Un mondo plastico

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Una delle più utili invenzioni della storia recente è stata sicuramente la plastica. Un materiale derivante dal petrolio, molto versatile, economico da produrre, resistente, leggero, facile da lavorare, colorabile, isolante acustico, termico, elettrico e meccanico, resistente alla corrosione, idrorepellente e inattaccabile da muffe, funghi e batteri. Una serie di proprietà che, come sappiamo, ne hanno determinato una grande fortuna.

Nel 2017 le stime attestano la produzione a quasi 350 milioni di tonnellate a livello mondiale e a circa 65 milioni di tonnellate in Europa, con l’Italia che risulta il secondo paese europeo dopo la Germania per domanda di plastica da lavorare e trasformare in specifici prodotti.
In Europa, la maggior parte della plastica viene destinata all’imballaggio, circa il 40%, al settore edilizio per il 20%, al settore automobilistico per il 10%, all’elettronica per il 6% e così via ad altri settori in percentuali minori.
Oggi, tuttavia, ci siamo improvvisamente accorti che la plastica rappresenta anche un’emergenza globale e proprio in ragione delle sue particolari caratteristiche, tra cui la durabilità, e a causa dell’inadeguata gestione del suo consumo, è stata dispersa nell’ambiente e vi si è accumulata in quantità eccezionali.
La plastica dispersa sul suolo è stata percepita soprattutto come un problema di decoro, in certo grado tollerato e sottovalutato, ma mentre in ambito urbano è stata raccolta con lo spazzamento stradale, in ambiti extraurbani è finita per essere ulteriormente dispersa dagli agenti atmosferici, come vento e pioggia.
Il suo destino è stato quello di essere “catturata” dalla vegetazione e intrappolata nel terreno o, per la maggior parte, attraverso i corsi d’acqua, finire in mare. La sua quantità nelle acque è ormai dello stesso ordine di quella del pesce e, nella prospettiva, se non cambieranno le cose, è destinata a superarla.

La plastica galleggiante, macroplastica, ha formato isole con estensioni “continentali”, come ad esempio la “Pacific Trash Vortex”, la “South Pacific Garbage Patch”, la “North Atlantic Garbage Patch”, ma queste rappresentano solo la punta dell’iceberg in quanto la maggior parte finisce in fondo al mare. Qui, alcuni tipi di plastica col tempo tendono a frammentarsi in parti più piccole per l’azione del mare e dall’abrasione dovuta al contatto col fondale.
Dalla frammentazione si producono particelle, dette microplastiche, di dimensioni analoghe a quelle del plancton di cui si nutrono gli organismi marini e che pertanto possono essere ingerite, determinando effetti tossici, propagandosi attraverso la catena alimentare fino all’uomo.
D’altra parte gli organismi marini, purtroppo, tendono ad assumere anche macroplastica, sottoforma di involucri per alimenti: tappi di bottiglia, cannucce, sacchetti per la spesa, bottiglie, o ad essere intrappolati da reti, imballaggi, con effetti nefasti sulla sopravvivenza. Per correggere il tiro e contrastare il problema plastica occorre, dunque, passare dalla consapevolezza all’azione: il primo obiettivo è di ridurne la diffusione e il consumo attraverso una combinazione di misure adottate dalle istituzioni e, in chiave complementare e sinergica, chiedere la collaborazione dei singoli cittadini.

Le misure di contrasto passano dal migliorare la progettazione dei prodotti per poterli riutilizzare o riciclare, al promuovere l’uso del materiale riciclato attraverso incentivi, migliorare la quantità e qualità della raccolta differenziata, ridurre la plastica monouso, monitorare e ridurre i rifiuti marini generati da fonti marittime, regolare l’uso della plastica compostabile e biodegradabile, arginare l’inquinamento da microplastica limitandone l’aggiunta intenzionale, il rilascio e la dispersione, promuovere investimenti e innovazione verso soluzioni circolari, arginare i rifiuti di plastica e il loro abbandono nell’ambiente, sensibilizzando l’opinione pubblica, intensificando la raccolta, introducendo sistemi di cauzione-rimborso. Tocca ora a noi fare in modo che la plastica non costituisca più un problema.

di Giancarlo Chiavazzo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°202 – FEBBRAIO 2020

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