Massimo Cacciari: da dove nasce il razzismo dilagante

 

Correva l’anno 1951, nasceva la CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio), un concetto nuovo in cui credere di poter far meglio dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale. In seguito alla fine della guerra fredda e alla riunificazione della Germania nuove speranze vennero riposte nel Trattato di Maastricht, che nel 1992 istituì
l’Unione europea. E sì, da allora sono passati solo 26 anni.
Cosa è rimasto dell’Europa che appassionava, otteneva adesioni tramite la sua forza unificatrice di popoli, idee, culture?
«Se l’Europa continuasse a essere ridotta puramente a un’immagine tecnico- burocratica da radio, televisioni e media, in quanto questione del rapporto tra debito e PIL… ben presto di essa non ve ne fregherà più niente». Le parole di Massimo Cacciari, ospite del Liceo “F. Quercia” di Marcianise (CE), creano il giusto silenzio per far riflettere.
«Per secoli l’Europa è stata il centro sacrale del mondo». Il filosofo ripercorre la storia dall’antico Impero Romano che, ricordiamo, ha rappresentato un’area culturale omogenea in tutta la zona del Mediterraneo. «Lo si afferma senza egocentrismo, né tanto meno orgoglio. È una verità storica. Noi ne siamo gli eredi ma, se manca l’idea culturale di Europa, nessuno si impegnerà politicamente nel suo rinnovamento, che è necessario».
Il tema affrontato è quello dei molti nell’uno. L’immagine che si dà è quella di un Europa con la stessa fisionomia di un arcipelago, in cui più isole formano un unicum. Le isole, nel nostro caso, sarebbero le relazioni, le persone, gli individui, gli esseri umani.
Molte Associazioni promuovono progetti simil Erasmus, nell’ottica di poter formare e di far sentire il giovane un “cittadino europeo”. Esso esiste oppure è utopia?
«Al di là di esperienze analoghe all’Erasmus che hanno creato situazioni di mobilità tra ragazzi in Europa, manca conoscenza e una vera adesione di giovani alla costruzione di una nuova Europa. Il voto giovanile nei confronti di partiti che contestano anche apertamente il disegno dell’unità politica europea, disorienta massicciamente.
Non bastano certo gli Erasmus. L’Europa deve cambiare marcia se vuole essere un’idea attrattiva per i giovani».
Nella Sua definizione di Europa come “a-storica”, a cosa rimanda l’alfa privativa?
«L’Europa è stata costruita sulla base di un disegno che non ha tenuto conto delle specificità dell’individualità nazionali, soprattutto nella politica di integrazione dei Paesi dell’Est. È stato un disegno astratto, dettato essenzialmente da motivazioni di ragione economica, se non addirittura strategico- militare. Se si va avanti con un progetto che non tiene conto delle distinzioni, dei tempi diversi, delle diverse culture, non si creerà più nulla».
Gli Antichi insegnano ancora, ci spiegano la reciproca tolleranza in una pluralità di culture tramite il “foedus”, un accordo sacro che sanciva l’alleanza tra i popoli. «Credo in un’Europa politica proprio così, federale». Afferma Cacciari.
Cos’è che conduce le persone a diventare razziste?
«Ci sono tante cause che conducono a vedere nell’altro un nemico. È questo il razzismo, pensare che ci sono altre razze rispetto alla propria che rappresentano qualcosa di negativo che, affinché le cose andassero bene, deve essere soppresso.
Esistono varie cause: in primis l’ignoranza, e qui è responsabilità della scuola. La seconda è la crisi. In una situazione di disagio sociale e di mancanza di orientamento, scatta inevitabilmente nella psicologia umana la ricerca del colpevole.
Alcune forze politiche che fanno forza su questo, indicano il colpevole e orientano l’opinione pubblica in quella direzione. La storia lo insegna in maniera inequivocabile».
O si è così orgogliosi da non accettare di aver bisogno dell’altro, oppure si è così ottusi da voler invertire la rotta, in maniera artificiale, senza contare le conseguenze. Cosa succederebbe se ogni Paese vivesse per conto suo?
«Sarà un disastro sociale».
Cosa ha da dire sul Decreto Sicurezza?
«Il decreto sicurezza è per qualche misura niente, per un’altra fa parte di questa cultura, che fa leva su paura, sicurezza, incertezza, per rafforzare una propria posizione politica. Corre, però, il grande rischio di individuare nell’altro, da chi viene da fuori, un pericolo. Questo è palese nella cultura del nostro governo, in realtà in ogni cultura storica di Destra che dalla Restaurazione in poi hanno insistito su questo elemento.
È soprattutto in momenti di crisi che culture di questo genere minacciano di affermarsi. È stato così dopo la seconda guerra mondiale, in modo clamoroso, portando le tragedie che sappiamo. Dipende anche dagli Altri e da cosa fanno.
Se gli Altri sono attivi e riescono a far comprendere le ragioni, può darsi che questi pericoli riescano ad attenuarsi. Se gli Altri, come nel caso italiano non esistono, questa cultura di destra può dilagare».

di Alessia Giocondo

Tratto da Informare n° 187 Novembre 2018

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