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Troppa teoria e poca pratica, il problema dell’Università italiana: cosa dicono gli studenti

Donato Di Stasio 04/01/2023
Updated 2023/01/03 at 5:32 PM
11 Minuti per la lettura

Gennaio è arrivato e, con esso, si avvicina inesorabilmente la sessione invernale degli esami universitari. Non sarà raro incontrare studenti nei cortili o negli spazi appositi per lo studio dei diversi atenei, alle prese con ansia, tremolii e ultime ripetizioni sfiancanti di manuali, dispense e riassunti prima di un esame. E risulterà facile allo stesso modo beccarli con gli stessi libri nei mezzi di trasporto pubblici, in viaggio da casa alla sede universitaria. Negli anni scorsi ne ho visti parecchi, e, dopo aver incrociato per caso il loro sguardo, mi sono più volte chiesto: quanto sarà importante quella prova per il futuro? Vale la pena soffrire e studiare in modo così forsennato per un esame esclusivamente teorico? Porterà ai frutti sperati nel mondo del lavoro? Credo che questi quesiti turbino non solo la mia mente. Dopotutto, quello della troppa teoria e poca pratica si rispecchia come uno dei principali problemi dell’Università italiana e del suo sistema, soprattutto nella preparazione per il mercato lavorativo. Bisogna precisare però che esistono delle facoltà votate unicamente alla teoria, considerata “più importante della pratica”, come Lettere moderne o Filosofia. Ma allo stesso tempo ce ne sono altre (la maggioranza) i cui studenti lamentano da anni il mancato bilanciamento tra formazione teorica e pratica.

Per cercare di affrontare il nucleo centrale della questione, Informare ha condotto un sondaggio tanto semplice quanto quasi banale: ponendo due stesse domande a 5 studenti di diverse facoltà napoletane e casertane sul rispettivo studio teorico/pratico, abbiamo cercato di tracciare a grandi linee le differenze che sussistono tra gli indirizzi presi in considerazione.

Troppa teoria e poca pratica nell’Università italiana: alcuni dati

Secondo un rapporto pubblicato dall’Anvur, Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema dell’Università e della ricerca, in Italia l’Università non offre agli iscritti nessun corso orientato completamente sul versante pratico e professionalizzante. Lo studio ha confermato che il problema dei nostri atenei è l’offerta dei corsi perlopiù teorica, a differenza dei sistemi di altri paesi dell’Unione Europea, più incentrati su corsi di laurea orientati alla migliore preparazione degli studenti, con l’obiettivo della ricerca senza troppe difficoltà di un posto nel mercato del lavoro. Il rapporto di Anvur, inoltre, spiega che “i corsi di carattere professionalizzante, nella media europea, rappresentano circa un quarto dei giovani in possesso del titolo di laurea. I laureati italiani, invece, sono tutti titolari di un diploma a prevalente contenuto teorico, tipico dell’istruzione universitaria tradizionale“.

Da un altro studio più recente di Fondazione Deloitte emerge un dato eclatante: per oltre uno studente su cinque sono previste zero ore di esercitazione pratica nel proprio percorso di studi, e per il 32% degli iscritti italiani il numero di ore pratiche è considerato insufficiente.

Ma la teoria è importante quanto la pratica, se non di più

Prima di mostrare le risposte degli studenti del campione scelto per la nostra indagine, è bene chiarire un aspetto importante: la discussione portata avanti fin qui non vuole sminuire assolutamente la rilevanza dello studio teorico rispetto a quello pratico. Come accennato in precedenza, in Italia esistono diverse facoltà che permettono di trovare un posto lavorativo solo se il percorso di studi ha previsto una formazione completamente teorica.

Dall’altra parte, però, si posizionano una serie di indirizzi che necessitano di un bilanciamento più equo tra formazione teorica e pratica, per consentire agli studenti di non partire da zero nel caso in cui fossero assunti da multinazionali, aziende o da qualunque datore di lavoro. Pensiamo, per esempio, alle diverse facoltà di Ingegneria: gran parte degli studenti laureatisi ad una triennale, spesso affiancata da una magistrale, sanno fare ben poco di pratico dopo il conseguimento del titolo. Oppure agli iscritti di altre materie STEM, come Architettura; o agli studenti di Economia e Comunicazione. Certo, la parte teorica gioca anche in questi atenei un ruolo fondamentale, ma sarebbe meglio “praticare di più”.

Cosa dicono gli studenti

Torniamo al campione selezionato e agli studenti che gentilmente hanno accettato di partecipare al sondaggio. Per velocizzare il processo li abbiamo telefonati singolarmente, ed ognuno di essi ha risposto alle seguenti domande: quanti esami teorici e pratici sono previsti nel tuo piano di studi? Ritieni che la tua facoltà dedichi il numero di ore giusto allo studio teorico e pratico?

I. B., laureata alla triennale di Servizio sociale alla Federico II e iscritta alla magistrale di Programmazione, amministrazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali all’Università Suor Orsola Benincasa, ha dichiarato che «alla triennale ho fatto 2 esami pratici, ognuno dei quali prevedeva tirocini da 300 e 150 ore; e più di 20 esami teorici. Secondo il mio parere, andrebbero fatti molti più esami incentrati sulla pratica, ma accompagnati sempre dalla teoria, perché l’università non ti forma poi nel concreto a quella che è la vita lavorativa vera e propria. Si dovrebbero, almeno nel mio settore, spiegare meglio le procedure e come si agisce sul campo». I. B. parla dall’alto della sua esperienza e del suo impiego lavorativo in un comune del beneventano.

R. S., studentessa alla triennale di Lettere moderne alla Federico II, ha risposto alle nostre domande dicendo: “Il nostro percorso di studi si basa interamente sulla teoria. Solo verso la fine del percorso, prima dell’abilitazione all’insegnamento, è previsto per legge un tirocinio presso un istituto dove si dovrebbero mettere in pratica le cose che abbiamo imparato. Il piano di studi prevede degli esami scritti, che riguardano per esempio la filologia o la linguistica generale, ma prevalentemente ci sono tutti esami teorici. La prassi vuole che sia così ed è giusto, perché il nostro compito è imparare correnti letterarie e autori».

Gabriela Iovinella, laureata alla triennale di Lingue, letterature e culture dell’Europa e delle Americhe e studentessa della magistrale di Lingue e comunicazione interculturale in area euromediterranea, entrambe all’Università L’Orientale, ha avuto un percorso molto più bilanciato. «Su 14 esami previsti dalla mia magistrale, 10 sono stati teorici e 4 pratici. Questi ultimi si svolgono in lingua straniera. Oltre alle ore dedicate allo studio della lingua grammaticale straniera, durante i due anni abbiamo svolto ogni settimana diverse lezioni con i madrelingua, arrivando anche ad un totale di 8 ore di pratica settimanale. Questo per dire che la pratica si fa» afferma la studentessa. Discorso simile per la triennale: «Ho fatto molti più esami pratici rispetto alla magistrale perché il nostro piano prevedeva due esami all’anno di lingua e due di letteratura, entrambi in lingua straniera, da considerare esami pratici. Su 24 esami, 12 sono stati in lingua straniera, da sommare sempre alle 8 ore settimanali con i madrelingua».

Vittorio Novara, laureato alla triennale di Ingegneria meccanica-aerospaziale all’Università Luigi Vanvitelli di Caserta e iscritto alla magistrale di Ingegneria meccanica per la progettazione e produzione alla Federico II, è invece scettico. «Alla triennale l’intero piano di studi prevedeva esclusivamente lo studio di manuali e testi del settore, non abbiamo mai messo in pratica quanto studiato durante gli anni. Oltre che per il completamento di un mio percorso personale, mi sono iscritto alla magistrale credendo di praticare di più, senza tralasciare chiaramente lo studio teorico. Sono rimasto deluso».

E.P., ultima studentessa del nostro campione, ci parla solo della sua esperienza triennale ed è in procinto di continuare con un titolo magistrale. Si è laureata all’Università Vanvitelli nella facoltà di Fashion design. «Nel mio percorso universitario la teoria e la pratica hanno viaggiato di pari passo: quello che facevamo a lezione lo mettevamo in pratica nei laboratori. Ma, secondo il mio parere, la pratica non è mai abbastanza, poiché il settore della moda è uno di quelli dove devi testare e mettere in pratica. Ho fatto diversi esami teorici che non necessitavano di un progetto, per esempio come Storia della moda. Posso dire che la mia facoltà dedica il tempo giusto sia alla teoria che alla pratica, ma potrebbe inserire ancora di più riferimenti progettuali».

Le possibili soluzioni

Quali potrebbero essere le soluzioni per avvicinare l’Università italiana agli standard europei? Innanzitutto, un incremento di risorse economiche destinate agli atenei farebbe davvero bene al nostro sistema universitario, soprattutto per l’acquisto di prodotti e materie da utilizzare per la pratica degli studenti. Nelle università italiane molto spesso mancano le attrezzature necessarie.

Altra soluzione su cui discutere è la modifica dei piani di studio, ipotesi certo non semplice e legata sempre alla risorse finanziarie. Tutte le facoltà triennali e magistrali prevedono il superamento di uno stage/tirocinio di 150/300 ore per il conseguimento del titolo di laurea, ma ne potrebbero essere aggiunti due o addirittura tre in più, almeno negli indirizzi finalizzati al lavoro pratico.

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