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Ucraina: stupro di guerra e pornificazione della violenza sessuale

Valeria Marchese 12/04/2022
Updated 2022/04/12 at 11:41 AM
11 Minuti per la lettura
È il 1960 quando nei cinema d’Italia esce “La Ciociara”, il film tratto dal romanzo di Alberto Moravia che vede Sofia Loren (Cesira) protagonista in un lacerante racconto di guerra. 

Una guerra fatta di violenze inflitte alla carne che travalica ogni trincea e area di combattimento, si fa largo tra i civili e ne stravolge la quotidianità per precipitare in una lotta alla vita che coinvolge tutti. Rosetta, la figlia di Cesira appena dodicenne, è immolata a martire e simbolo dell’atrocità dello stupro di guerra, un abominio nei confronti della vita e crimine contro l’umanità. 

La depersonalizzazione dell’individuo

Lo stupro è l’arma della guerra psicologica, mina il morale del nemico e ne distrugge la dignità di essere umano. La violenza avviene per sequenze sistematiche e trova sua attuazione anche nell’istituzionalizzazione della schiavitù sessuale.

In questo caso sarebbe errato affermare che la storia si ripete, in quanto essa non ha mai fermato il suo corso in alcune zone del mondo. Ma soprattutto oggi sentiamo nuovamente la necessità di parlare dello stupro di guerra e degli incubi che stanno vivedo le sorelle ucraine al fronte e nelle città sotto attacco. 

Tutto accade sotto gli occhi dell’Europa del 2022, nata dopo il più grande conflitto mondiale mai avvenuto. Europa che volge lo sguardo altrove, come ha fatto durante la guerra in Bosnia-Erzegovina del 1993.

Sebrenica, manifestazione di donne

Lo stupro si è sempre presentato come una “conseguenza naturale” della guerra, come la fame o la crisi. Ma in realtà è giusto definirlo con gli aggettivi che gli spettano.  La Relazione dello Statuto di Roma lo definisce:

«L’invasione  eseguita con la forza del corpo di una persona con condotta risultante nella penetrazione, di ogni parte del corpo della vittima, con un organo sessuale, o dell’apertura anale o genitale della vittima con ogni oggetto».

Una definizione costata molte vite e altrettante lotte, in quanto nel corso dei secoli lo stupro è stato spesso giustificato in casi di guerra, reputato come azione necessaria ed adeguata ricompensa dei soldati (con la vittoria viene il bottino).

Il fenomeno nella storia

Una delle prime definizioni di diritto bellico fu fornita proprio da Cicerone, che esortò i soldati a rispettare le regole di guerra, tra cui rientrava la conquista delle ricchezze e le proprietà di un nemico, donne incluse. In questo contesto, lo stupro di una donna era considerato un crimine verso la proprietà commesso contro l’uomo che era padrone della donna. La vittima dell’offesa è dunque trasferita dalla donna-oggetto, all’uomo-identità.

Nel Medioevo e fino al XIX secolo quest’attitudine prevalse; le leggi riguardo allo status delle donne in tempo di guerra rispecchiavano le analoghe norme per il tempo di pace. Ci fu un tentativo di prevenzione di violenze sessuale per opera della Chiesa Cattolica attraverso l’istituzione della Pace e Tregua di Dio; si incoraggiava dunque un ideale di soldato-cavaliere che protegge gli innocenti e non combatte nell’illegalità.

Per la prima proibizione di stupro nel diritto umanitario dovremo attendere fino al 1863 con il codice Lieber, stampo del diritto internazionale della guerra terrestre che sentenziò: 

«Tutte le violenze sessuali… (sono) proibite, pena la morte»

Ci furono poi altri tentativi di persecuzione del reato di stupro di guerra dopo la I guerra mondiale, per opera della Commissione per i Crimini di Guerra, creato nel 1919 per esaminare le atrocità commesse dai tedeschi e dalle altre Potenze Centrali durante il conflitto. Nonostante le prove sostanziali però, tutte le accuse caddero. 

Dopo la II guerra mondiale, i processi di Norimberga e di Tokyo divennero i primi processi internazionali per crimini di guerra di reale significato. 

Attualmente, lo stupro di guerra e la schiavitù sessuale sono riconosciuti dalle convenzioni di Ginevra come crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Cosa succede oggi in Ucraina

Dall’Ucraina stanno arrivando sempre più testimonianze di stupri compiuti perlopiù dai soldati russi su civili ucraini. A raccoglierle sono organizzazioni per i diritti umani e autorità locali. Sono racconti brutali e mostrano come, in questa come in altre guerre, lo stupro venga usato come arma per colpire la popolazione civile, umiliandola. 

Foto da Kiev

Secondo Amnesty International, la violenza sessuale è oggi usata deliberatamente come strategia militare anziché come stupro e saccheggio opportunistico dei secoli precedenti, la finalità è quella di spingere le popolazioni locali ad andarsene dal territorio occupato, decimando i civili rimasti attraverso la diffusione dell’AIDS e con l’eliminazione delle tradizioni culturali e religiose. 

Kateryna Busol, ricercatrice del centro studi inglese Chatham House ed esperta di diritto internazionale, ritiene che i casi di stupro potrebbero essere «molto più diffusi» di quanto emerso finora e sostiene che le modalità di stupro si manifestino «con un livello di violenza in molti casi inaspettato». Una vera e propria «strategia politica» ben precisa, volta a «degradare e umiliare non solo la donna e i suoi familiari, ma in qualche modo tutto il popolo ucraino».

Kateryna Busol durante una conferenza

Altre accuse di stupro sono state fatte dal governo ucraino a seguite dei fatti di Bucha, la cittadina a nord ovest di Kiev in cui ci sono sospetti su possibili violenze sessuali compiute contro donne i cui corpi sono stati poi trovati nudi e semi carbonizzati una ventina di chilometri a nord di Kiev, fotografati da Mikhail Palinchak.

Corpi da Bucha

Le conseguenze sul corpo femminile sono devastanti: dato che le violenze avvengono in zone di conflitto, l’accesso ai contraccettivi, agli antibiotici e/o agli aborti è estremamente limitato.

I danni psicologici a breve termine delle vittime includono paura, mancanza d’aiuto e disperazione. I sintomi a lungo termine possono includere depressione, disordini d’ansia, sintomi somatici multipli, flashback, difficoltà a ristabilire relazioni intime, vergogna e paura persistente.

Sul piano fisico le vittime femminili possono soffrire di incontinenza e fistole vaginali come risultato di particolari casi.

A sostenere le donne in questo percorso di difesa e riabilitazione sono soprattutto le ONG che riescono a operare sul territorio: «Hanno organizzato iniziative per informare le donne su come proteggersi, ricevere aiuto, su come trovare contraccettivi d’emergenza, per esempio», afferma sempre Busol. Ci sono anche reti di attiviste femministe locali, come Feminist Workshop, di Leopoli e fondata nel 2014, che lavorano sia online che con le comunità locali per distribuire informazioni e aiuti medici, legali e psicologici alle donne vittime di stupro, e in questi giorni anche per organizzare rifugi sicuri.

Cosa fa il mondo dinnanzi a tutto questo? 

La difesa legislativa e giuridica in questi casi tarda ad arrivare: il principale tribunale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità ha aperto un’indagine, ma c’è molto scetticismo sulla possibilità che porterà realmente a processi e condanne.

Un’altra possibilità sarebbe arrestare e processare i responsabili degli stupri in paesi esteri, sotto il principio della “giurisdizione universale”, basato sull’idea che alcune norme internazionali siano talmente rilevanti da valere per tutti gli stati del mondo. 

La “pornificazione” della brutalità 

Come è ben noto, il mondo del porno non descrive la realtà del rapporto sessuale. 

Come è altrettanto ben noto, l’oggettificazione femminile all’interno della rappresentazione audio-visiva del rapporto è altrettanto influenzata e consequenziale ad una visione patriarcale del piacere, esclusivamente legato all’uomo. 

La donna nel rapporto è sempre vittima

Appare dunque immediatamente chiara la motivazione per la quale, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, “ukrainian girl” sia stata la ricerca di tendenza su Pornhub. 

L’erotizzazione della violenza sessuale è una prerogativa della pornografia. Il fatto che i suoi consumatori cerchino in massa video sulle donne ucraine è la prova che il porno “pornifica” più di qualsiasi dinamica sociale, crea feticismi legati al corpo femminile, costretto sempre in una situazione di rapporto forzato e di vittima. 

Il caso però non è nuovo: qualche anno fa era anche di tendenza guardare video di donne siriane rifugiate che venivano feticizzate per il velo ed il loro contesto di appartenenza. 

Ancora, la “tradizione” ha le sue origini nel 1994 con la realizzazione di un film da parte di un pornografo italiano dal titolo “Stupri di guerra”, ambientata in Bosnia dove, come già accennato, la violenza sessuale è stata orientata verso una sistemica azione di sostituzione etnica eugenetica. 

Le donne sopravvissute a quegli orrori subiscono ancora oggi le conseguenze dei traumi causati. 

La pornificazione delle donne ucraine è il risultato della normalizzazione della visione della donna-oggetto che in qualsiasi contesto è uno strumento per il piacere maschile.

Dalla Siria ai Balcani, dall’Afghanistan all’Ucraina, le vittime di ogni conflitto sono sempre i civili. La dignità di ogni donna persiste contro la violenza carnale e si afferma in quanto individuo libero, in ogni secolo e in ogni contesto politico.

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