Ulisse mi ha sempre affascinato. Ulisse “polutropos”, l’uomo dai molti giri e raggiri, con un significato sia proprio e cioè “l’uomo che ha molto errato”, sia metaforico ossia “l’uomo dai molti raggiri”.

Ulisse, a mio avviso, è il più umano degli eroi Greci, a dispetto di Achille che pare una sorta di Superman con la kriptonite nel tallone, o di Ettore che è caratterizzato dal ligio dovere imperativo e dal senso di patria che ne fanno un eroe senza macchia. Ulisse è diverso, fa di tutto per non essere costretto a partecipare alla spedizione contro Troia anche ricorrendo a trucchi e strategie mirate come fingere di essere pazzo.

Tuttavia ciò non sarà da impedimento per mostrare il suo valore e coraggio, e per di più è abile nel risolvere la lunga guerra non affidandosi solo al valore militare ma all’astuzia e all’ingegno. Terminata la guerra per lui inizia il ritorno, il “Nostos”, ma l’insaziabile desiderio di conoscere, altra sua peculiarità, lo spinge ad affrontare una lunga serie di avventure.  Un viaggio che lo porta ad affrontare il regno dei morti sfidando le sue angosce, che lo invita a combattere contro le tentazioni (le sirene), un viaggio che lo porta alla perdita del proprio Io (quando si trasforma da mendicante).

Nonostante ciò il pensiero della “Pietrosa Itaca” e sopratutto della amata Penelope sono sempre presenti nella sua mente.

A casa, per vero, ci torna. Ma il ritorno come immagine della riconquista dell’io, dell’identità dell’io, della pace domestica non si compie del tutto ed anzi ribalta: Ulisse deve ripartire e continuare ad errare con tutte le sue inquietudini lacerazioni le voglie di conoscere, spingendosi al limite, fin quando morrà.
Non sarà mai il banale Re-pastore. Questo, a mio avviso, rappresenta una continua, perenne e inarrestabile voglia di mettersi in gioco, conoscere oltre che il mondo prima di tutto sé stessi.
Insomma, è una sorta di esortazione per tutti.

di Salvatore Sardella

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