per la lettura

Vincenzo Sarnelli, in arte Tony Tammaro, rappresenta per molte generazioni napoletane l’autore delle colonne sonore delle proprie infanzie e delle proprie estati con le sue due canzoni più famose: “Supersatos” e “Trerrote”. Il prossimo 27 dicembre si esibirà al Palapartenope per il suo terzo concerto napoletano e noi di Informare Magazine abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo.

Intervista a Tony Tammaro

All’interno della tua più famosa canzone “trerrote” è presente una dualità tra le frasi in dialetto e le frasi eccessivamente edulcorate in italiano. Qual è la genesi dell’idea e cosa c’è dietro?

«L’effetto comico nasce proprio da questo contrasto dicotomico. Io spesso quando ascoltavo le interviste al telegiornale vedevo l’intervistato parlare inglese dire ad esempio “fuck” e il traduttore rendeva in italiano “caspiterina”, e questo mi faceva molto ridere».

Perché hai scelto per le tue più famose canzoni l’apecar e il supersantos?

«L’Italia è fatta sostanzialmente di tre oggetti: l’apecar, il supersantos e un terzo su cui sto scrivendo una canzone (che non posso spoilerare!). La chiamerò la trilogia italica, fatta di questi tre feticci».

Da dove nascono le idee delle tue canzoni?

«A me piace dissacrare, sono lontano a tutto ciò che concerne “l’ufficialità”. Io non sono mai andato a Sanremo perché non ho a chi lasciare il cane, gli voglio troppo bene non posso lasciarlo in una pensione. Non mi vedrete mai a Sanremo fin quando non muore il cane. Perché un telegiornale non può presentare come prima notizia un ragazzo e una ragazza che si sono baciati a Santa Maria Capua Vetere? Sarebbe una notizia bellissima. Invece, spaventano la gente: chi è che decide quale notizia ha più importanza?».

La natura scherzosa delle tue canzoni può essere un limite?

«Il 99,9% delle canzoni del mondo parlano d’amore o magari sono canzoni di protesta, invece canzoni comiche non le fa nessuno: io mi trovo in quella che si chiama “nicchia di mercato”. Tutti fanno musica indie e io faccio canzoni comiche napoletane, così non ho concorrenza».

La Napoli di Tony Tammaro

Qual è la definizione più appropriata di Napoli e del napoletano secondo Tony Tammaro?

«Il napoletano puro non esiste: esistono moltissime sfumature che variano di zona in zona. Esistono quasi 20 quartieri. Tra un napoletano di Posillipo e uno di Ponticelli ne passa di acqua sotto i ponti. Io ho un accetto “chiattilo”, per esempio, perché sono cresciuto al Vomero. In realtà ci vogliono secoli per capire Napoli: c’è del comico, c’è del tragico. È una città studiata da centinaia di filosofi, ma è impossibile comprenderla. Ha una particolarità, però: è totalmente diversa dalle altre città. Tra Londra e Berlino non c’è una netta differenza, sono simili. Napoli è un fatto a sé, a Napoli non ti annoi».

Quando i più giovani parlano in dialetto i genitori, gli adulti replicano “parla bene”, “parla italiano”. Cosa ne pensi del dialetto napoletano? Che valore ha?

«Tecnicamente è una vera e propria lingua. Noi abbiamo un grosso problema al Vomero e a Napoli in generale: le mamme riprendono i figli quando parlano in napoletano. Ci si vergogna di parlare in dialetto. A scuola, ad esempio, io non potevo dire nemmeno un termine in napoletano; alla fine oggi me la cavo così: parlo in italiano ma na parurella’ napulitan la devo inserire nel discorso. Tuttavia, ci metto tempo a formulare le frasi, perché penso in napoletano e traduco in italiano. Per la canzoni il dialetto mi aiuta tantissimo perché il napoletano è una lingua estremamente musicale e adatta per comporre rime, proprio come l’inglese».

In concerto al Palapartenope il 27 dicembre

Cosa si prova a suonare al Palapartenope, un teatro storico di fuorigrotta, per la terza volta il 27 dicembre?

«Il mio primo concerto l’ho fatto nel 1990 e feci sold out, l’anno scorso con 33 anni di distanza sono riusciuto a raggiungere il mio secondo sold out e tra poco mi accingo a realizzare il mio terzo sold out. Non c’è due senza tre! Per me è commovente sapere che per il camerino dell’artista principale c’è stato Pino Daniele o tanti altri. Mi commuove cantare su un palco dove da ragazzo ero spettatore».

Girano voci che tu sia un avvocato, è vero?

«No, mi hanno chiamato avvocato, chirurgo o prof. di filosofia. In realtà ho un “brutto” vizio: quando non canto leggo, leggo tantissimo. Quando capita di parlare di giurisprudenza con qualcuno ho alle spalle la lettura del “Trabucchi” ad esempio, quindi mi scambiano per collega».

Se dovessi racchiudere in una frase il personaggio “Tony Tammaro” quale sarebbe?

«A gente fann tant e signur e poi sì fòtton i mellun».

ph. Fabrizio Pennino

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