Il tempo non sempre si misura con l’orologio, ma attraverso la stratificazione delle immagini, dei luoghi e delle esperienze. È un tempo interiore, infatti, quello che emerge nelle pennellate pittoriche di Arcangelo Esposito, e che oggi trovano una nuova forma all’interno della mostra “Un ritorno a un tempo“, inaugurata all’interno degli spazi della Galleria d’arte “Al Blu di Prussia” – sita a Chiaia, in via Gaetano Filangieri 42 – lo scorso 26 marzo, e destinata a rimanervi sino al prossimo 17 luglio.
Arcangelo in mostra al Blu di Prussia
Formatosi tra Benevento e Roma e attivo da decenni a Milano, dove insegna alla celebre “Accademia di Brera“, Arcangelo ha saputo man mano costruire nel corso del tempo un linguaggio riconoscibile e autonomo. La sua pittura sfugge, infatti, a qualunque tentativo di classificazione, mantenendo sempre una costante tensione tra l’immagine e la materia, e insistendo su una dimensione primaria: quella del rapporto diretto con il colore, con la superficie, e con il tempo stesso della pittura.
E oggi, a oltre quarant’anni dalla sua ultima personale napoletana, l’artista campano ritorna nel capoluogo partenopeo con in mente un progetto unico, che ha il sapore di una ripartenza. La mostra, curata da Maria Savarese, si configura come un momento di sintesi di una ricerca artistica coerente e indipendente, confermata anche dallo stesso Arcangelo, il quale ha dichiarato ai nostri microfoni la sua missione: “Il mio obiettivo è quello di immergere il pubblico all’interno di un racconto che dura da quasi cinquant’anni“.
“Pompei è un teatro”
Il percorso espositivo si articola in tre nuclei di opere. Dapprima, è possibile ammirare i dipinti dedicati a Pompei, realizzati negli anni Novanta, che rappresentano un primo livello di lettura: qui la memoria archeologica non è mai descrittiva, ma si deposita sulla tela come una sostanza densa, stratificata. Un piccolo ciclo di lavori molto caro all’artista, e dal significato estremamente profondo: se, da un lato, i colori rosso accesi rimandano chiaramente “alla tragedia, alla drammaticità della distruzione di questa città”, ha affermato Arcangelo, dall’altro però la morte e la distruzione cedono al “sopravvento della vita“. Un aspetto cruciale, che rivela anche il grande amore dell’artista verso la cultura dell’antichità, gli usi e i costumi della società di allora.
Queste opere d’arte, dunque, restituiscono un’immagine di Pompei singolare, paragonandola a quella di un teatro – “drammatico, ma pur sempre un teatro“, ha osservato il pittore. Una visione che evidenzia come l’interesse dell’artista non sia tanto rivolto alla rovina o alla distruzione in quanto tali, ma piuttosto al processo attraverso il quale la memoria archeologica affiora, imprimendo delle tracce indelebili.
I cicli delle “Madonne Addolorate” e delle “Magnolie”
Ancora, le pareti della Galleria accolgono anche il ciclo dedicato alle celebri “Madonne Addolorate“, che invece introducono un registro pittorico decisamente più raccolto e meditativo. Si trattano di opere di piccolo formato, dove la dimensione della sacralità perde qualunque forma di magnificenza, distaccandosi da una dimensione irraggiungibile e profondamente lontana dall’umano per divenire un’esperienza quotidiana, quasi domestica.
A chiudere, infine, il percorso espositivo è il ciclo più recente realizzato dall’artista, ossia quello delle “Magnolie“, presentato qui per la prima volta. Un nucleo pittorico anche questo incredibilmente interessante, che raffigurano una serie di paesaggi tipici dell’Irpinia, la terra che ha dato i natali al grande artista. Anche all’interno di questi dipinti si nasconde una riflessione profonda: il soggetto rappresentato non riveste più la classica centralità di cui invece ha sempre goduto nell’arte tradizionale. Qui i fiori, infatti, “possono essere qualsiasi cosa – ha spiegato Arcangelo – possono rappresentare una presenza umana ma anche non, possono simboleggiare una montagna ma anche un pianeta”, diventando dunque un chiaro pretesto per compiere una riflessione ben più ampia su altri aspetti, e in particolare sul colore e sulla superficie pittorica.
Le tecniche pittoriche di Arcangelo
A tal proposito, infatti, Arcangelo si è anche intrattenuto a spiegare le proprie tecniche pittoriche, ribadendo come abbia sempre rifiutato la tela preparata, optando “sin dai primi anni Ottanta per dei lenzuoli: una stoffa particolarmente porosa che attinge i pigmenti, i carboni”. Ancora, l’artista ha dichiarato come abbia sempre preferito usare solo l’acqua: un aspetto particolarmente rilevante della sua tecnica pittorica, che conferma quanto i colori impiegati “siano pigmenti purissimi”. Non a caso, infatti, “nel mio studio ho centinaia di barattoli, di ciotole, all’interno del quale lascio ammuffire l’acqua, perché il colore di per sé non mi interessa, e lo lascio cambiare con il tempo dalla natura.
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