Turismo balneare e concessioni demaniali: la spiaggia come monopolio

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La stagione. Con questa parola si intende il periodo dell’anno in cui il mare inonda totalmente le nostre giornate. Diviene, per la maggior parte, fine di svago ma soprattutto un mezzo economico dalla elevata liquidità.

Il turismo balneare è una risorsa molto importante per l’Italia. Questo successo lo si deve soprattutto alla conformazione della costa, la quale costituisce un bene collettivo.

Il turismo balneare è diventato un faro per lo sviluppo e la crescita del settore turistico, grazie soprattutto alle differenziazione turistica e prosegue con la sua espansione diversificandosi in settori altrettanto fiorenti come, per esempio, il turismo naturalistico, ambientale ed enogastronomico.

La valorizzazione del patrimonio balneare appare un fattore fondamentale per il successo del turismo italiano. Quindi è imprescindibile una buona politica riguardo le concessioni balneari al fine di valorizzare le spiagge per il godimento da parte della comunità.

Il tema è diventato ancora più scottante a seguito dell’apertura nei confronti dell’Italia della procedura di infrazione comunitaria n. 2008/4908 per il mancato adeguamento della normativa nazionale alla direttiva UE 2006/123/CE la così detta direttiva Bolkestein la quale, al comma 2 dell’articolo 12, sanziona ogni ipotesi di rinnovo automatico della concessione a favore del privato già operante e dispone, inoltre, che le concessioni debbano avere “durata limitata adeguata”.

Il demanio marittimo, che l’articolo 822 del codice civile annovera nella categoria dei cosiddetti beni pubblici, dovrebbe essere gestito in modo tale da apportare una miglioria del benessere delle persone e dovrebbe, di conseguenza, assicurare la tutela ambientale e paesaggistica.

Ecco la ragione del sostegno alla direttiva Bolkestein, perché sarebbe capace di interrompere il circolo vizioso di rendite di posizioni e ingiusti privilegi. Tuttavia i gruppi che rappresentano i balneari, per contro, ritengono che l’attuazione di tale direttiva genererebbe l’intervento di grandi aziende e gruppi internazionali che snaturerebbero le peculiarità tradizionali degli stabilimenti balneari del territorio.

La recente modalità di gestione delle concessioni pare, però, essere in contrasto con la tutela di questi diritti e piuttosto tenderebbe ad una vera colata di cemento dei litorali italiani.

L’attuale governo, nella legge di bilancio, ha previsto all’art. 1, comma 682 che le concessioni disciplinate dal comma 1 dell’art. 01 del DL 400/94, vigenti alla data di entrata in vigore della legge di stabilità (01/01/2019), abbiano una durata di 15 anni a partire da tale data. Insomma un vero e proprio rinnovo tacito della concessione a favore di famiglie che gestiscono un bene pubblico in forma di monopolio.

Bisogna attendere se tale provvedimento, in totale spregio della direttiva Europea, avrà successo o se sarà disapplicato da qualche tribunale mettendone a rischio la validità, come è già accaduto per l’antecedente proroga fino al 2020 dichiarata illegittima dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 14 luglio 2016, che rifacendosi alla direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, sanciva l’impossibilità di una misura nazionale che disponesse la proroga automatica delle autorizzazioni demaniali marittime e lacuali in mancanza di una procedura di selezione tra ipotetici candidati.

Orbene, appare doveroso richiamare, infine, l’articolo 42 della Costituzione che riconosce alla proprietà pubblica una funzione sociale e quindi c’è da chiedersi se sia legittimo disobbedire a delle leggi frettolose che si appaiono in contrasto con i valori costituzionali e che si mostrano inique e discriminatorie.

La necessità, appare evidente, è quella di dar vita a leggi che siano espressione della comunità e non dei singoli.

di Salvatore Sardella

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