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Tratta degli esseri umani: tra criminalità e umanità

Ilaria Ainora 28/11/2022
Updated 2022/11/28 at 11:14 AM
7 Minuti per la lettura

I dati della Commissione europea parlano chiaro: la tratta di esseri umani è un fenomeno dilagante cui è sempre più difficile porre un argine e che interessa anche e soprattutto il territorio italiano. 

Traffico di esseri umani: i dati della Commissione europea

Le vittime registrate in Italia nel periodo 2017-2018, stando ai dati della Commissione, sono circa duemila. Donne e ragazze rappresentano il 72% delle vittime di tratta registrate in Europa (escludendo dall’indagine statistica il Regno Unito), di cui 1743 in Italia. Non sorprende, dunque, che lo sfruttamento sessuale sia stato segnalato come la principale finalità del traffico di esseri umani: quasi due terzi delle vittime registrate sono, infatti, altresì vittime di sfruttamento sessuale. L’amara constatazione del dato di fatto e della sua portata emergenziale impone una risposta. Parte della stessa non può che essere animata dallo spirito solidaristico della comunità, di cui si fanno portavoce realtà come Casa Rut

Rut: la compagna di viaggio

La casa di accoglienza, che ha sede anche a Caserta, nasce sulle orme del messaggio evangelico di M. Giovanna Meneghini, fondatrice delle Suor Orsoline. Al centro del suo progetto di consacrazione laica si erge la promozione del femminile in ambito pastorale e sociale. Particolare cura è dedicata alle bambine e alle ragazze più povere, ivi comprese le vittime di tratta. Il nome Rut non è, dunque, casuale. Rut, dall’ebraico, è colei che si fa compagna di strada in terra straniera. Così come Rut, personaggio biblico veterotestamentario, segue Noemi lontano dalla terra natia, così le orsoline si fanno accompagnatrici, per un tratto di strada, delle donne che ricercano una via di scampo dallo sfruttamento sessuale. 

Tratta esseri umani: il fenomeno nigeriano

Le donne che cercano rifugio a Casa Rut sono, perlopiù, nigeriane. Il fenomeno nigeriano presenta delle peculiarità. L’adescamento delle future vittime avviene tramite la madàm e le sue collaboratrici, che prospettano allettanti scenari lavorativi e di studio in altri Paesi. L’accordo è sancito con il rito Juju, fatto con ossa e sangue di animali, in cui le ragazze sono costrette a denudarsi, pronunciando giuramento di silenzio e di restituzione di quanto dovuto alla madàm. La forza vincolante del rito si rinviene non soltanto nella credenza propria del popolo nigeriano ma, altresì, nel timore che, ove lo stesso venga infranto, maledizioni si ripercuotano sulla vittima e sulla sua famiglia. Basti questo per comprendere quale forza deve ritrovare dentro di sé una ragazza che si avveda della rete di criminalità che la costringe al mercimonio del proprio corpo, a sua volta strumento per pagare il debito che grava sul suo capo. Una rete fitta, intessuta con la collaborazione delle organizzazioni camorristiche che intascano parte del guadagno, mettendo a disposizione, in cambio, gli spazi pubblici dove le ragazze sono obbligate a vendersi. 

Casa Rut

Arriva, però, il momento in cui il sogno di una vita felice in un altro Stato collide con la consapevolezza di essere caduti in una trappola ben più aspra della povertà lasciata alle spalle. In quell’attimo, in cui il timore per la propria vita prende il sopravvento sul dovere morale di conformarsi al patto siglato in via rituale, si fa strada nel cuore delle ragazze la volontà di chiedere aiuto. Giungono, così, a Casa Rut: talvolta grazie alle indicazioni di un passante o dei carabinieri, talvolta accompagnate da un cliente innamorato – che, magari, le prende in moglie -, talvolta tramite la rete antitratta. Arrivano senza niente. A volte indossano abiti prestati, che gettano via in segno di ripudio per quello che hanno vissuto. Gioiscono nel sentirsi chiamate per nome, ritrovando in quel suono l’identità e la dignità smarrita. Percepiscono il bene nel gesto di una carezza o di un abbraccio. Ritrovano, gradualmente, il desiderio della libertà. 

Un percorso a ostacoli

Il cammino verso l’indipendenza è lento. Prima di tutto, si avviano le procedure per il rilascio dei documenti, iter burocratico che si traduce nell’essere riconosciute dallo Stato e, soprattutto, da sé stesse, finalmente, come persone. Vivono in comunità, imparando a riconoscere l’ambiente della casa di accoglienza come familiare. Seguono un corso di italiano, si inseriscono nei circuiti scolastici. Scacciano i pensieri svolgendo laboratori. Infine, sono inserite nel mondo del lavoro

È un percorso ad ostacoli che si scontra, in primo luogo, con il rischio che le ragazze non taglino ogni contatto con i propri carnefici. Il pericolo è tangibile in un mondo interconnesso dalla tecnologia e dal web, terreno su cui proliferano nuove forme di prostituzione virtuali. In seconda battuta, è estremamente complicato trovare aziende che sposino il progetto di reinserimento promosso da Casa Rut. Da un lato la realtà lavorativa italiana conosce, di per sé, forme di sfruttamento: è la normalità, infatti, offrire paghe misere a fronte di orari senza limiti, il che costituisce un ostacolo al proposito di trasmettere alle vittime di tratta delle regole di rispetto e dignità della persona. Dall’altro lato, le imprese disposte ad impiegare le giovani devono garantire alle stesse una particolare tutela, nella consapevolezza della loro vulnerabilità. 

Un messaggio di speranza

Si staglia, dunque, nella sua chiarezza, l’urgenza di far sì che la risposta di Casa Rut non resti, per quanto incisiva, una voce isolata. Ben vengano, allora, le iniziative di volontariato – che non mancano sul territorio casertano – tese a sostenere le ragazze e i loro bambini nel percorso di inserimento in società. Ben vengano gesti semplici, come un sorriso, il dono del proprio tempo per ascoltare e per aiutare ad apprendere una nuova lingua, una nuova cultura, un nuovo mestiere. D’altro canto, siamo tutti compagni di viaggio nel tratto di strada che percorriamo su questa terra.  

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