Un nuovo concetto di scuola

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Studio: “Applicazione dell’intelligenza per conoscere, apprendere qualcosa.” 

A questa parola, di cui la definizione potrebbe essere più vasta, segue per una sequela di anni la parola scuola: “Istituzione educativa che ha il compito di trasmettere alle giovani generazioni gli elementi fondamentali di una civiltà, di una cultura o di avviare al possesso di una data disciplina o alla pratica di una determinata professione.” 

Legame riconosciuto a livello Costituzionale, ed infatti il diritto allo studio viene regolato, principalmente, dall’articolo 34: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”

Analizzando il testo dell’articolo, appare chiaro dal principio l’interesse dello Stato nel rendere lo studio fruibile a tutti e nel premiare chi tenta di arrivare ai livelli più alti dell’istruzione. Nel comma I si esplicita che tutti, senza differenze di sesso, razza, religione o di qualunque altro genere, hanno il diritto di frequentare una scuola e di studiare. Aspetto che merita attenzione poiché mentre ora risulta scontato, nel passato solo i più facoltosi godevano di un’istruzione. Protagonista del comma II è l’obbligo di frequentare la scuola, luogo imprescindibile nella crescita di un individuo.

Infine, nei commi III e IV la Repubblica esprime l’intento di premiare gli studenti più meritevoli e di agevolare le famiglie mediante borse di studio devolute all’iscrizione all’università.
In conclusione, dalla lettura dell’articolo 34 si può evincere la volontà dello Stato nel predisporre lo studio come uno strumento per formare i cittadini e sensibilizzarli all’importanza che questo ricopre nel migliorare una società. 

Il concetto di studio si collega a quello di apprendimento al sapere. 

In questi tempi, in cui i codici di insegnamento sono in rapida evoluzione, è sempre più centrale il compito della scuola e dell’università ad un avvicinamento alla modernità in modo da soddisfare le esigenze dei nativi digitali che hanno, mai come prima, fonti immense di informazioni ed è quindi essenziale un corretto metodo di insegnamento che aiuti lo studente ad imparare, facendo una accurata cernita delle informazioni a disposizione in modo da formare anche uno spirito critico.  

La domanda che ci si pone è: la scuola italiana è pronta a questo rinnovamento, è disponibile a virare la rotta? La scuola è essenziale, se essa non è adeguata un paese è destinato al declino, poi al disastro: l’istruzione è la linfa vitale di una nazione. 

La qualità di un sistema scolastico è data da quattro elementi: elevata cultura, qualità dei rapporti umani, volontà nell’aprirsi alla società, qualità strutturale. Un sistema scolastico che funziona è un sistema nel quale la cultura è pulsante, viva, tale da appassionare. 

La qualità della cultura nella scuola italiana dipende anche e, soprattutto, dai docenti italiani, i quali si autorappresentano come in grado di installare nelle nuove generazioni il pensiero critico. Vero in parte, falso in parte. Per la sua stessa struttura, la scuola agevola più il pensiero univoco ed il conformismo che il pensiero critico.

Lo studente impara, spesso, a memoria le cose dette a lezione dal docente, che a loro volta non si distaccano da quanto è riportato nel manuale, e le ripete durante l’interrogazione. Non è sempre così, ma è lo schema preponderante e che ha poco a che fare con una proficua crescita intellettuale. Fare scuola è fare lezione. Il docente parla, gli studenti ascoltano – anche se forse si dovrebbe dire sentono – ed assimilano. Poi espongono come una sorta di litania. 

La scuola funziona soprattutto se ci sono validi docenti, figure fondamentali di frequente bistrattate. Il prestigio sociale dell’insegnante negli ultimi anni è diventato una curva discendente, lo stipendio non è elevato, spesso la sua stessa situazione lavorativa è precaria: a più di quarant’anni insegue ancora una supplenza, ed è oggetto di riforme scolastiche che vengono annunciate da ogni Legislatura. 

È comprensibile che rivendichi il suo fondamentale ruolo sociale. Ad un docente in Italia si chiede solo di saper insegnare la sua disciplina; che sappia anche far ricerca nel suo campo disciplinare è superfluo. Ergo il docente è uno che non produce cultura, ma la trasmetteDa aggiungere c’è questo curioso paradosso: se un docente di scuola secondaria riuscisse a superare l’abilitazione per l’insegnamento universitario sarebbe adatto, appunto, ad insegnare all’università, ma questo non gli darebbe alcun vantaggio nella scuola secondaria: non risulterebbe come titolo preferenziale, ad esempio, se volesse ottenere un passaggio di cattedra sulla disciplina per la quale è abilitato all’insegnamento universitario.

Lo Stato stabilisce che puoi insegnare filosofia all’università, ma questo non ti avvantaggia per insegnare filosofia al liceo. Sono due mondi divergenti, privi di qualsiasi punto di contatto. 

Ed ancora ci si chiede: Perché si studia? Che senso ha la mia fatica, a che serve? Si studia per farsi una cultura personale, per migliorare e al tempo stesso così facendo si diventa persone affermate, che trovano un posto nella società.

La risposta è vera ma il tema va analizzato da una diversa prospettiva. La concezione della cultura come formazione individuale pecca di individualismo. Dopo aver trascorso un notevole numero di anni a formare sé stesso in un contesto competitivo come la scuola e l’università, sarà poi un individuo responsabile della società? Chi e quando gli ha insegnato a lavorare insieme agli altri per il bene comune? 

Ciò che è assente nella scuola italiana è la concezione della cultura come servizio: studiare non perché così divento migliore, né perché questo mi permetterà di far carriera, ma perché studiando posso dare il mio contributo al bene comune. 

Nelle scuole americane esiste una pratica, il service learning, che è la concretizzazione di questa percezione dello studio e della cultura. Gli studenti devono impegnarsi in attività in favore della comunità, legate al loro studio curriculare. L’aula scolastica non è un recipiente dove infilare nozioni o un  mondo chiuso, ma un luogo nel quale si studia la soluzione per le problematiche della comunità locale. 

Va spezzata la verticalità del rapporto docente-studente in favore della orizzontalità della comunità che apprende e che è in rapporto aperto e vivo con le diverse comunità che sono fuori dalla scuola. Fin da primo passo nel mondo scolastico, il bambino va abituato non a interiorizzate quello che legge in un libro, ma a cercare attivamente la conoscenza, a costruirla e  metterla in discussione.

Si tratta di passare da una scuola nella quale l’insegnante, unico soggetto attivo, imprime segni nella mente dell’alunnoad una scuola nella quale docenti e studenti, membri di una stessa comunità di ricerca, imprimono insieme segni nella più ampia realtà sociale. 

 di Salvatore Sardella

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