Un saluto al critico Marco Santagata

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È novembre, è sera.
Il freddo di questo autunno inoltrato sembra essere più incisivo del solito.

Seduto sul divano di casa, aspettando la minestra calda che possa ridare tepore al mio corpo infreddolito, avverto un senso di gelo interiore ripensando all’incertezza dei tempi contemporanei e ad un prossimo Natale che sarà meno caloroso del solito. «Forse, il Natale nasce dall’istinto umano di creare un calore emotivo capace di combattere il freddo fisico che ci attanaglia durante questa stagione».
Penso, ma lascio perdere. Controllo le notifiche per distrarmi, su Facebook leggo: “Morto Marco Santagata”. È novembre, è sera, è il mio spirito che prova freddo.
Marco Santagata è stato uno dei massimi studiosi di Dante, Petrarca e Boccaccio. La nostra cultura ha perso un monumento del mondo accademico. Mi è sembrato doveroso commemorare, sulle pagine del nostro giornale, il celebre critico. Così ho chiesto aiuto ad Antonio Saccone, docente di Letteratura italiana all’Università degli studi di Napoli Federico II.

Professore, chi è Marco Santagata?

«Marco Santagata è stato uno dei massimi investigatori di Dante, Petrarca e Boccaccio. Ma la sua sterminata produzione saggistica comprende anche la lirica quattrocentesca, allungandosi sino a Foscolo, Leopardi e alla lirica novecentesca. Tutti i suoi lavori sono un riferimento ineludibile per gli studiosi italiani ed europei e naturalmente sono un’inesauribile fonte di apprendimento per gli studenti. All’esercizio di critico e storico della letteratura Santagata ha affiancato, con esito innovativo e piglio brioso, una feconda attività di romanziere».

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Cosa ci può dire dei suoi romanzi?

«Vorrei ricordare quelle che, a mio avviso, sono le sue due migliori, più singolari e avvincenti, prove narrative. Mi riferisco ai romanzi “L’amore in sé” (2006) e “Voglio una vita come la mia” (2008), entrambi editi da Guanda. Il primo mette in scena un docente universitario impegnato a svolgere un corso sul Canzoniere di Petrarca all’università di Ginevra.
Al protagonista, ormai anziano, il tempo, appare svuotato di consistenza. Durante una lezione un lapsus del professore svela una sorta di ritorno del rimosso: nei processi simultanei della coscienza si sovrappongono la soggettività pervasiva di Petrarca e quella del suo interprete. La compresenza del sublime poetico e dei miti canori di massa, diffusi, attraverso juke-box e mangiadischi, connota gli spasimi di tenerezza di una storia d’amore destinata ad un doloroso epilogo. La traumatica decisione di Bubi, una donna amata in passato dal professore, di abortire fa scoprire al giovane protagonista l’acre sapore della vita. Ora, a distanza, la ragazza, al pari di Laura, ha la fisionomia di un fantasma decomposto, figurazione di un amore «che del suo oggetto ha perduto perfino il ricordo». Lo svelamento induce sofferenza, ma anche «un piacere sottile ed esaltante».
Il professore, da anziano, commenta ai suoi allievi il discorso amoroso di Petrarca in morte di Laura (e, indirettamente, quello suo personale su Bubi mai più rivista). Dal nuovo disincanto deriva un illimpidimento psicologico ed emotivo. A pronunciarlo non è la memoria, ma il desiderio, «il desiderio dell’amore in sé».

Cosa possiamo dire, invece, dell’altro romanzo “Voglio una vita come la mia”?

«Molto originale è il romanzo “Voglio una vita come la mia”, in cui il protagonista immagina un singolare congedo dall’esistenza e dalla narrazione. Su uno scenario carnevalescamente funebre, alla voce sparata a tutto volume di Vasco Rossi («Voglio una vita spericolata») fa eco quella dell’io narrante che, dall’interno silenzioso della bara, suggella: «come la mia». Anche questo romanzo approda a uno sguardo disincantato, furioso ed elegiaco insieme, non privo di cinismo, mai tuttavia irresponsabilmente sdrammatizzante, sempre lucidissimo sui brandelli di realtà messi in scena, sull’impossibilità di una reale comunicazione con l’umanità che circonda il protagonista. Il pregio maggiore del libro risiede nella sua avvedutezza compositiva ed espressiva, in particolare nell’impiego sapientemente sperimentale dei ritmi del tempo. Dentro i tre mesi in cui si svolge la storia esteriore del soggetto narrante è risucchiato, dilatato, il suo tempo interiore, fatto di andirivieni della coscienza e della memoria, in cui passato e presente si impongono come un tutto simultaneo».

di Nicola Iannotta

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°212
DICEMBRE 2020

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